Il nostro blog

Questo piccolo blog è stato seguito, quest’anno, più di quanto credevamo! Grazie alle persone amiche che lo hanno fatto e a quelle che lo faranno nel 2016!

Buon anno dalla libreria indipendente Les Bouquinistes e da Elena e Sergio (che siamo noi!)

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 5.500 volte nel 2015. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 5 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

L’uomo col cane

tumblr_lfz960STHM1qaze3do1_1280Viene a trovarmi circa una volta al mese, con Tolstoj. L’ha preso al canile e non è certo di razza. Io lo chiamo l’uomo col cane perché non ho idea del suo nome. Non credo che venga per comprare. Non è questo l’importante per lui. Data l’età (è un uomo molto anziano), sono certo che sia un pensionato, ma non ho idea di quale sia stato il suo lavoro. Durante tutto l’inverno indossa sempre lo stesso cappotto. Verde scuro, lungo sotto il ginocchio. Quello che facciamo di solito è parlare. Parliamo di tutto. In realtà è lui che parla e io lo ascolto, volentieri. Forse ha solo bisogno di qualcuno che faccia questo per lui. I suoi argomenti preferiti sono naturalmente la letteratura e i libri, quelli che ha letto nella sua vita di lettore (l’espressione è sua) e quelli che ha letto dall’ultima volta che ci siamo visti. Ignoro se abbia moglie o dei figli. Non parla mai della sua vita privata. Non so neppure dove abiti, anche se ho sempre pensato che vivesse in centro e per questo portasse il cane a passeggio dalle parti della libreria. Si trattiene sempre non più di mezz’ora poi, quando sta per andarsene, si gira verso di me, mi sorride: «Il libro – mi dice – dimenticavo di prendermi un libro da leggere». È sicuramente un uomo di cultura, ha letto molto. Soprattutto classici. Il suo preferito è, naturalmente, Lev Tolstoj ma adora Dostojevski e Kafka, Dickens e Hugo. Non segue per nulla la letteratura di oggi e io lo consiglio volentieri. Spesso, se leggo un libro che penso possa piacergli, lo segno sulla mia agendina e accanto al titolo scrivo: uomo col cane. Gli ho fatto conoscere negli anni molti scrittori e poeti che amo e lui è sempre sincero e onesto nel commentarli dopo averli letti. Non me ne parla bene per compiacermi, è evidente. Se a volte capita che il mio consiglio non si sia rivelato azzeccato, non ha remore nel dirmelo. Ma è capace di argomentare, di farmi partecipare alle sue perplessità. Legge tutto e arriva sempre fino in fondo. Non accetta di lasciare un libro a metà. Questo neppure se quel libro in particolare lo detesta. Devo dire che con un cliente come lui, la soddisfazione è massima. Se il libro gli è piaciuto, se lo ha trovato “affascinante” – è questo un termine che usa spesso – non sarà avaro di complimenti nei miei confronti. A volte mi imbarazza, ma so che è onesto e questo mi riempie di gioia.

Oliver SacksL’ultima volta che è venuto, abbiamo parlato di Oliver Sacks. Era stato lui a chiedermi notizie del neurologo scomparso poche settimane prima. Io, che ho sempre amato questo fantastico scrittore-scienziato, mi sono subito lasciato coinvolgere e volentieri gli ho raccontato chi fosse e di quali magnifiche cose fosse stato capace di mettere in atto nel corso della sua vita. Tra i libri che avevo in libreria, ho consigliato al mio amico L‘uomo che scambiò sua moglie per un cappello, che è stato il primo pubblicato in Italia da Adelphi e anche il primo che io abbia letto. «Le storie contenute in questo libro – gli ho detto – sono raccontate così bene che sembrano essere uscite dalla fantasia di un grande scrittore, mentre invece sono la relazione di fatti accaduti veramente ad opera di un medico che era anche un eccellente narratore». L’uomo col cane mi ha ringraziato, ha preso il suo libro ed è uscito. Non l’ho più rivisto.

