Uno strano tipo di bestiario

«Una gallina di nome Natalia aveva deciso di scrivere un romanzo, ma non le vennero in mente né la trama, né i personaggi, né il titolo né lo stile della scrittura. Fu così che quella gallina velleitaria scrisse invece i suoi ricordi di infanzia ed ebbe molto successo fra le oche.»

Luigi Malerba, Le galline pensierose, Quodlibet 2014

Non sono un medico, lo dico subito. Amo leggere e tenermi informato. Ogni mattina sfoglio tre, quattro quotidiani in cerca di fatti e notizie insolite, con particolare attenzione verso ciò che riguarda la salute (fisica e mentale) dei miei simili.

lombrosoMi piace leggere tutto ciò che riguarda questi argomenti. Principalmente saggistica, ma anche narrativa. Amo quei romanzi dove la malattia, seppure intesa come semplice malessere, sembra essere l’unica protagonista. Certe pagine di Svevo, ad esempio, non smetto mai di leggerle. Potrei citare dozzine di scrittori, tra i miei preferiti, da José Saramago a Philip Roth, ma ho letto anche Lombroso e molti saggisti di fama. La sintesi perfetta, per me, è rappresentata da Oliver Sacks, il medico e scrittore che ho molto amato e stimato, leggendo, negli anni, tutto quello che è stato pubblicato in italiano. Purtroppo non leggo l’inglese. Solo l’italiano e, a malapena, un po’ di francese. Sono poi un attento osservatore delle persone che ho intorno. Ho una piccola agenda, che porto sempre con me, nella quale annoto, quando capita, tic e strane abitudini delle persone che incontro. Ne è nato, col passare degli anni, uno strano tipo di bestiario, fatto di deliri più o meno gravi, che spero, un giorno, di poter raccogliere in un libriccino, che pubblicherei a mie spese, solo per farne dono alle persone che amo e che apprezzano la mia ricerca, se così posso chiamare questo mio tentativo di descrizione delle fragilità umane.

Il caso che voglio qui raccontare è, per me, particolarmente interessante e motivo di orgoglio, in quanto ritengo di essere stato il primo a puntare l’attenzione su questa particolare forma di alterazione.

Ho conosciuto Giovanna (uso qui, come è comprensibile, un nome di fantasia) circa sei anni fa, per motivi di lavoro. Io sono oggi pensionato, ma lei, essendo assai più giovane di me (anche se non più giovanissima), è ancora in attività. Io, per molto tempo, ho commerciato in abbigliamento per ragazzi. Sono stato per oltre trentotto anni rappresentante di alcune delle più importanti marche. Giovanna aveva ed ha, un bel negozio proprio nella strada principale della nostra città. Quello che mi colpì maggiormente, la prima volta che entrai nel locale, fu una mensola, di vetro e acciaio, sulla quale erano disposti in bell’ordine, non calzini o pantaloni all’ultima moda, ma alcuni dei più importanti romanzi del Novecento. Conoscendo, per passione, il mondo dei libri, mi accorsi immediatamente che erano tutti in vecchie edizioni, ormai fuori catalogo, e, come mi raccontò lei più tardi, molti in prima edizione. Come è facile che succeda fra lettori, diventammo subito amici. Mi confidò di aver ricevuto quei libri in dono dai parenti dei rispettivi autori.

funny-vintage-photos-of-people-taking-naps-10Bisogna infatti sapere che Giovanna soffre da molti anni  di una strana e, temo, irreversibile malattia. Si tratta di una sindrome piuttosto inquietante che ho voluto denominare “del parente dello scrittore morto”. Di che si tratta? È presto detto. Giovanna, che ha ormai da tempo superato i cinquanta (età ritenuta critica nelle donne per simili forme post menopausa) passa la propria misera esistenza alla ricerca di congiunti di scrittori noti, ma defunti, ai quali si attacca con fare morboso, nella speranza di acquisire, per osmosi, alcune tracce del de cuius che accidentalmente dovessero essere entrate a far parte dell’asse ereditario. Quasi quotidianamente si reca a commemorazioni, omaggi, letture ad alta voce e, lungi dal seguire la cerimonia che si sta svolgendo, con gli occhi sempre attenti scruta la sala in cerca dei parenti, meglio se di primo grado o coniugi. Le capita, solitamente, di incappare in una moglie o un marito, in una sorella o in un figlio, ma, se non trova di meglio, è disposta ad accettare anche un cognato o una prozia. Una volta che abbia individuato la propria vittima, la mia amica è implacabile: si fionda al suo fianco e non è disposta a mollarla finché non ha attirato la sua attenzione. A quel punto la cosa è fatta. Bisogna infatti considerare che ci troviamo in un contesto di celebrazione ed è quindi probabile che il parente sia naturalmente incline alla commozione e vulnerabile. La mia amica è pronta, in quel momento, a creare un legame di assoluta dedizione nei confronti del parente dello scrittore morto, che da quel momento in poi sarà l’unico e solo oggetto delle sue conversazioni.

