Nominazioni – Poesie dal ritorno

Sabato 4 febbraio alle 18, presso la libreria indipendente Les Bouquinistes, via dei Cancellieri, 5 a Pistoia, Alessandro Raveggi ci racconterà la sua raccolta poetica Nominazioni, Poesie dal ritorno pubblicate da Giuliano Ladolfi Editore nel 2016.
Insieme a lui ci saranno Azzurra D’Agostino e Francesca Matteoni.

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Il ritorno dal lungo viaggio e il bisogno di nominare le cose in una casa dismessa, in un universo fatto di umanità distante: quando pare che sia già troppo tardi e si arriva in extremis, agli sgoccioli, nel proprio Paese. Le cose mute ci guardano, e la tua nazione ha il bisogno di essere una nominazione, un amore da richiamare al petto. Affrontando quel passo rischioso che lo scrittore Mario Benedetti ha chiamato dis-esilio, con uno sguardo che si fissa tra i filari di una campagna irreale o nelle opere di Cy Twombly prese a pretesto, questa raccolta è la possibilità che un ritorno a casa da estraneo prenda forma e finisca, idealmente nel passaggio di testimone tra un padre e un figlio.

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Alessandro Raveggi (Firenze, 1980) scrive libri di narrativa, saggistica, teatro e poesia. Suoi testi sono apparsi su «Satisfiction», «Minima&Moralia», «Poesia», «Doppiozero», «Le parole e le cose», «Alfabeta2», «Nazione indiana», «Carmilla», «Il primo amore», «Nuovi Argomenti», «Nuova Prosa», «Il Reportage», «Versodove», «L’immaginazione», «The Towner», «Luvina», «Semicerchio», tra le altre. È direttore della rivista letteraria italiana in italiano e inglese The FLR,  e ha curato Re: viste sulla letteratura e le arti nonché la collana di narrativa di qualità Novevolt. Fondatore del progetto d’arte contemporanea Forward, per anni regista e drammaturgo (finalista Premio Riccione 2007), è stato ricercatore della Universidad Nacional Autónoma de México. Attualmente è coordinatore artistico del festival di scrittori italiani e americani in dialogo The Writers’ Season / La Stagione degli Scrittori. Insegna letteratura italiana alla New York University e in altre università americane a Firenze.

L’incontro è realizzato in collaborazione con Logo (2).jpg

info: lesbouquinistes@libero.it oppure 05731780084

Una perfetta geometria

Mi sono divertita a leggere Una perfetta geometria di Giorgio Serafini Prosperi, pubblicato da NN nel giugno scorso.

una-perfetta-geometriaÈ un giallo e a me i gialli piacciono ma è anche qualcos’altro. Non è tanto sapere il chi ha fatto cosa che ci interessa, ma semplicemente seguire il personaggio principale, un ex commissario (e le due lettere di “ex” racchiudono già una storia che non ci è stata ancora raccontata), che da sei anni si trova in purgatorio ovvero in un gruppo di riabilitazione per ex (ancora questa parola) dipendenti da cibo.

Le esche perché il lettore resti intrappolato ci sono davvero tutte: un personaggio che ha toccato il fondo e che sta tentando di risalire, lentamente, cercando di non perdere un equilibrio che ha raggiunto tra enormi difficoltà, la telefonata della donna del suo passato – la sua ex (ancora questa parola) – che gli chiede aiuto, proprio quella donna che lo aveva lasciato in fondo al baratro, una setta religiosa, un partito politico e Roma piena di personaggi – alcuni più importanti altri meno – che animano e colorano l’intero romanzo e, non ultima, un’appassionata storia d’amore.

 
image_book.jpgC’è un mondo nel romanzo di Serafini Prosperi. Il nostro. Tra malcostume e idiosincrasie. Momenti di dolcezza e di totale perdizione. Di passione e disperazione. E l’incedere, comunque.

Un bel romanzo, scritto con eleganza, disseminato di brevi descrizioni sulle quali ci si sofferma volentieri che ricordano i piccoli riti quotidiani di ognuno di noi, citazioni che illuminano il lettore che le riconosce come omaggi appartenenti ad altri scrittori che lo affratellano con l’autore.

Il nostro mondo, dicevo, descritto da uno sguardo lucido ma anche romantico.