Qualche giorno fa, come ogni volta che entra in libreria, la porta si è aperta e Tolstoj ha fatto il suo ingresso. Come sempre l’ho riempito di carezze e gli ho dato un biscotto, che tengo sempre in un barattolo per lui. Ho pensato fosse venuto a farmi gli auguri di Natale, ma l’uomo col cane non c’era. Ad accompagnarlo, questa volta, c’era una graziosa e giovane ragazza dai capelli lunghi. Mi ha detto che l’uomo col cane è morto, pochi giorni fa. È stata una cosa improvvisa. Nonostante l’età era in buona salute. Porgendomi il libro di Sacks mi ha detto «Ha appena fatto in tempo a finirlo. Vorrei che gli desse un’occhiata». L’ho aperto. Sul segnalibro che gli avevo dato, una frase: «Ringraziare il libraio. Consiglio perfetto». Ma quello che mi ha colpito maggiormente, è l’interno del libro. Non amo quelli segnati o annotati. Io non lo faccio e ho per loro un rispetto quasi sacrale, ma quella copia era talmente piena di note, di considerazioni e riflessioni che mi è sembrato che l’uomo col cane avesse arricchito quel libro mettendoci tutto sé stesso e creando un’opera d’arte personale coloratissima e magnifica. Confesso che mi sono un po’ commosso, vedendo per la prima volta la sua scrittura minuta ed elegante. La ragazza, che mi ha detto di essere sua nipote, mi ha raccontato alcune cose su l’uomo col cane. Sulla sua famiglia, sul suo lavoro e i suoi amici.

L’unica cosa che ho preferito non sapere è il suo nome. Quel signore a cui piaceva parlare di libri e di letteratura, io l’ho conosciuto così e vorrei che rimanesse sempre per me l’uomo col cane.

Sergio Salabelle

Un incomprensibile equivoco

grande scrittoreIginio Collagrossi è mio cugino. Tutti lo conoscono e sanno che è un grande scrittore, forse il maggiore tra gli italiani viventi. Ha ricevuto nel corso della sua carriera ormai quasi trentennale (ha oggi sessantadue anni compiuti) molti riconoscimenti, anche internazionali. Deve tanta della sua fama all’attenzione della critica più esigente, che non ha mancato di fargli sentire il proprio appoggio e la stima che un artista come mio cugino merita. Come dicevo, le sue doti, col tempo, gli hanno fatto meritare i premi più prestigiosi (non li elenco qui perché sono certo che chiunque segua la cronaca letteraria dei principali quotidiani sia già pienamente informato) e si dice che più di una volta il suo nome sia finito nella rosa ristretta del Nobel. Finalmente, dopo un’iniziale diffidenza, anche il pubblico sembra essersi accorto della sua grandezza. In breve le sue opere sono diventate il centro di dibattiti e conversazioni, tavole rotonde ed elzeviri. Più di un regista si è fatto avanti per dimostrare il proprio interesse, ma Iginio Collagrossi è scettico e teme che la sua opera, trasposta in forma cinematografica possa essere in qualche misura tradita o, addirittura, intellettualmente svenduta. È per questo e non certo per un senso di superiorità o di arroganza che non ha fin qui accettato le proposte che sono arrivate.

Recentemente, durante un breve soggiorno a Parigi, ho scoperto che la capitale francese letteralmente lo adora e le televisioni fanno a gara per intervistarlo. La prestigiosissima rivista Le Magazine Littéraire (le journal des livres et des écrivains) gli ha dedicato una copertina alcuni mesi fa e un’ampia monografia.

Tutto questo mi rende felice e mi riempie di orgoglio ma ha per me dell’incredibile. Bisogna infatti ricordare che mio cugino, ad oggi, non ha ancora scritto un bel niente. Non una sola riga che giustifichi giudizi tanto lusinghieri sulla sua opera. Un’opera, di fatto, inconsistente, priva di concretezza, dalla struttura direi evanescente. Eppure, inspiegabilmente, almeno per me, la critica ha sempre trovato in lui un geniale senso della narrazione, trasformando quelli che io vedevo come elementi negativi in punti di forza, a suo vantaggio. Ad esempio, il fatto che mio cugino Iginio Collagrossi sia totalmente analfabeta, a parere dei critici, rende la qualità della sua scrittura ancora più rara e preziosa.

