Sentire più che essere

Un libro pubblicato termina necessariamente di essere proprietà esclusiva di chi lo ha scritto per abbracciare le interpretazioni di chi lo legge o di chi, in qualche modo, lo rende proprio.

9788877137340_0_0_1644_80.jpgLa vita privata (Casagrande, 2016) non è certo un’eccezione a questo patto tra scrittore e lettore, tra “cosa” privata e “cosa” pubblicata, e già dal titolo si concede la possibilità di essere interpretato in più modi.
Con vita privata, si intende la vita intima, personale, riservata, oppure privata è un participio passato, un verbo che quella vita toglie, che rende assente?

Anche la trama non è d’aiuto.

Un uomo si sveglia una domenica mattina e, guardandosi allo specchio, si accorge di essere scomparso. Non è più visibile, il corpo non c’è più, manca un elemento fondamentale che dà un’identità, che permette di interagire con gli altri, con l’altro, di vivere in questo mondo. Privato del corpo resta uno sguardo, una voce e un sentire.

Di nuovo si scivola nell’ambiguità e nella possibilità, per il lettore, di interpretare liberamente.

Cosa si intende per sentire? Udire o provare un sentimento, una sensazione?

In alcune recensioni ho letto il nome di Kafka. Il protagonista innominato di Daniele Garbuglia però non ha un corpo repellente ma ha una voce con la quale può esprimersi, voce che Gregor Samsa ha, ma non è intelligibile, è una voce di bestia, uno squittio che lo rende solo. Ma certo l’atmosfera è quella dell’incomprensibilità e dell’assurdità.

C’è una famiglia, la moglie Adele e il figlio Enrico, e la descrizione del loro dolore nei confronti di questa scomparsa ma anche la descrizione dell’estraniamento che provano.

Di fronte alla novità inesplicabile il protagonista esce di casa in una passeggiata che vorremmo non finisse mai. Osserva non visto, i luoghi dove ha vissuto, le persone che con lui condividevano quel mondo di periferia. Anima girovaga con uno sguardo attento sugli altri che alla fine rivolge su se stesso e sui propri ricordi, quelli importanti e quelli sciocchi che – chissà per quale assurdo motivo – non sono stati dimenticati.

Daniele Garbuglia.jpgRicordi che riguardano anche le fobie di quando si è bambini: la paura dei lupi di suo figlio Enrico, la paura dei topi del protagonista e quella di una compagna delle elementari che, incredibilmente, temeva le balene! Quanto di Garbuglia scrittore per bambini si può ritrovare in queste pagine. Nella descrizione di un mondo dell’infanzia popolato da animali inquietanti e da altri inquietati, tormentati che vengono cacciati, feriti da bambini crudeli (e quale bambino un po’ non lo è!) come qualche povero gatto e le lucertole che prestano il fianco a una domanda filosofica importante. Dove va a finire la loro anima, sempre che ce l’abbiano: nella coda staccata o nel corpo martoriato? E dove andrà il protagonista de La vita privata, che fine farà, che cosa ne sarà di lui incorporeo e trasparente, un sentire più che un essere?

Lo vediamo come un’anima girovaga che non riesce ad andarsene ma nemmeno a stare, in questo suo continuo camminare, legato a un luogo, a degli affetti, a dei ricordi a delle persone amate che vengono descritte quasi con accanimento, che sembrano fare da contraltare al suo non essere più.

Ci sono libri che vanno assaporati lentamente. La vita privata è sicuramente uno di questi. Sembra di vivere un lutto con gli oggetti che si caricano di un sentimento affettivo più grande, le scarpe screpolate, il vuoto nel letto. Ma è un lutto che sembra esasperato da un esserci ancora, da una presenza intangibile e impalpabile forse ancora più dolorosa. Una moglie che non si può più abbracciare, un figlio al quale non si possono più scompigliare i capelli e, viceversa, una voce al posto di un corpo. Il sentimento della perdita è vissuto da entrambi, da quel mondo che è ancora visibile, concreto, reale ma anche da quel mondo non meno reale che è diventato invisibile.

Ci perdiamo nelle pagine ambigue di Garbuglia. E perdersi è dolce e doloroso. Ma c’è anche una eco familiare che mi riporta ai libri che ho amato e che amo. Le passeggiate di Robert Walser, le liste di Perec, un modo di guardare la vita un po’ ironico e beffardo, inquietante e malinconico che mi ricorda Raymond Queneau.

Mi tornano in mente gli acquarelli raffiguranti delle marine descritti in La vita istruzioni per l’uso di Georges Perec. Tutto si dissolve e non rimane niente. Un vissuto che evapora o si cancella o, forse, più semplicemente scompare.