Giorgio Serafini Prosperi, Una perfetta geometria, NN editore, 2016

Elena Zucconi

Come l’incipit di Tolstoj

Mi ha colpito fin dal titolo, l’esordio di Simone Giorgi. Chi non pensa immediatamente all’incipit di Anna Karenina? È talmente famoso, che il titolo del romanzo non può che saltare agli occhi e colpire in pieno petto sia chi, come me, ha amato e ama il romanzo di Lev Tolstoj visceralmente sia chi, forse, non lo ha mai letto ma ne ha sicuramente sentito parlare.

01-giorgi-a4-a001Sarà poi vero che tutte le famiglie felici si assomiglino fra loro? Simone Giorgi compie un esperimento, quasi da laboratorio scientifico: isola un giorno, il 12 dicembre 2003, un giorno come un altro, nella vita di una delle cosiddette “famiglie normali” quelle da campione demoscopico: padre, madre, due figli, una femmina e un maschio. Sì, perché Eleonora è la più grande (chi vuole una bella famiglia cominci dalla figlia, recita un proverbio) e Stefano le è più piccolo di quattro anni. Non sono ricchi ma non hanno problemi economici.

I figli sono entrambi adolescenti e, per chi ha buona memoria della propria gioventù o ha figli di quell’età, sa bene che all’interno di quella famiglia è possibile, anzi, è altamente probabile, si trovi una bomba senza sicura, intoccabile e irremovibile, se si usa un linguaggio prettamente militare.

E di quel preciso giorno, Simone Giorgi, narratore onnisciente, voyer dallo sguardo lucido e disincantato che immagino dietro a una telecamera, racconta tutto ciò che accade.

lultima-famiglia-feliceRiesce a creare pathos descrivendo un’apparente normalità, infonde un senso di disagio che non si placa mai. Mi sembra che l’autore imponga al lettore una continua attenzione, come se fosse lui in prima persona, il lettore, a dover maneggiare quella bomba di cui parlavamo.

La scrittura di Simone Giorgi è evocativa. A me, ha fatto pensare a un vecchio film di Nanni Moretti, La stanza del figlio, un altro lucido ritratto di una famiglia normale e ancora, restando sempre nel mondo del cinema, a un regista che amo molto, Krzysztof Kieślowski, il suo sguardo dietro la macchina da presa mi sembra che traduca il mondo in pura poesia.

Simone Giorgi, L’ultima famiglia felice, Einaudi 2016.

Elena Zucconi

Epilogo

782604179-palermo-kutsche-stadtleben-innenstadt.jpgIeri, mentre percorrevo via M., ho perso una gamba. Stranamente sul momento non ho avvertito alcun dolore, solo un fastidio e una spiacevole sensazione di prurito. Ricordo unicamente la perdita d’equilibrio e la caduta, subito dopo. Due ragazzi che facevano la mia stessa strada, molto gentilmente mi hanno aiutato ad alzarmi e di peso mi hanno accompagnato a casa, lasciando la mia gamba sul marciapiede.

Mi chiedo, sinceramente, che fine possa aver fatto. Forse se la sarà mangiata un cane, oppure una volta iniziata la decomposizione, i vermi cominceranno ad invaderne, a migliaia, i resti marcescenti. Non ho perso sangue, curiosamente.

Arrivati a casa, quei giovani mi hanno gentilmente deposto sul letto e in pochi minuti ho preso sonno. Devono essersene andati quasi subito, dato che quando mi sono svegliato, meno di cinque minuti più tardi, di loro non c’era più traccia. Con mia grande sorpresa mi sono accorto di aver perso anche l’altra gamba e il braccio destro, durante quel breve sonno. PAY-Police-were-called-in-after-shocked-walkers-reported-seeing-this-severed-LEG-floating-in-the-river-1.jpgQuesto mi secca, perché col destro sono abituato a compiere tutte le operazioni essenziali alla mia sopravvivenza. Da bambino, è vero, ero mancino, come mi ha raccontato molte volte mia madre, ma le suore, da cui sono stato educato, pretesero di correggere in me quello che per loro era un difetto. Ciò che mi è sempre parso strano è che quelle suore apparentemente umili potessero pretendere di correggere ciò che Dio aveva stabilito per me. Questo salvo ritenere che fosse stato il diavolo a rendermi mancino, anche se non saprei immaginare come e perché. Nel corso delle ore ho perso anche il braccio sinistro e un orecchio, forse il destro, anche se non ricordo bene, vista la spossatezza che tali perdite mi hanno indotto. Di me, all’ora di cena, non rimaneva che un tronco, con il cranio privo delle orecchie. La mandibola l’ho persa intorno alle 23. Alle 23.45 l’occhio sinistro e pochi minuti dopo l’altro. Nel giro di due ore, di me non era rimasto altro che una macchia di unto sul lenzuolo. Tornata a casa, come sua abitudine, mia moglie ha disfatto il letto e messo in moto la lavatrice. Pochi istanti più tardi di me non rimaneva altro che un ricordo, la sensazione fastidiosa di una mancanza.