5401d4a553a8e12bc5c93a34a3ed1fbbSi chiedeva provocatoriamente, alcuni anni fa, dalle pagine di una notissima rivista il decano dei critici italiani: «come può un analfabeta che non ha mai scritto nemmeno una riga essere il più grande scrittore italiano? È proprio qui – continuava – che risiede, a mio avviso, il mistero della sua arte. È il vuoto (il vacuus che i latini intendevano come assoluta mancanza di materia) creato dalla sua scrittura che lo pone ai vertici della narrativa post novecentesca». Il mio stupore e la mia incredulità sono aumentati quando mio cugino ha iniziato ad essere tradotto nelle principali lingue del mondo. Jean Claude Balestra, il notissimo saggista e scrittore francese, ha detto di lui: «Benché sia stata per decenni considerata intraducibile, l’opera di Collagrossi assume in francese una colorazione e una corposità inedite fino ad ora, questo grazie anche alla traduzione di Lise Vagheggi. (…) Ai vuoti collagrossiani si affianca un horror vacui in grado di riempire di senso la sua totale assenza narrativa».

il_fullxfull.342043791Non fraintendetemi. Vi prego di credere che quanto sto per scrivere non è dettato né da animosità (voglio sinceramente bene a mio cugino e ne apprezzo molti aspetti, anche privati) né da invidia (non nutro alcun tipo di velleità letteraria e gli augurerei, se la meritasse, ben più della fortuna che ha) ma temo vi sia un certo fraintendimento che, nessuno di noi, in famiglia, riesce a giustificare, primo fra tutti il diretto interessato. Mi sono preso la briga di intervenire in questa sede per far conoscere il pensiero della mia famiglia e dei suoi amici più cari: Iginio Collagrossi non è propriamente un grande scrittore. Anzi, se proprio dovessi servirmi di un termine che possa adeguatamente descriverlo, pur ringraziando quanti hanno voluto vedere in lui un intellettuale di prima grandezza, direi che Iginio Collagrossi, mio cugino, è semplicemente un cretino. Nient’altro. Credete a me che lo conosco da sempre.

Sergio Salabelle

Vite efferate di papi – Incontro con Dino Baldi

 

Un vecchio artigiano

fabbricaDi recente ho scoperto l’esistenza di un vecchio artigiano – me ne ha parlato un amico – uno di quelli la cui arte sta scomparendo. Vive in una casa laboratorio nei pressi di un vecchio borgo che si trova qui vicino e mercoledì scorso, dopo avergli telefonato, mi son deciso ad andarlo a trovare. Prima di partire, l’ho chiamato un’ultima volta, perché mi desse, con chiarezza, le indicazioni necessarie per raggiungere la sua bottega. «La strada – mi ha detto, con una voce che percepivo lontana – è di quelle un po’ defilate, che salgono su per i monti, una di quelle che si percorrono solo se di deve venire a trovare qualcuno che abita in queste zone». Oltrepassato il borgo, ho viaggiato per almeno una ventina di chilometri lungo una specie di vecchia mulattiera tutta curve. Io che non sono abituato a quelle strade ho avuto qualche difficoltà. Credo di essermi perso almeno due volte. Sono arrivato alla casa di Amos Calci verso le tre e mezza. Era una bella giornata piena di luce e l’uomo mi aspettava fuori, nel grande spiazzo un tempo dedicato al carico e scarico delle merci, forse preoccupato per il mio lieve ritardo. Come avevo immaginato si tratta di un uomo piuttosto anziano (direi tra i settantacinque e gli ottant’anni) ma in perfetta forma. La pelle è molto chiara, quasi trasparente. «Non posso stare a lungo sotto il sole – mi dice mostrandomi il volto coperto da una crema protettiva – l’abitudine a stare sempre in bottega, al buio, mi ha tolto ogni vitalità». Mi stringe la mano che sento fredda. La pelle è ruvida, come quella di chi ha lavorato molto nel corso della propria vita. «Oggi vede questo piccolo laboratorio. Siamo solo io e mio figlio Gianni, che è pure un po’ rintronato. Mi creda, i bei tempi sono andati. E noi cerchiamo di arrabattarci come possiamo. Io lo faccio per lui, per Gianni. Altrimenti me ne sarei già andato in pensione. Pensi che le marchette le ho tutte pagate…».

