Kafka a Brescia

d'annunzioUno dei vantaggi di fare il libraio è quello di riuscire a conoscere persone veramente interessanti, che magari facendo il primario di oculistica o il macellaio difficilmente avresti modo di incontrare. Ieri sera, ad esempio, siamo andati a cena con due amiche. Carla è una fotografa mentre Marta è una scrittrice, entrambe bravissime. La serata è stata molto piacevole e gli argomenti di conversazione davvero stimolanti. A un certo momento, non ricordo come, siamo finiti a parlare di un progetto che Marta sta mandando avanti in questo periodo, a partire dalla famosa biografia di Virginia Woolf, scritta dal nipote, Quentin Bell. Abbiamo così scoperto il comune amore per questo genere letterario un po’ trascurato  e convenuto sul fatto che invece, molto spesso, conoscere la vita di uno scrittore (anche attraverso diari, carteggi o autobiografie) aiuta a penetrare meglio la sua scrittura e anche la sua personalità. Ognuno di noi ha portato validissimi esempi: Elena ha ricordato Georges Simenon (bellissimi, anche se a tratti terribili, i suoi Mémoires intimes, pubblicati anche in Italia da Adelphi) e Tolstoj, uno dei suoi favoriti (il lavoro della figlia Tat’jana è noto e molto apprezzato dagli estimatori del grande russo). Qualcuno, forse Carla, ha fatto cenno alle struggenti cartas de amor del poeta Fernando Pessoa e a un altro epistolario, famosissimo, quello fra Dino Campana e Sibilla Aleramo.


A un certo punto, convinto di stare dicendo qualcosa di già conosciuto a tutti, ho ricordato una vicenda legata alla vita di Franz Kafka, che ho letto molti anni fa, non ricordo più dove e che mi sembrava estremamente calzante per l’argomento. Con mia grande sorpresa ho scoperto che nessuna delle persone con cui stavo passando la serata aveva mai avuto notizia di questo aneddoto. Ne approfitto per raccontarlo adesso, nel caso altri non ne siano a conoscenza e a ulteriore riprova di come la biografia conti enormemente per la comprensione delle arti.

kafkaLa storia è questa: all’inizio del secolo scorso, per la precisione nel settembre del 1909, Franz Kafka venne in Italia per una breve vacanza sul lago di Garda, insieme all’amico Max Brod e a suo fratello, Otto Brod. «Non lessero molto – scrive il biografo inglese Ronald Hayman nel suo Kafka, Rizzoli, 1983 – solo il giornale italiano locale La sentinella bresciana» da dove vennero a sapere che proprio in quei giorni a Brescia si sarebbe tenuta una manifestazione aerea. Si trattava, per i tempi, di un evento eccezionale («Nessuno di loro aveva mai visto un aeroplano», fa notare ancora Hayman), dato che l’aviazione era all’inizio e quindi, spinti dalla
curiosità, decisero di andare. Si trattava di un raduno molto importante al quale parteciparono, a vario titolo, anche personaggi del calibro di Gabriele D’Annunzio, Giacomo Puccini e dello scrittore e giornalista Luigi Barzini. Kafka, che aveva allora ventisei anni, ne 1909-09-29_Bohemiaapprofittò anche per scriverne un resoconto, che poi venne pubblicato sul Deutsche Zeitung Bohemia.

Durante il loro breve soggiorno in città, i tre fecero la casuale conoscenza del signor Umberto Belotti, che passava spesso le serate a giocare a carte nell’albergo dove i tre amici alloggiavano. L’uomo, che masticava un po’ di tedesco, visto che la moglie era originaria di un paesotto non lontano da Francoforte, era anche il curatore di un salotto letterario e un aspirante scrittore (anche se, a detta di molti, dotato di scarsissime qualità). Incuriosito da questo gruppetto di amici, li invitò a casa sua per cena. Fu una serata molto piacevole. La sig.ra Beate Belotti, una gran bella donna, era anche un’ottima cuoca e preparò per loro polenta e osei, un piatto semplice, tipico di quelle zone. Come spesso succede in questi casi, Franz e i suoi compagni, che non volevano certo offendere i padroni di casa, esagerarono col cibo, che veniva servito in dosi generose. La conversazione fu brillante e la donna fu estremamente felice di poter scambiare qualche parola in tedesco, chiacchierando di letteratura con tre giovani intellettuali.

Franz fu spiritoso e di compagnia, forse anche a causa del buon vino rosso che il signor  Umberto continuava a versargli nel bicchiere e che lui continuava a buttar giù. Dopo la polenta, venne servito dell’ottimo formaggio e poi una porzione di dolce fatto in casa, accompagnato da un buon liquore, che veniva dalla cantina di un amico del Belotti. Finita la serata, Franz, Max e Otto si congedarono e percorsero a piedi, con qualche difficoltà, il breve tratto di strada che separava la casa dei loro amici dalla pensione dove alloggiavano. Arrivato freudin camera, nonostante lo stomaco pieno e una leggera ubriacatura, Franz si gettò sul letto senza neppure spogliarsi, addormentandosi all’istante. La notte fu agitata e piena di incubi. Il più inquietante tra questi lo lasciò con una sensazione di disagio per tutta la giornata seguente. Aveva infatti sognato di svegliarsi, dopo una notte di sogni inquieti, trasformato in un enorme insetto.

Come ho detto alle mie interlocutrici, gli storici e la critica non ci spiegano se vi sia una relazione tra quel soggiorno bresciano e la scrittura, avvenuta nel 1912, del racconto La metamorfosi.

Sergio Salabelle

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