Sergio Salabelle

Tempo senza scelte

Lunedì 23 gennaio alle 18 alla libreria indipendente Les Bouquinistes – via dei Cancellieri, 5 a Pistoia – per il ciclo di Il dolce rumore della vita promosso da Isole nel SaperePaolo Di Paolo ci racconterà del suo saggio, Tempo senza scelteEinaudi, 2016. Insieme all’autore, Giuseppe Grattacaso.

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Tempo senza scelte, Einaudi 2016. Un uomo «sempre presente a sé stesso, sempre domatore, che non s’arresta di fronte a nulla», capace di agire con coscienza e di non arrendersi alle allucinazioni collettive. A questo tipo morale si riferiva il «giovane prodigioso» Piero Gobetti, in lotta con il suo tempo. Per esplorare lo spazio della scelta, del dubbio etico, della costruzione di sé come individui, questo libro interroga storie di esseri umani di fronte a un bivio. Giovani temerari nella realtà e nel mito, figure della filosofia e della grande letteratura alle prese con decisioni radicali, estremiste, e soprattutto durevoli. Dagli interrogativi di Kierkegaard al «no» perentorio di un personaggio di Melville, da un Benjamin pressato dall’orologio della Storia a un Calvino in cerca di una strada coerente, il corpo a corpo con la propria identità appare senza uscita. E oggi? L’identità «allargata» e «aggiornabile» si traduce in un desiderio di vivere su piú fronti insieme, perché scegliere davvero comporterebbe rischi e rinunce. Ma forse in ogni tempo c’è una via piú difficile e impervia, per arrivare a essere, come voleva Gobetti, «sé stessi dappertutto».

Paolo Di Paolo (1983) è autore dei romanzi Dove eravate tutti (2011, Premio Mondello), Mandami tanta vita(2013, finalista al Premio Strega, vincitore del Premio Salerno Libro d’Europa e del Premio Fiesole) e Una storia quasi solo d’amore (2016). Per Einaudi ha pubblicato Tempo senza scelte (Vele, 2016).

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Alfabetiere privato – Incontro con Azzurra D’Agostino

Giovedì 5 gennaio 2017 alle 21 alla libreria indipendente Les Bouquinistes – via dei Cancellieri, 5 a Pistoia – parleremo della raccolta di poesie di Azzurra D’AgostinoAlfabetiere PrivatoLietoColle 2016Francesca Matteoni ci condurrà nel mondo poetico di Azzurra D’Agostino, in un universo personale scandito da parole scelte tra tre lingue diverse – l’italiano, il dialetto delle sue zone d’Appennino e una lingua mista che “cerca la pulizia elementare”.
Un alfabetiere privato, composto da alcune private ossessioni e da piccole grandi mancanze.
Una piccola finestra spalancata sulle montagne dell’Appennino, sui suoi boschi, sul mondo di poesia di Azzurra D’Agostino.
 
