Breve vita di Rembrandt Bugatti

Questa vita tuttavia mi pesa molto

Edgardo Franzosini, Adelphi, 2015

Questa vita tuttavia mi pesa molto, copertinaDi questo breve romanzo di Edgardo Franzosini è bellissimo anche il titolo. Una frase tratta da una lettera che introduce immediatamente quel senso di inadeguatezza, di incapacità, di sofferenza e di insofferenza del protagonista.

Rembrandt Bugatti è un artista, un animalier, che vive tra Parigi e Anversa, ma forse dovremmo scrivere tra lo zoo del Jardin des Plantes e lo zoo Antwerpen, dove osserva con maniacale attenzione gli animali che poi riproduce in maniera velocissima, scolpendo di getto quasi istintivamente.

In queste poco più di cento pagine si cerca di descriverlo, di farlo conoscere, di svelare alcuni aspetti della sua personalità; un compito tutt’altro che facile.

Mischiando realtà e fantasia se ne crea una piccola biografia, incentrata su alcuni anni della sua vita e soprattutto sull’ultimo, il 1916.

Il risultato è davvero sorprendente. Con pochi accenni, Franzosini riesce a ricreare un’epoca, la Parigi di quegli anni e l’entourage dove Bugatti viveva e lavorava.

Non si può non restare colpiti da una vita così breve, vera e sofferta. Una vita contrassegnata da una passione fortissima e viscerale, da una magnifica ossessione, che condiziona il carattere, il modo di essere e di apparire, la vita appunto, ma molto probabilmente anche la morte di Rembrandt Bugatti.

In questa sorta di biografia l’esistenza dell’artista risulta ancora più intensa, «la vita senza i tempi morti» avrebbe detto François Truffaut.

Non so come e perché Edgardo Franzosini si sia imbattuto in questo personaggio, ma è facile capire perché non sia riuscito a lasciarlo andare.

Bugatti si sente a suo agio solo con gli animali e molte sono le pagine dedicate alle sue giornate trascorse in loro compagnia. Ama osservarne il pelo, annusarne l’odore, memorizzare i movimenti flessuosi delle fiere mentre si chinano a lambire l’acqua, sorprendere gli scatti improvvisi, i muscoli che si tendono e che creano un movimento pieno di energia che per lui era meraviglioso. Mi chiedo perché non avesse mai tentato di osservarli nel loro habitat naturale. Penso che non lo abbia mai fatto perché era anche lui un animale in cattività. Anche lui era in qualche modo obbligato a vivere fuori dal proprio habitat, prigioniero di qualche gabbia.

Quest’uomo, a cui è stato imposto un nome tanto importante e impegnativo, sembra avere un’identità fluttuante, indefinita, che Franzosini ricostruisce nel suo romanzo attraverso le descrizioni di chi lo conosceva, elencando i soprannomi che gli venivano affibbiati – Pempa dal fratello, l’Americano dagli amici, l’Aristocratico dalla portinaia del numero 3 di rue Joseph Bara a Parigi – descrivendo gli abiti originali che indossava ma anche elencando i tanti suoi ritratti, disegnati o scolpiti dai suoi amici. Ma saranno tutti reali?

È un gioco sottile questo di Franzosini, fra realtà e fantasia, fra vero e verosimile, fra frasi scritte tra virgolette recuperate da vecchi carteggi e altre, probabilmente, frutto della sua fantasia. Questa partita giocata un po’ con il testo, un po’ con il lettore, fa sì che la dolce malinconia del romanzo si stemperi un poco nell’ironia che forse si ritrova, involontariamente, anche nella copertina del libro di Adelphi. L’animale stilizzato sotto il titolo mi ha ricordato lo struzzo di Einaudi. Invece è un fenicottero, opera di Rembrandt Bugatti, che un po’ gli assomigliava anche, ritratto anche quello, forse, un po’ paradossale dell’artista.

Elena Zucconi

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