La vita privata, Daniele Garbuglia, Casagrande, 2016

Elena Zucconi

La vita privata

Venerdì 10 marzo alle 18 presso la libreria indipendente Les Bouquinistes – via dei Cancellieri, 5 a Pistoia – incontro con l’autore marchigiano Daniele Garbuglia e il suo romanzo La vita privata, Edizioni Casagrande 2016. Insieme a lui, il poeta Matteo Pelliti.

Il protagonista si sveglia una domenica mattina e scopre di non vedersi più perché è diventato invisibile, una voce senza un corpo che inquieta persino la sua famiglia. Si può raccontare la storia di qualcuno senza immagine? Daniele Garbuglia ha provato a rispondere sì.

La vita privata La giornata di un uomo che si sveglia una domenica mattina e si accorge di aver perso la propria immagine, il suo “sembiante”: un fatto straordinario che lo obbliga a confrontarsi in modo nuovo con il suo mondo ordinario, cominciando dalla moglie e il figlio e dagli spazi di casa. Chi è il protagonista di questa storia? Un uomo che dubita della propria esistenza? Uno spettro? Un angelo che non sa di esserlo? E soprattutto, perché ci sembra di conoscerlo così bene? Scandito nelle classiche quattro parti della giornata, il nuovo libro di Daniele Garbuglia si presenta come una riflessione sull’identità dell’uomo privato, all’interno della propria famiglia, sì, ma anche sullo sfondo di quel paesaggio parcellizzato e privatizzato, carente di memoria e condivisione, che caratterizza la nostra epoca.

«L’uomo non aveva più la propria immagine.
Era ancora avvolto nel sonno e il tepore delle coperte non lo aveva abbandonato. Si guardò di nuovo allo specchio ma non c’era. Pensò di alzare la mano, il braccio, la testa, ma la sua immagine non compariva. Guardò giù per scoprire cosa fosse accaduto. Non vedeva più niente di sé, i piedi, le gambe, il torace, le braccia. Niente.»

Daniele Garbuglia è nato a Recanati nel 1967 e vive a Senigallia. È autore del racconto Fagotto e Sparafucile (Pequod, 1998) e della serie di libri per ragazzi Soqquadro (Giunti, 2006). Per le Edizioni Casagrande ha pubblicato i romanzi Home (2004), Musica leggera (2009) e La vita privata (2016).

 

 

 

 

Nominazioni – Poesie dal ritorno

Sabato 4 febbraio alle 18, presso la libreria indipendente Les Bouquinistes, via dei Cancellieri, 5 a Pistoia, Alessandro Raveggi ci racconterà la sua raccolta poetica Nominazioni, Poesie dal ritorno pubblicate da Giuliano Ladolfi Editore nel 2016.
Insieme a lui ci saranno Azzurra D’Agostino e Francesca Matteoni.

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Il ritorno dal lungo viaggio e il bisogno di nominare le cose in una casa dismessa, in un universo fatto di umanità distante: quando pare che sia già troppo tardi e si arriva in extremis, agli sgoccioli, nel proprio Paese. Le cose mute ci guardano, e la tua nazione ha il bisogno di essere una nominazione, un amore da richiamare al petto. Affrontando quel passo rischioso che lo scrittore Mario Benedetti ha chiamato dis-esilio, con uno sguardo che si fissa tra i filari di una campagna irreale o nelle opere di Cy Twombly prese a pretesto, questa raccolta è la possibilità che un ritorno a casa da estraneo prenda forma e finisca, idealmente nel passaggio di testimone tra un padre e un figlio.

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Alessandro Raveggi (Firenze, 1980) scrive libri di narrativa, saggistica, teatro e poesia. Suoi testi sono apparsi su «Satisfiction», «Minima&Moralia», «Poesia», «Doppiozero», «Le parole e le cose», «Alfabeta2», «Nazione indiana», «Carmilla», «Il primo amore», «Nuovi Argomenti», «Nuova Prosa», «Il Reportage», «Versodove», «L’immaginazione», «The Towner», «Luvina», «Semicerchio», tra le altre. È direttore della rivista letteraria italiana in italiano e inglese The FLR,  e ha curato Re: viste sulla letteratura e le arti nonché la collana di narrativa di qualità Novevolt. Fondatore del progetto d’arte contemporanea Forward, per anni regista e drammaturgo (finalista Premio Riccione 2007), è stato ricercatore della Universidad Nacional Autónoma de México. Attualmente è coordinatore artistico del festival di scrittori italiani e americani in dialogo The Writers’ Season / La Stagione degli Scrittori. Insegna letteratura italiana alla New York University e in altre università americane a Firenze.

