Sconclusione

sconclusioneHo cominciato a cercare Sconclusione molto prima di diventare libraio. L’aveva pubblicato Rizzoli nel 1976 e quando mi avvicinai per la prima volta alla scrittura delirante di Giorgio Manganelli, era ormai fuori catalogo ed introvabile da tempo. Fino a non moltissimi anni fa era ancora possibile imbattersi nei libri di questo scrittore tra gli scaffali delle librerie remainders. Questo prima che Adelphi cominciasse a rimetterli in giro nelle nuove edizioni. Sconclusione, invece, non saltava mai fuori. Forse anche al momento della sua prima edizione non aveva circolato molto e le copie stampate devono essere state poche. È comprensibile. Probabilmente oggi non sarebbe nemmeno possibile trovare un editore disposto a pubblicare un testo come quello. Ecco l’incipit:
Con calma, lentamente, rimisi mio padre nel cassetto. “Non mi lasci mai fuori la sera” si lamentò, con quel suo fare cruccioso e villano, che per un istante mi diede fantasia di stritolarlo pian piano nella mano, farmene colare il sangue di pipistrello per le mani. Gli risposi con calma; da piccolo, ho studiato con i Fratelli Cristiani.
“Lo sai che ti fa male”. Tacqui. “Sei vecchio”, aggiunsi affettuosamente, “presto sarai morto comunque; allora ti metteremo a putrefarti sugli alberi, tra le belle foglie dell’ippocastano”.
“Sì, tel chi l’ippocastano!” disse mio padre con quella sua voce milanese, odiosa e codarda. “Anche l’altra volta me l’avevi promesso, poi me l’hai messo nel culo, l’ippocastano”.
Rabbrividii. Quando avevamo circa la stessa età, ma io ero insieme più forte e più incauto perché ero morto un minor numero di volte, spesso mi accadeva di percuotere selvaggiamente mio padre per ore, con cinghie, bastoni, grossi chiodi, vetri rotti, specialmente sulle gengive e sui genitali, che egli ha grandissimi, e che ama dipingersi in modo esibizionistico. Lo picchiavo perché bestemmiava, facendo soffrire mia madre e, in breve, tutto il suo discorso non era che un turpiloquio immondo, tanto che districare il senso da quel suo orrendo vaniloquio era impresa angosciosa. Feci, sperma, Dio, orina, empietà da suburra accerchiavano qualunque sua frase, anche povera e inetta.

Commenta lo scrittore Ermanno Cavazzoni: «Ecco la meraviglia della parola; apprezzo Manganelli proprio per la meraviglia ad ogni riga, quando lo si legge; resto sempre stupefatto di come gli escano queste contaminazioni, veri e propri deliri, che gli prendono la mano e lo portano non sa neanche lui dove. Cos’altro possiamo fare?».

Ora, dopo tanti anni, come per caso, è comparso il libro. L’ha trovato Elena, che nelle ricerche è inarrivabile. Sconclusione è in libreria. L’ho piazzato in vetrina. È in vendita. Chi sarà il fortunato acquirente di questo introvabile delirio?

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