woman-readingPer mantenerne l’amicizia e la stima, è disposta perfino a leggere le opere dello scrittore defunto e a farne oggetto di analisi, seppure piuttosto superficiale, data una sua profonda ignoranza. Bisogna infatti dire che la mia amica spesso non ha la più pallida idea circa l’opera dello scrittore scomparso. Viene spesso a conoscenza della sua esistenza da altri parenti di scrittori morti ai quali si era in precedenza attaccata, formando così una singolare catena di Sant’Antonio letteraria. Se pure il parente si dovesse accorgere del bluff (cosa che di solito accade in un tempo variabile tra i cinque e i dodici mesi), lei si sarà comunque conquistata il suo affetto e la sua amicizia.

Giovanna, non avendo idee autonome, gusti e pensieri che si formino nella sua testa e grazie alle sue letture (che per altro, come ho già detto, sono quasi inesistenti) è pronta a farsi influenzare e guidare dai gusti di chicchessia. Leggere, per lei è una grande fatica, per tanto nelle conversazioni cita solo cose che ha sentito dire ad altri, senza mai aggiungere nulla di suo o di inedito. Devo dire che è anche piuttosto fragile di pensiero. Non voglio dire che sia una sciocca, ma vuota, questo sì. Da molto tempo non la vedo. Ho saputo da amici comuni che si è messa pure in testa di scrivere un romanzo e per questo frequenta autori di grido e cenacoli letterari. Gli scrittori, lo sappiamo, amano essere adulati e lei non si sottrae a questo triste destino. Io le ho fatto mancare la mia adulazione ed è per questo che i nostri rapporti si sono raffreddati, ultimamente. Ma bisognerà che la chiami: ho saputo che la sua salute è peggiorata. Pare si sia attaccata a un tizio che abita nel palazzo della bisnipote di Borges. Sicuramente cerca di arrivare a lei. E per mezzo di lei poter inserire l’occhio nella serratura. Il suo Aleph personale la attende.

Sergio Salabelle

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Passaggio in Sicilia

Sabato 19 novembre alle 18 Massimo Onofri sarà ospite della libreria indipendente Les Bouquinistes, in via dei Cancellieri, 5 a Pistoia, per parlare della sua ultima pubblicazione Passaggio in Sicilia (Giunti, 2016) insieme a Giuseppe Grattacaso.
Si tratta di un incontro all’interno del programma curato da Giuseppe Grattacaso Il dolce rumore della vita, promosso dall’associazione culturale Isole nel Sapere rivolto agli studenti delle scuole superiori.
 
onofri-twitter
Massimo Onofri insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Sassari. Collabora con «Avvenire», «Il Sole-24 Ore», «L’Indice dei Libri del Mese», «Nuovi Argomenti». Ha pubblicato, tra l’altro, Storia di Sciascia (1994-2004), La ragione in contumacia. La critica militante ai tempi del fondamentalismo (2007, Premio Brancati per la saggistica), Recensire. Istruzioni per l’uso (2008), Il suicidio del socialismo. Inchiesta su Pellizza da Volpedo (2009), L’epopea infranta. Retorica e antiretorica per Garibaldi (2011, Premio De Sanctis per l’Unità d’Italia). Per Giunti, nel 2015, è uscito con grande successo Passaggio in Sardegna.
 
 
«Se in Sardegna il silenzio e la solitudine s’increspano in paesaggio, in Sicilia, invece, anche la natura più remota t’appare sempre come il risultato di una qualche civiltà, d’un coro di voci e di echi. Difficile non sentire, anche percorrendo il più impervio dei sentieri, il sospetto di un’orma, fosse quella d’un sicano, un normanno o un saraceno.»

 

Passaggio in Sicilia.

Una vera e propria guida-romanzo da affiancare alla guida turistica, per entrare più profondamente nell’interiorità di una grande terra dalle stratificazioni culturali molteplici e complesse.

Dopo il successo di Passaggio in Sardegna il viaggio di Massimo Onofricontinua in Sicilia: l’isola da sempre amata ma poi perduta nella nostalgia. E Onofri parte da lì, da dove lo avevamo lasciato, cioè dal centro della Sardegna, con lo stesso spirito di quelle camicie rosse che s’imbarcarono, 150 anni fa, da Quarto per Marsala.

