L’inondazione

l'inondazioneQuesto romanzo è un piccolo scrigno pieno di sorprese, alcune più evidenti, più in mostra, altre più nascoste. Si legge con facilità ma il suo ricordo, il suo ritmo melanconico, alcune immagini coloratissime, altre in bianco e nero, altre ancora color del fango come l’acqua limacciosa che ha ricoperto tutto Río Sauce restano, non se ne vanno. È come se, su ognuno di noi, restasse quella riga, quel segno che ricorda, in un luogo alluvionato, il livello che l’acqua ha raggiunto. Anche il lettore allora viene alluvionato da quel fiume che cambierà in modo molto brusco la vita di un villaggio e dei suoi abitanti.

Riassumere il romanzo è molto semplice. Un piccolo paese dell’Argentina, Río Sauce appunto, viene inondato. Il fiume che scorre lì vicino esonda e lo ricopre con oltre due metri di acqua. Tutti gli abitanti si vedono costretti a lasciare le loro case portando con sé quanto è possibile e le abbandonano di gran carriera. Tutti tranne uno: Ilario Morales, il protagonista.

Che cosa lo spinge a non andarsene? È la parte bella e struggente di questa storia. L’identità di una persona definita dal luogo dove vive, dal cimitero dove sono sepolti i suoi morti, e dall’acqua, anche, dove sono sepolti i suoi ricordi.

Ilario Morales, come tutti in paese, ha una barca. Il fiume è sempre stato vicino, a volte è stato anche un po’ ingombrante ma mai ha raggiunto i livelli di adesso. Con la barca, quasi sempre in totale solitudine, Morales uscirà dalla soffitta della sua casa, dove si è ritirato a vivere e perlustrerà il suo paese in pellegrinaggi solitari, appunto, ma tutt’altro che silenziosi immerso com’è in mille pensieri diversi, cercando di tracciare un’altra mappa nella sua mente, tirando nuove coordinate per potersi orientare, trovando altri punti di riferimento come gli alberi che sembrano molto più verdi, molto più frondosi con l’acqua che ha ricoperto i tronchi.

E poi ci sono gli animali, quelli morti affogati che fanno anche un po’ schifo, carogne che il fiume restituisce, i ragni che si sono salvati salendo sulle fronde più alte degli alberi e che ingrassano catturando gli insetti che hanno invaso le zone alluvionate e gli uccelli che grazie alle loro ali hanno trovato scampo. Ma arrivano anche gli alligatori, gli yacarés, come nuovi abitanti che si insinuano nelle case di chi ha abbandonato il paese, nuovi custodi forse, della parte sommersa e inaccessibile di un luogo rimasto inabitato e Clemente, il cane che durante un’assurda escursione nel quartiere cinese di un paese vicino, si appiccica a Morales e non lo lascerà più, diventando il compagno delle sue “passeggiate” in barca.

InondazioneIl romanzo però non è solo una trama che si dipana, ma è composto da tantissime storie che apparentemente non hanno un senso o uno scopo preciso ma che rendono ricchissima la lettura. I tantissimi personaggi che con un piccolo accenno sbucano dal libro con tutta la dignità che può avere una persona in carne ed ossa. Cos’altro può restare da dire di uno svaligiatore se il suo soprannome è “piede felpato”, di un turco che in realtà è un iraniano o di Nicopoli chiamato così dalla sua città di origine, che è finito a Río Sauce pensando di approdare sulle rive del Mississipi? È tutto un pasticcio, tutto un miscuglio che arricchisce il romanzo e chi lo legge. E se le nazionalità rappresentate non fossero sufficienti, a un certo punto ci si mettono anche i cinesi con un folle progetto che manderà in crisi il nostro protagonista.

È un romanzo fatto di pensieri e di silenzi, di una solitudine bellissima e ricca di una nostalgia che sembra priva di rimpianti.

Adrián Bravi non è di madrelingua italiana e questo, secondo me, rende più prezioso il suo romanzo. Con timidezza, mi sembra, usa una lingua che non è la sua ma che utilizza con tutte le attenzioni e la cura e la concentrazione che si ha nei confronti di qualcosa che non si conosce fino in fondo, che non ci appartiene del tutto.

Le parole, come i pensieri di Ilario Morales, non sono mai scontate.

Non posso non pensare ad Ágota Kristóf, ungherese di nascita, francese “di scrittura”. Ai problemi che l’uso di una lingua diversa dalla propria può causare. Al timore di farne un uso improprio, di non riuscire a trovare il giusto significante per un preciso significato legato a un pensiero astratto che si vuol tramutare in linguaggio. E poi ci sono i suoni che una lingua necessariamente crea.

Ecco, se proprio posso dire la mia, Adrián Bravi usa l’italiano creando suoni argentini.

“E se il fiume ha voluto così” […] “così sia”.

Adrián Bravi, L’inondazione, Nottetempo, 2015

Elena Zucconi

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