Amos mi guarda un po’ sconsolato, con l’aria che può avere solo chi ha conosciuto tempi migliori. «Ma non è tanto quello, sa? È la dignità del lavoro che se sta andando.»

Amos è uno degli ultimi scrittori rimasti. Sul tavolo del suo laboratorio oggetti ormai dimenticati, con nomi dal sapore antico: penna, matita, gomma, quaderno, macchina per scrivere.

2de2c3aaeadac0fd4c2045e55625d3aa«Venga, venga – mi fa strada lungo i corridoi del laboratorio – qui lei doveva venire quindici, venti anni fa. Avevo otto operai e nonostante questo, lavoravamo anche dieci, dodici ore al giorno. Pensi che qui sfornavamo anche cinque, sei romanzi a settimana. E tutti best sellers, mi creda. Adesso, è grassa se ne facciamo uno al mese. Si rende conto?».

Ovunque risme di carta ingiallita ricordano il tempo andato. «Anche i lettori – mi apostrofa Amos, col tono pacato di ha poche occasioni per conversare – chi li vede più i lettori? Un amico, dall’autostrada, mi ha detto di averne avvistato un branco dalle parti di Cremona. Ma è un tipo che le spara sempre un po’ grosse. Ho saputo che nelle Marche ce ne sono sicuramente quattro o cinque. A volte si avvicinano alle case, in cerca di cibo. La gente ha paura. Anche i cacciatori li temono. Non si sa mai come possono reagire».

Mi invita a sedermi. Vuole ad ogni costo che accetti un bicchiere di vino. Cerco di fargli capire che per me è un po’ presto. Ma temo di offenderlo e accetto.

«Noi offrivamo un prodotto di qualità, artigianale. Tutta roba genuina. Romanzi belli e con trame avvincenti, che duravano negli anni. Non quelle boiate cinesi che si potevano trovare fino a qualche tempo fa nei supermercati. C’è stato un periodo – continua dopo aver buttato giù un bicchiere colmo fino all’orlo – in cui abbiamo venduto bene anche all’estero. In Germania in Francia e persino nei paesi latino americani. Erano tomi che traducevamo direttamente. Soggetto, verbo e complemento oggetto. Tutto in ditta veniva fatto. La nostre trame erano tra le migliori. Ora quel mercato non esiste più. Si vede che doveva andare così – dice alzando le spalle. Ma sono contento, nessuno ha perso il posto. 94b305c03a15428eeda34b8f7d73a044Tutta gente che ha lavorato con noi per cinquant’anni e poi è andata in pensione. Come ho detto, è per mio figlio che mi preoccupo. La nostra è una famiglia di romanzieri dal 1850.
Pensi che Antonello, il fondatore dell’azienda, per caso gli capitò di leggere I promessi sposi, manco ci pensava, lui, alla letteratura. Intuì che il romanzo era il futuro e nel giro di pochi anni mise su un impero. Ed ecco cosa rimane.»

Il giro è finito. Ci salutiamo. Mentre mi stringe la mano, forse rendendosi conto che il nostro incontro mi ha reso malinconico, mi dice: «Ma sono contento, si ricordi, sono contento.»

Salgo in macchina e lentamente ripercorro al contrario la strada che mi ha condotto fin qui.

 

Sergio Salabelle

Roma

Sabato 12 dicembre alle 18 alla Libreria Indipendente Les Bouquinistes, via dei Cancellieri 5 a Pistoia, saranno presentati due volumi che potrebbero essere altrettante guide turistiche della capitale: Viaggio a Roma con Nanni Moretti (Lozzi Publishing, 2015 di Paolo Di Paolo e Giorgio Biferali e Roma degli scrittori (Artemide, 2015) a cura di Giorgio Biferali.