L’incontro è realizzato in collaborazione con Logo (2).jpg

info: lesbouquinistes@libero.it oppure 05731780084

Una perfetta geometria

Mi sono divertita a leggere Una perfetta geometria di Giorgio Serafini Prosperi, pubblicato da NN nel giugno scorso.

una-perfetta-geometriaÈ un giallo e a me i gialli piacciono ma è anche qualcos’altro. Non è tanto sapere il chi ha fatto cosa che ci interessa, ma semplicemente seguire il personaggio principale, un ex commissario (e le due lettere di “ex” racchiudono già una storia che non ci è stata ancora raccontata), che da sei anni si trova in purgatorio ovvero in un gruppo di riabilitazione per ex (ancora questa parola) dipendenti da cibo.

Le esche perché il lettore resti intrappolato ci sono davvero tutte: un personaggio che ha toccato il fondo e che sta tentando di risalire, lentamente, cercando di non perdere un equilibrio che ha raggiunto tra enormi difficoltà, la telefonata della donna del suo passato – la sua ex (ancora questa parola) – che gli chiede aiuto, proprio quella donna che lo aveva lasciato in fondo al baratro, una setta religiosa, un partito politico e Roma piena di personaggi – alcuni più importanti altri meno – che animano e colorano l’intero romanzo e, non ultima, un’appassionata storia d’amore.

 
image_book.jpgC’è un mondo nel romanzo di Serafini Prosperi. Il nostro. Tra malcostume e idiosincrasie. Momenti di dolcezza e di totale perdizione. Di passione e disperazione. E l’incedere, comunque.

Un bel romanzo, scritto con eleganza, disseminato di brevi descrizioni sulle quali ci si sofferma volentieri che ricordano i piccoli riti quotidiani di ognuno di noi, citazioni che illuminano il lettore che le riconosce come omaggi appartenenti ad altri scrittori che lo affratellano con l’autore.

Il nostro mondo, dicevo, descritto da uno sguardo lucido ma anche romantico.

Giorgio Serafini Prosperi, Una perfetta geometria, NN editore, 2016

Elena Zucconi

Come l’incipit di Tolstoj

Mi ha colpito fin dal titolo, l’esordio di Simone Giorgi. Chi non pensa immediatamente all’incipit di Anna Karenina? È talmente famoso, che il titolo del romanzo non può che saltare agli occhi e colpire in pieno petto sia chi, come me, ha amato e ama il romanzo di Lev Tolstoj visceralmente sia chi, forse, non lo ha mai letto ma ne ha sicuramente sentito parlare.

01-giorgi-a4-a001Sarà poi vero che tutte le famiglie felici si assomiglino fra loro? Simone Giorgi compie un esperimento, quasi da laboratorio scientifico: isola un giorno, il 12 dicembre 2003, un giorno come un altro, nella vita di una delle cosiddette “famiglie normali” quelle da campione demoscopico: padre, madre, due figli, una femmina e un maschio. Sì, perché Eleonora è la più grande (chi vuole una bella famiglia cominci dalla figlia, recita un proverbio) e Stefano le è più piccolo di quattro anni. Non sono ricchi ma non hanno problemi economici.

I figli sono entrambi adolescenti e, per chi ha buona memoria della propria gioventù o ha figli di quell’età, sa bene che all’interno di quella famiglia è possibile, anzi, è altamente probabile, si trovi una bomba senza sicura, intoccabile e irremovibile, se si usa un linguaggio prettamente militare.

E di quel preciso giorno, Simone Giorgi, narratore onnisciente, voyer dallo sguardo lucido e disincantato che immagino dietro a una telecamera, racconta tutto ciò che accade.

lultima-famiglia-feliceRiesce a creare pathos descrivendo un’apparente normalità, infonde un senso di disagio che non si placa mai. Mi sembra che l’autore imponga al lettore una continua attenzione, come se fosse lui in prima persona, il lettore, a dover maneggiare quella bomba di cui parlavamo.

La scrittura di Simone Giorgi è evocativa. A me, ha fatto pensare a un vecchio film di Nanni Moretti, La stanza del figlio, un altro lucido ritratto di una famiglia normale e ancora, restando sempre nel mondo del cinema, a un regista che amo molto, Krzysztof Kieślowski, il suo sguardo dietro la macchina da presa mi sembra che traduca il mondo in pura poesia.

Simone Giorgi, L’ultima famiglia felice, Einaudi 2016.

