Un vecchio artigiano

fabbricaDi recente ho scoperto l’esistenza di un vecchio artigiano – me ne ha parlato un amico – uno di quelli la cui arte sta scomparendo. Vive in una casa laboratorio nei pressi di un vecchio borgo che si trova qui vicino e mercoledì scorso, dopo avergli telefonato, mi son deciso ad andarlo a trovare. Prima di partire, l’ho chiamato un’ultima volta, perché mi desse, con chiarezza, le indicazioni necessarie per raggiungere la sua bottega. «La strada – mi ha detto, con una voce che percepivo lontana – è di quelle un po’ defilate, che salgono su per i monti, una di quelle che si percorrono solo se di deve venire a trovare qualcuno che abita in queste zone». Oltrepassato il borgo, ho viaggiato per almeno una ventina di chilometri lungo una specie di vecchia mulattiera tutta curve. Io che non sono abituato a quelle strade ho avuto qualche difficoltà. Credo di essermi perso almeno due volte. Sono arrivato alla casa di Amos Calci verso le tre e mezza. Era una bella giornata piena di luce e l’uomo mi aspettava fuori, nel grande spiazzo un tempo dedicato al carico e scarico delle merci, forse preoccupato per il mio lieve ritardo. Come avevo immaginato si tratta di un uomo piuttosto anziano (direi tra i settantacinque e gli ottant’anni) ma in perfetta forma. La pelle è molto chiara, quasi trasparente. «Non posso stare a lungo sotto il sole – mi dice mostrandomi il volto coperto da una crema protettiva – l’abitudine a stare sempre in bottega, al buio, mi ha tolto ogni vitalità». Mi stringe la mano che sento fredda. La pelle è ruvida, come quella di chi ha lavorato molto nel corso della propria vita. «Oggi vede questo piccolo laboratorio. Siamo solo io e mio figlio Gianni, che è pure un po’ rintronato. Mi creda, i bei tempi sono andati. E noi cerchiamo di arrabattarci come possiamo. Io lo faccio per lui, per Gianni. Altrimenti me ne sarei già andato in pensione. Pensi che le marchette le ho tutte pagate…».

Amos mi guarda un po’ sconsolato, con l’aria che può avere solo chi ha conosciuto tempi migliori. «Ma non è tanto quello, sa? È la dignità del lavoro che se sta andando.»

Amos è uno degli ultimi scrittori rimasti. Sul tavolo del suo laboratorio oggetti ormai dimenticati, con nomi dal sapore antico: penna, matita, gomma, quaderno, macchina per scrivere.

2de2c3aaeadac0fd4c2045e55625d3aa«Venga, venga – mi fa strada lungo i corridoi del laboratorio – qui lei doveva venire quindici, venti anni fa. Avevo otto operai e nonostante questo, lavoravamo anche dieci, dodici ore al giorno. Pensi che qui sfornavamo anche cinque, sei romanzi a settimana. E tutti best sellers, mi creda. Adesso, è grassa se ne facciamo uno al mese. Si rende conto?».

Ovunque risme di carta ingiallita ricordano il tempo andato. «Anche i lettori – mi apostrofa Amos, col tono pacato di ha poche occasioni per conversare – chi li vede più i lettori? Un amico, dall’autostrada, mi ha detto di averne avvistato un branco dalle parti di Cremona. Ma è un tipo che le spara sempre un po’ grosse. Ho saputo che nelle Marche ce ne sono sicuramente quattro o cinque. A volte si avvicinano alle case, in cerca di cibo. La gente ha paura. Anche i cacciatori li temono. Non si sa mai come possono reagire».

Mi invita a sedermi. Vuole ad ogni costo che accetti un bicchiere di vino. Cerco di fargli capire che per me è un po’ presto. Ma temo di offenderlo e accetto.

«Noi offrivamo un prodotto di qualità, artigianale. Tutta roba genuina. Romanzi belli e con trame avvincenti, che duravano negli anni. Non quelle boiate cinesi che si potevano trovare fino a qualche tempo fa nei supermercati. C’è stato un periodo – continua dopo aver buttato giù un bicchiere colmo fino all’orlo – in cui abbiamo venduto bene anche all’estero. In Germania in Francia e persino nei paesi latino americani. Erano tomi che traducevamo direttamente. Soggetto, verbo e complemento oggetto. Tutto in ditta veniva fatto. La nostre trame erano tra le migliori. Ora quel mercato non esiste più. Si vede che doveva andare così – dice alzando le spalle. Ma sono contento, nessuno ha perso il posto. 94b305c03a15428eeda34b8f7d73a044Tutta gente che ha lavorato con noi per cinquant’anni e poi è andata in pensione. Come ho detto, è per mio figlio che mi preoccupo. La nostra è una famiglia di romanzieri dal 1850.
Pensi che Antonello, il fondatore dell’azienda, per caso gli capitò di leggere I promessi sposi, manco ci pensava, lui, alla letteratura. Intuì che il romanzo era il futuro e nel giro di pochi anni mise su un impero. Ed ecco cosa rimane.»

Il giro è finito. Ci salutiamo. Mentre mi stringe la mano, forse rendendosi conto che il nostro incontro mi ha reso malinconico, mi dice: «Ma sono contento, si ricordi, sono contento.»

Salgo in macchina e lentamente ripercorro al contrario la strada che mi ha condotto fin qui.

 

Sergio Salabelle

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