L’uomo che non c’era

 

coenIl pretesto narrativo per questo loro film, viene  offerto ai fratelli Coen da un’incursione nel noir, il cinema di genere forse più frequentato, citato, parodiato, amato dell’intera storia del cinema. Solo per accennare a qualche titolo, Tirate sul pianista di François Truffaut (1960), Chinatown di Roman Polansky (1974), Hammett di Wim Wenders (1983), Misterioso omicidio a Manhattan di Woody Allen (1993), ma anche film meno autoriali come Il mistero del cadavere scomparso di Carl Reiner (1989), citazione allo stato puro, oppure Occhio indiscreto di Howard Franklin (1992). Il motivo della lunga persistenza di questo genere (non si dimentichi il confronto faccia a faccia tra Jean-Paul Belmondo e l’icona del cinema noir Humphrey Bogart in Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard) risiede indubbiamente nella forte derivazione cinematografica della narrativa poliziesca e investigativa degli anni trenta e quaranta (da Hammett a Chandler, da Cain alla Highsmith fino ai tanti autori minori o meno noti che affollano la série noire) di cui spesso questi film sono figli, ma risiede anche in una particolarità tipica di questo genere, ossia quella di avere come centro della vicenda un personaggio parzialmente, e spesso totalmente, antieroico, assolutamente incapace di gestire l’evolversi di quelle vicende in cui sembra incorrere quasi per caso e in maniera del tutto involontaria. Ed Crane, aiuto barbiere nella bottega di suo cognato, sembra essere l’emblema stesso della nullità. La sua vita scorre lenta come il fumo delle cento sigarette sempre accese. Ha imparato quei tre, quattro tagli che gli occorrono per fare bene il proprio lavoro e questo sembra essere sufficiente a lui e a sua moglie. Non se la passa poi così male Ed, con la sua casetta e lo scorrere immutabile dei giorni. È uno che parla poco, non gli piace uscire né vedere gente, ma non si oppone quando Doris ha preso un impegno. Un giorno poi quella che ad Ed sembra essere l’occasione della vita varca la soglia della bottega sotto le sembianze di un corpulento forestiero. Il futuro è il lavasecco. Nessuno sforzo, nessun impegno, salvo diecimila dollari. Cominciano qui per il taciturno protagonista le numerose svolte che lo porteranno alla rovina.
In un’anonima provincia americana, sul finire degli anni quaranta, i fratelli Coen costruiscono un mondo misero e privo di attrattive, corrotto e finto fin nei minimi dettagli, come la folta capigliatura di Creighton Tolliver che altro non è se non un volgare parrucchino. Tutti sembrano nascondere un segreto, tutti hanno dentro di sé una realtà diversa da quella che vogliono far apparire. In mezzo a loro Ed Crane, con il suo spolverino e la sua faccia che sembra veramente rubata ad un noir di sessant’anni fa. Un uomo grigio (come grigi sono i colori della splendida fotografia in b/n di Roger Deakins) si trova invischiato in una storia ben più grande di lui. Come l’assicuratore di Double Indemnity, Ed subisce ciò che il destino ha in serbo per lui. Ma il suo sogno è ancora più misero di un premio assicurativo, è il lavasecco. Fregato dalla sorte ancora una volta, il barbiere finirà male. Una serie di reazioni a catena che sembrano non arrestarsi mai finiscono per travolgere la sua esistenza e quella delle persone che lo circondano, non diversamente da quello che era successo in Fargo, dove un altrettanto strampalata idea per fare i soldi porterà alla rovina definitiva un venditore di auto già sull’orlo del fallimento. La forma oggettiva del racconto viene, paradossalmente, ad essere esasperata dalla narrazione soggettiva del protagonista. Come nel più classico dei noir d’anteguerra è la voce fuori campo di Ed a render conto degli eventi. Narratore onnisciente come nessun altro, neppure il barbiere, però, è in grado di parteggiare per se stesso e i fatti sono esposti crudamente, con un linguaggio freddo e privo di partecipazione emotiva, quasi fosse una parte terza a riferire l’accaduto. E’ impossibile non pensare qui al folgorante incipit de La fiamma del peccato, a quella frase che è insieme confessione di un crimine commesso e ammissione di un fallimento totale: «L’ho ucciso per i soldi e per una donna. Non ho avuto i soldi. E non ho avuto la donna.». È in questa frase, che viene da lontano, da un film del 1944 che è l’archetipo di un cinema della crudeltà nato e vissuto nella provincia americana, è qui che i fratelli Coen devono aver trovato l’ispirazione per collocare temi che sono loro da sempre, in un contesto stilistico ben determinato. L’ironia cinica e distaccata, il falso e la doppiezza, la vita come susseguirsi di eventi casuali, il destino come assurdo evolversi di fatti incomprensibili cui i protagonisti non sanno far fronte adeguatamente, sono tutti temi appartenenti al genere, ma sono anche, da sempre, i temi del cinema dei Coen, di cui questo film, in un certo qual modo, può essere considerato la somma.

 

 

 

L’uomo che non c’era (The Man Who Wasn’t There, USA 2001, b/n, 1h55’)
Regia: Joel Coen. Sceneggiatura: Ethan Coen e Joel Coen. Fotografia: Roger Deakins. Musiche: Carter Burwell. Montaggio: Tricia Cooke. Produzione: Tim Bevan, John Cameron, Ethan Coen, Eric Fellner, Robert Graf. Interpreti: Billy Bob Thornton (Ed Crane), Frances McDormand (Doris Crane), Michael Badalucco (Frank), James Gandolfi (Big Dave), Katherine Borowitz (Ann Nirdlinger), Jon Polito (Creighton Tolliver), Scarlett Johansson (Birdy Abundas), Richard Jenkins (Walter Abundas), Tony Shalhoub (Freddy Riedenschneider), Christopher Kriesa (Persky), Brian Haley (Krebs) Jack McGee (Burns), Alan Fudge (Diedrickson), Lilyan Chauvin (Medium)

 

 

 

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