01-ROMA-A4-a002 Viaggio a Roma con Nanni Moretti di Paolo Di Paolo e Giorgio Biferali (Lozzi Publishing, 2015) Un diario di viaggio sui luoghi del cinema di Nanni Moretti ambientati a Roma, da “Io sono un autarchico” a “Bianca,” da “Caro diario” a “Habemus papam” fino a “Mia madre”, evocando le atmosfere, i personaggi, le battute proverbiali entrate nella memoria collettiva. Da queste pagine emerge non solo il rapporto del regista con Roma (approfondito – fra ricordi e confessioni – in un lungo dialogo inedito con gli autori), ma anche un suo ritratto a tutto tondo. Così, sulle tracce di Moretti, il lettore scopre una Roma diversa, fatta di case, di terrazze per niente mondane, di panchine, di piaceri anche minimi ma vitali la musica, i dolci o semplicemente l’estate: una prospettiva sorprendente e “autarchica”.

Roma degli Scrittori, a cura di Giorgio Biferali (Artemide, 2015) Calvino, Gadda, Landolfi, Levi, Malerba, Manganelli, Moravia, Pasolini. Di questi, solo Moravia è romano. Gli altri hanno voluto che Roma ospitasse le loro esistenze, e che le loro esistenze ospitassero Roma. Calvino viene a viverci stabilmente solo nel 1980 (un anno dopo l’uscita di Se una notte d’inverno un viaggiatore), Gadda vi si trasferisce nel 1925, Landolfi si aggira per Roma fin dai primi decenni del Novecento (nel 1913-14 frequenta la prima elementare), Levi arriva nel 1945 (quando viene chiamato a dirigere «Italia libera»), Malerba “migra” nel 1950 (dopo aver fondato la rivista «Sequenze»), Manganelli fugge a Roma nel 1953 (lasciandosi alle spalle qualche storia d’amore), Pasolini – nel 1950 – vede nella città eterna un’occasione ideale per liberarsi del suo passato.

Con le letture di Camilla De Bartolomeo.

La locandina è di Enrico Anzuini.

Giorgio Biferali, autore del saggio Giorgio Manganelli, Amore, controfigura del nulla (Artemide 2014), è nato a Roma nel 1988, mentre Nanni Moretti girava Palombella rossa. Scrive di libri e letteratura su L’Indicee sul Messaggero. È il curatore del volume Roma degli scrittori (Artemide 2015)

Paolo di Paolo, finalista al Premio Strega 2013 con Mandami tanta vita (Feltrinelli 2013) e autore di Dove eravate tutti (Feltrinelli 2011) , è nato a Roma nel 1983, mentre Nanni Moretti girava Bianca. Collabora tra gli altri con La StampaIl Venerdì di RepubblicaL’Espresso e la rivista Nuovi Argomenti.

Info: lesbouquinistes@libero.it oppure 0573 1780084

Kafka a Brescia

d'annunzioUno dei vantaggi di fare il libraio è quello di riuscire a conoscere persone veramente interessanti, che magari facendo il primario di oculistica o il macellaio difficilmente avresti modo di incontrare. Ieri sera, ad esempio, siamo andati a cena con due amiche. Carla è una fotografa mentre Marta è una scrittrice, entrambe bravissime. La serata è stata molto piacevole e gli argomenti di conversazione davvero stimolanti. A un certo momento, non ricordo come, siamo finiti a parlare di un progetto che Marta sta mandando avanti in questo periodo, a partire dalla famosa biografia di Virginia Woolf, scritta dal nipote, Quentin Bell. Abbiamo così scoperto il comune amore per questo genere letterario un po’ trascurato  e convenuto sul fatto che invece, molto spesso, conoscere la vita di uno scrittore (anche attraverso diari, carteggi o autobiografie) aiuta a penetrare meglio la sua scrittura e anche la sua personalità. Ognuno di noi ha portato validissimi esempi: Elena ha ricordato Georges Simenon (bellissimi, anche se a tratti terribili, i suoi Mémoires intimes, pubblicati anche in Italia da Adelphi) e Tolstoj, uno dei suoi favoriti (il lavoro della figlia Tat’jana è noto e molto apprezzato dagli estimatori del grande russo). Qualcuno, forse Carla, ha fatto cenno alle struggenti cartas de amor del poeta Fernando Pessoa e a un altro epistolario, famosissimo, quello fra Dino Campana e Sibilla Aleramo.


