Forse sono pazza

double-indemnity-title-stillLa morte paga doppio uscì per la prima volta su «Liberty», un pulp magazine dell’epoca, – una rivista economica che perlopiù pubblicava racconti a puntate – tra il febbraio e l’aprile del 1936. La leggenda racconta che poche settimane dopo Joe Sistrom, un produttore della Paramount entrò nell’ufficio di Billy Wilder esortandolo a leggere subito quel «thriller su una donna che uccide suo marito per riscuotere l’assicurazione» e che Billy Wilder divorò il romanzo in cinquantotto minuti contro le due ore, cinquanta minuti e sette secondi indicati dalla rivista come tempo necessario alla lettura.

Da quell’episodio sarebbe nato, otto anni dopo, nel 1944, il film La fiamma del peccato per la regia, appunto di Billy Wilder, con Barbara Stanwyck e Fred MacMurray.

Si parla di un libro dunque, ma anche di un film strepitoso tanto che a volte è difficile separare i due. Basti pensare che Adelphi mette in copertina un’inquadratura del film di Wilder, rendendo, insieme al libro, un doppio omaggio al noir del quale, libro e film, rappresentano l’archetipo.

La trama è strepitosa. Siamo alla fine degli anni trenta a Hollywood. Walter Huff si ferma da un cliente per ricordargli la scadenza dell’assicurazione dell’auto. Lui non c’è, ma incontra la moglie, Phyllis Nirdlinger, e ne rimane affascinato, addirittura folgorato, in qualche modo ne diventa succube tanto che insieme a lei progetterà un piano per far sottoscrivere al marito un’assicurazione sulla vita e di assassinarlo per riscuotere il premio. L’idea è di inscenare un incidente talmente infrequente – un incidente ferroviario – da garantire ai beneficiari una “doppia indennità” (da cui il titolo originale del romanzo).

Lavorando nelle assicurazioni, Huff conosce tutti i trucchi del mestiere e si ingegna a creare un omicidio perfetto studiando tutto nei minimi dettagli, non solo per farla franca nei confronti della giustizia, ma anche per fregare l’assicurazione presso la quale lavora. Ma subito dopo l’assassinio la tensione diventa insostenibile. Huff non ha tenuto conto dell’ambiguità e del carattere della sua complice, né del fiuto e della tenacia del suo collega, l’antipatico Barton Keyes, capo dell’Ufficio Liquidazioni della compagnia («È grosso, grasso e bizzoso, e per giunta teorizza, e a stargli appresso ti viene il mal di testa, ma nel suo settore non c’è chi lo batta in tutta la Costa, ed era di lui che avevo paura») e che, mettendolo a parte di tutti i suoi dubbi, delle sue indagini e delle sue intuizioni crea una continua e crudele tortura psicologica alla quale il protagonista del nostro racconto resiste con enormi difficoltà. E il lettore non può che continuare a leggere, così come fece Billy Wilder più di settant’anni fa, simpatizzando, incredibile a dirlo, con l’assassino.

I personaggi di questo romanzo sono pochi e questo ci aiuta moltissimo nel seguire attentamente la trama. Sappiamo subito di chi si sta parlando, cosa rappresenta nella storia e le peculiarità del suo carattere. In questo siamo aiutati moltissimo anche dai dialoghi che ci fanno ascoltare le diverse voci che compongono il romanzo in prima persona. A Phyllis, la dark lady per antonomasia («Forse sono pazza. Ma in me c’è qualcosa che ama la morte. A volte mi vedo come la morte.»), che rappresenta il lato oscuro e cinico del protagonista Huff, si contrappone la dolce e nervosa Lola, figlia della vittima, solare, ingenua e buona, il cui istinto la porterà ad innamorarsi di Nino Sachetti altro personaggio di contorno la cui ambiguità verrà risolta solo alla fine. E ovviamente poi c’è Keyes… il rigore, la morale, una sorta di coscienza con la quale è inevitabile fare i conti.

Il romanzo è teso, perfetto; senza sbavature e sorretto da uno stile limpido e immediato che concede grandi spazi al dialogo con una trama per nulla banale o scontata. Colpisce l’attenzione e la cura con cui Cain ha delineato i particolari dell’organizzazione dell’omicidio, come se anche il lettore fosse parte in causa e gli spettasse un qualche ruolo all’interno del piano.

L’impostazione complessiva data al romanzo dall’autore si presta con facilità alla già citata trasposizione cinematografica. Sono ben evidenti alla lettura le suddivisioni marcate delle scene, le minuziose descrizioni degli ambienti, (Billy Wilder rimase affascinato dalla descrizione del salotto di casa Nirdlinger tanto da riproporla nell’immagine cinematografica e da aggiungerci la polvere che si vede volare nel sole nei pomeriggi afosi), nei botta e risposta spesso rapidi ed efficaci. Cain si fa ispirare da una storia vera (e quante ce ne sono di simili!), trasportandola con apparente semplicità ed immediatezza sulla pagina scritta.

Pur nella sua brevità – nella edizione de gli Adelphi sono 128 pagine – La morte paga doppio avvince il lettore e lo appassiona facendogli provare sentimenti contrastanti per tutti i personaggi. Di sicuro non è il numero di pagine a fare un buon libro, ma la capacità di coinvolgere, di stupire e di appassionare il proprio lettore.

Forse un’altra coincidenza, ma secondo Billy Wilder una buona sceneggiatura doveva essere composta da circa 130 pagine.

Un’ultima frase di Walter Huff che suona un po’ come un epitaffio: «Avevo ucciso un uomo, per soldi e per una donna. Non avevo i soldi e non avevo la donna.» e forse, alla fine della storia, non desiderava più nessuno dei due!

La morte paga doppio, James M. Cain

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