Elena Zucconi

Epilogo

782604179-palermo-kutsche-stadtleben-innenstadt.jpgIeri, mentre percorrevo via M., ho perso una gamba. Stranamente sul momento non ho avvertito alcun dolore, solo un fastidio e una spiacevole sensazione di prurito. Ricordo unicamente la perdita d’equilibrio e la caduta, subito dopo. Due ragazzi che facevano la mia stessa strada, molto gentilmente mi hanno aiutato ad alzarmi e di peso mi hanno accompagnato a casa, lasciando la mia gamba sul marciapiede.

Mi chiedo, sinceramente, che fine possa aver fatto. Forse se la sarà mangiata un cane, oppure una volta iniziata la decomposizione, i vermi cominceranno ad invaderne, a migliaia, i resti marcescenti. Non ho perso sangue, curiosamente.

Arrivati a casa, quei giovani mi hanno gentilmente deposto sul letto e in pochi minuti ho preso sonno. Devono essersene andati quasi subito, dato che quando mi sono svegliato, meno di cinque minuti più tardi, di loro non c’era più traccia. Con mia grande sorpresa mi sono accorto di aver perso anche l’altra gamba e il braccio destro, durante quel breve sonno. PAY-Police-were-called-in-after-shocked-walkers-reported-seeing-this-severed-LEG-floating-in-the-river-1.jpgQuesto mi secca, perché col destro sono abituato a compiere tutte le operazioni essenziali alla mia sopravvivenza. Da bambino, è vero, ero mancino, come mi ha raccontato molte volte mia madre, ma le suore, da cui sono stato educato, pretesero di correggere in me quello che per loro era un difetto. Ciò che mi è sempre parso strano è che quelle suore apparentemente umili potessero pretendere di correggere ciò che Dio aveva stabilito per me. Questo salvo ritenere che fosse stato il diavolo a rendermi mancino, anche se non saprei immaginare come e perché. Nel corso delle ore ho perso anche il braccio sinistro e un orecchio, forse il destro, anche se non ricordo bene, vista la spossatezza che tali perdite mi hanno indotto. Di me, all’ora di cena, non rimaneva che un tronco, con il cranio privo delle orecchie. La mandibola l’ho persa intorno alle 23. Alle 23.45 l’occhio sinistro e pochi minuti dopo l’altro. Nel giro di due ore, di me non era rimasto altro che una macchia di unto sul lenzuolo. Tornata a casa, come sua abitudine, mia moglie ha disfatto il letto e messo in moto la lavatrice. Pochi istanti più tardi di me non rimaneva altro che un ricordo, la sensazione fastidiosa di una mancanza.

Sergio Salabelle

Tempo senza scelte

Lunedì 23 gennaio alle 18 alla libreria indipendente Les Bouquinistes – via dei Cancellieri, 5 a Pistoia – per il ciclo di Il dolce rumore della vita promosso da Isole nel SaperePaolo Di Paolo ci racconterà del suo saggio, Tempo senza scelteEinaudi, 2016. Insieme all’autore, Giuseppe Grattacaso.

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Tempo senza scelte, Einaudi 2016. Un uomo «sempre presente a sé stesso, sempre domatore, che non s’arresta di fronte a nulla», capace di agire con coscienza e di non arrendersi alle allucinazioni collettive. A questo tipo morale si riferiva il «giovane prodigioso» Piero Gobetti, in lotta con il suo tempo. Per esplorare lo spazio della scelta, del dubbio etico, della costruzione di sé come individui, questo libro interroga storie di esseri umani di fronte a un bivio. Giovani temerari nella realtà e nel mito, figure della filosofia e della grande letteratura alle prese con decisioni radicali, estremiste, e soprattutto durevoli. Dagli interrogativi di Kierkegaard al «no» perentorio di un personaggio di Melville, da un Benjamin pressato dall’orologio della Storia a un Calvino in cerca di una strada coerente, il corpo a corpo con la propria identità appare senza uscita. E oggi? L’identità «allargata» e «aggiornabile» si traduce in un desiderio di vivere su piú fronti insieme, perché scegliere davvero comporterebbe rischi e rinunce. Ma forse in ogni tempo c’è una via piú difficile e impervia, per arrivare a essere, come voleva Gobetti, «sé stessi dappertutto».

Paolo Di Paolo (1983) è autore dei romanzi Dove eravate tutti (2011, Premio Mondello), Mandami tanta vita(2013, finalista al Premio Strega, vincitore del Premio Salerno Libro d’Europa e del Premio Fiesole) e Una storia quasi solo d’amore (2016). Per Einaudi ha pubblicato Tempo senza scelte (Vele, 2016).

info: lesbouquinistes@libero.it oppure 3287432522