Quando a Pistoia le case erano chiuse

Quando a Pistoiadi Grazia Villani

Edizioni Can Bianco

Titolo e copertina svelano spesso la trama del libro che si va a leggere e, anche in questo caso, il titolo è la miglior introduzione al saggio di Grazia Villani.

Se questo non fosse ancora sufficiente, ci pensa poi la bella copertina dell’artista pistoiese Nicola Nunziati con il suo dipinto “La Tomba di Pistoia”, un richiamo tipicamente locale a quella che era la strada dei bordelli, con la sua personalissima Olympia in attesa… non sta ricevendo dei fiori dalla domestica di colore, ma vicino alla sua alcova ci sono un paio di scarponi decisamente maschili…

Sesso e amore sono entrambi racchiusi in queste pagine. Il primo inteso come prestazione a pagamento regolamentata dallo stato fino a che la legge Merlin non vi porrà fine – il secondo, è invece l’amore di chi guarda alla propria città da lontano sentendone una forte mancanza.

Quando a Pistoia le case erano chiuse, è un saggio molto accurato che ci dona uno spaccato di circa 100 anni, dall’emanazione del “Regolamento del servizio di sorveglianza sulla prostituzione” del 01.04.1860, fino ai giorni nostri, o quasi.

Nel XXI secolo fa quasi sorridere la pruderie del passato sull’argomento, dalle circonlocuzioni usate per le regolamentazioni sulle case chiuse alle testimonianze di vario genere raccolte dall’autrice.

Questo libro racchiude in sé la possibilità di essere letto in modi diversi con chiavi di lettura anche molto distanti tra loro. Certo, c’è l’aspetto sociale, l’emarginazione e la dura discriminazione che subivano le prostitute, la vita durissima che le attendeva, ma c’è anche l’aspetto di costume, che riguarda la nostra società di non così tanto tempo fa, ma della quale si sa pochissimo. Non se ne parla nei libri di scuola e ci sono racconti che non si possono tramandare da padre in figlio o, ancor meno, da madre in figlia.

Aleggia intorno ai bordelli del passato un alone magico e nostalgico da parte degli uomini, ormai di una certa età, che li frequentavano e forse quell’atmosfera di gioventù e trasgressione ha contagiato anche chi pensa che le donne che vi lavoravano avessero una loro indipendenza, che lavorando nelle case chiuse vivessero un albore di emancipazione, ma non era certo così. Si ribadisce nel saggio come l’emancipazione femminile debba moltissimo alla senatrice Lina Merlin.

Il libro è avvincente, soprattutto per i pistoiesi dato che la loro è la “città campione” fatta rivivere con documenti dell’epoca e con testimonianze reali raccolte dall’autrice.

Insomma questo testo è un saggio serio, ben congegnato che mescola regolamenti dal tono più che ufficiale a testimonianze quasi buffe nella loro trascorsa drammaticità tanto da strappare al lettore molti sorrisi ma anche altrettante riflessioni.

Termino con una frase tratta da L’uomo che amava le donne di François Truffaut:

«Il suo lavoro ha un valore preciso. È una testimonianza delle relazioni uomo donna nel XX secolo.»

Elena Zucconi

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