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Azzurra D’Agostino. Ha pubblicato le raccolte poetiche D’in nciun làI quaderni del battello ebbro 2003, Con ordineLietocolle 2005D’Aria sottileTranseuropa 2011, Versi dell’abitare, XI Quaderno italiano di poesia contemporanea Marcos y Marcos 2012.
Suoi interventi critici e racconti sono stati pubblicati su varie riveste e antologie tra cui Di là dal bosco (Le voci della luna), Almanacco dello Specchio (Mondadori), Nuovi Argomenti (Mondadori), Bloggirls (Mondadori) e altri.
È giornalista pubblicista e scrive per il teatro.
Alfabetiere Privato, LietoColle 2016. Come reso evidente dall’autrice nella propria nota, “(D’Agostino) si avvale di tre lingue principali. Una è l’italiano, ovviamente; l’altra è il dialetto delle sue zone d’Appennino, la terza è una lingua mista, che cerca la pulizia elementare (…). Come queste tre lingue dialoghino tra loro e come si nutrano, anche per contrasti, l’uno con l’altra, è ciò che forse può emergere da questa raccolta”.

Ancora, Azzurra D’Agostino dice, di Alfabetiere Privato: “questo lavoro di scavo, riordino e ripensamento mi ha concesso l’emergere di alcune private ossessioni (…). Sono affiorate sette parole, che fanno di questo Alfabetiere un “privato” nel senso non tanto di “personale” quanto di privo, zoppo, monco. Mancano infatti la gran parte delle lettere, e le parole stesse che emergono sono parziali, spezzate, una parentesi del linguaggio nella sua ordinarietà. A ben vedere, trovo questa riduzione un valore, laddove all’apparenza possa sembrare un limite. O, forse, trovo il limite stesso il punto giusto su cui soffermarsi, su cui ragionare, intorno a cui dedicarsi”.

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Olga Seitz sta cucinando

La porta dell’appartamento è stata danneggiata anni fa durante un tentativo di scasso e le tracce di una riparazione mal riuscita sono evidenti anche ad un occhio non esperto. Tutto intorno alla serratura della porta blindata si vede il segno di un taglio, come una mezza luna.

Adesso nell’appartamento vive Olga Seitz, una donna anziana che ne ha ereditato la porta e quello sfregio che per lei non ha significato. Per i vecchi proprietari era diventato, invece, il ricordo ossessivo della violazione dell’intimità avvenuta in una notte in cui ignari dormivano nel letto anonimo di un albergo di mare. Da quel momento l’estate del 1987 era diventata per loro quella del furto e quella dell’invasione.

In questo momento Olga Seitz sta cucinando. Il telefono suona ma lei non lo sente perché l’apparecchio si trova nell’ingresso, troppo lontano per essere udito, mentre il rubinetto è aperto per sciacquare l’insalata e sul fornello cuoce la carne che la donna mangerà tra poco. Se avesse risposto al telefono, avrebbe sentito la voce di suo fratello, Enzo Seitz, di quasi quindici anni più giovane di lei, darle la notizia della morte di suo nipote, caduto dal motorino, mentre tentava un sorpasso sotto la pioggia. Qualcosa di imprevisto doveva essere successo, durante quel sorpasso e Nicola Seitz, sedici anni, aveva perso il controllo dello scooter, andando a schiantarsi contro un albero secolare. Prima di arrivare a quel punto il corpo del ragazzo era scivolato per oltre dieci metri lungo l’asfalto, come quei sassi piatti che si lanciano a filo dell’acqua per vedere quanti rimbalzi si riesce a fargli fare. Nella caduta il corpo di Nicola non aveva rimbalzato, ma anzi aveva aderito al selciato riducendosi in un modo tale che la madre, che lo seguiva a breve distanza con la macchina, e aveva assistito a tutta la scena, malgrado l’evidenza, scesa dall’auto non riusciva a riconoscere, in quell’ammasso di sangue e lamiera, la carne della sua carne.

In questo momento Olga Seitz sta cucinando e non sente il telefono. Passa oltre un’ora prima che suo fratello possa raggiungerla per portarle la notizia innaturale della morte di suo nipote. A lungo e per molti anni Olga Seitz ha ripensato a quell’ora, bellissima e orribile al tempo stesso, in cui per lei tutto ha continuato ad essere ciò che era. Un’ora in cui Nicola Seitz era ancora vivo, per lei, e tutto procedeva come se niente fosse. Per molto tempo Olga Seitz ha desiderato di tornare a quell’ora sperando che la morte la cogliesse in quel momento e che per lei, per l’eternità, Nicola Seitz rimanesse vivo, al suo posto. O che l’evento della sua morte, se proprio doveva accadere, fosse un problema di qualcun altro.

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Sergio Salabelle