A un certo punto, convinto di stare dicendo qualcosa di già conosciuto a tutti, ho ricordato una vicenda legata alla vita di Franz Kafka, che ho letto molti anni fa, non ricordo più dove e che mi sembrava estremamente calzante per l’argomento. Con mia grande sorpresa ho scoperto che nessuna delle persone con cui stavo passando la serata aveva mai avuto notizia di questo aneddoto. Ne approfitto per raccontarlo adesso, nel caso altri non ne siano a conoscenza e a ulteriore riprova di come la biografia conti enormemente per la comprensione delle arti.

kafkaLa storia è questa: all’inizio del secolo scorso, per la precisione nel settembre del 1909, Franz Kafka venne in Italia per una breve vacanza sul lago di Garda, insieme all’amico Max Brod e a suo fratello, Otto Brod. «Non lessero molto – scrive il biografo inglese Ronald Hayman nel suo Kafka, Rizzoli, 1983 – solo il giornale italiano locale La sentinella bresciana» da dove vennero a sapere che proprio in quei giorni a Brescia si sarebbe tenuta una manifestazione aerea. Si trattava, per i tempi, di un evento eccezionale («Nessuno di loro aveva mai visto un aeroplano», fa notare ancora Hayman), dato che l’aviazione era all’inizio e quindi, spinti dalla
curiosità, decisero di andare. Si trattava di un raduno molto importante al quale parteciparono, a vario titolo, anche personaggi del calibro di Gabriele D’Annunzio, Giacomo Puccini e dello scrittore e giornalista Luigi Barzini. Kafka, che aveva allora ventisei anni, ne 1909-09-29_Bohemiaapprofittò anche per scriverne un resoconto, che poi venne pubblicato sul Deutsche Zeitung Bohemia.

Durante il loro breve soggiorno in città, i tre fecero la casuale conoscenza del signor Umberto Belotti, che passava spesso le serate a giocare a carte nell’albergo dove i tre amici alloggiavano. L’uomo, che masticava un po’ di tedesco, visto che la moglie era originaria di un paesotto non lontano da Francoforte, era anche il curatore di un salotto letterario e un aspirante scrittore (anche se, a detta di molti, dotato di scarsissime qualità). Incuriosito da questo gruppetto di amici, li invitò a casa sua per cena. Fu una serata molto piacevole. La sig.ra Beate Belotti, una gran bella donna, era anche un’ottima cuoca e preparò per loro polenta e osei, un piatto semplice, tipico di quelle zone. Come spesso succede in questi casi, Franz e i suoi compagni, che non volevano certo offendere i padroni di casa, esagerarono col cibo, che veniva servito in dosi generose. La conversazione fu brillante e la donna fu estremamente felice di poter scambiare qualche parola in tedesco, chiacchierando di letteratura con tre giovani intellettuali.

Franz fu spiritoso e di compagnia, forse anche a causa del buon vino rosso che il signor  Umberto continuava a versargli nel bicchiere e che lui continuava a buttar giù. Dopo la polenta, venne servito dell’ottimo formaggio e poi una porzione di dolce fatto in casa, accompagnato da un buon liquore, che veniva dalla cantina di un amico del Belotti. Finita la serata, Franz, Max e Otto si congedarono e percorsero a piedi, con qualche difficoltà, il breve tratto di strada che separava la casa dei loro amici dalla pensione dove alloggiavano. Arrivato freudin camera, nonostante lo stomaco pieno e una leggera ubriacatura, Franz si gettò sul letto senza neppure spogliarsi, addormentandosi all’istante. La notte fu agitata e piena di incubi. Il più inquietante tra questi lo lasciò con una sensazione di disagio per tutta la giornata seguente. Aveva infatti sognato di svegliarsi, dopo una notte di sogni inquieti, trasformato in un enorme insetto.

Come ho detto alle mie interlocutrici, gli storici e la critica non ci spiegano se vi sia una relazione tra quel soggiorno bresciano e la scrittura, avvenuta nel 1912, del racconto La metamorfosi.

Sergio Salabelle