Un viaggio verso quella terra-continente, bellissima e feroce, mitica e dolorosamente contemporanea, che i più grandi siciliani dell’ultimo scorcio del secolo scorso hanno patito come irredimibile. Ma i siciliani possono ancora salvarsi? Onofri vuole verificare, una volta di più, le ragioni d’una sconfitta che è metafisica, prima che storica e antropologica, affidandosi magari a una nuova speranza. (cambiare paragrafo)

Un viaggio fuori dei percorsi obbligati dall’esotismo di massa, alla ricerca di sé, del sé. Ecco, allora, Palermo sontuosamente inesistente, con la sua corda pazza, il suo vitalissimo senso di morte; Catania felicissima e mondana, col suo erotismo di natura e quotidiano; Enna, elegantissima, alta e sola; Comiso viva e cordiale; Siracusa dolcissima e utopica; Marsala in versi e prosa; Caltanissetta operosa e civile; Agrigento con e senza Pirandello; Messina che, alla fine di tutto, non c’è. E poi: i silenzi di Sciascia, gli ignoti marinai di Consolo, le euforie di Bufalino, le passioni di Guttuso e Buttitta, i sogni dipinti di Giuseppe Modica, e molto altro ancora.(cambiare paragrafo) Passaggio in Sicilia, una vera e propria guida-romanzo da affiancare alla guida turistica per entrare più profondamente nell’interiorità di una grande terra dalle stratificazioni culturali molteplici e complesse. Un’opera magmatica, ricchissima tanto di informazioni quanto di stimoli, di suggestioni, di illuminazioni; una originale nuova frontiera della narrazione.

La locandina è di Tirez sur le Graphiste (alias Enrico Anzuini)

info: lesbouquinistes@libero.it oppure 3287432522 0 05731780084

Etica dell’acquario

Venerdì 18 novembre alle 18 Ilaria Gaspari sarà ospite della libreria indipendente Les Bouquinistes – in via dei cancellieri, 5 a Pistoia – per raccontare il suo esordio letterario con Etica dell’acquario (Voland, 2015) fresco vincitore del 2° posto ex aequo al premio Augusta. Un’opera prima interessante, ambientata a Pisa dove l’autrice ha frequentato la Normale. Un romanzo che raccoglie esperienze personali e ricordi che vengono stravolti ed esasperati a servizio di una trama e di un ritmo che tengono il lettore in apnea fino all’ultima riga.
gaspari-twitter
 
ETICA DELL’ACQUARIO
“Dall’acquario stavamo per essere liberati, autorizzati finalmente al mare aperto…” 

Gaia è bella, egocentrica e infelice. Un giorno di novembre torna nella città in cui ha studiato, dopo un’assenza di dieci anni. A Pisa niente sembra cambiato, invece è cambiato tutto. Gaia ritrova gli amici di una volta e il suo amore dei tempi dell’università; ma a dividerli ci sono, ora, gli anni passati lontani e la morte di una compagna di studi, Virginia, avvenuta in circostanze oscure. L’inchiesta sul misterioso suicidio si snoda fra le vie della città e i collegi della Scuola Normale, fra ricordi sepolti e ossessioni che vengono alla luce.

ILARIA GASPARI è nata a Milano nel 1986 e si è diplomata in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa. Attualmente vive e lavora a Parigi, dove sta scrivendo una tesi di dottorato. Etica dell’acquario è il suo primo romanzo.
info: lesbouquinistes@libero.it oppure 05731780084 o 3287432522

L’astore

astoreÈ uscito per Adelphi, in queste settimane, un libro di cui si era tornati a parlare di recente in seguito alla pubblicazione di Io e Mabel di Helen MacDonald, si tratta di L’astore di T.H. White, che del romanzo pubblicato da Einaudi lo scorso anno rappresenta in un certo modo il cuore, la fonte di ispirazione. T.H. White è noto per aver creato Re in eterno, serie di romanzi che reinventarono la saga di Re Artù, il cui titolo sicuramente più popolare è La spada nella roccia, da cui venne, tra l’altro, tratto il film della Disney. The Goshawk (L’astore, nella traduzione italiana di Giovanni Ferrara degli Uberti) è il diario del suo tentativo di addestrare uno tra i più feroci e indomabili rapaci, un astore, appunto, in cui l’autore registra lo scontro, la lotta che ne scaturisce ma anche la fascinazione di cui rimane vittima. Fin dall’inizio White si rende conto che la sua è un’impresa destinata al fallimento, ma anche della necessità di documentarla: «…Il libro che avevo in mente non era affatto il libro di un falconiere. Sarebbe stato il libro di un apprendista: alla fin fine, il libro di uno scrittore, di uno che aveva tutt’al più cercato, senza riuscirci, di essere un falconiere.».

Ecco l’incipit, che immediatamente dà l’idea della violenza di questo quasi corpo-a-corpo e della forza della scrittura di White. E’ il primissimo incontro tra l’animale e il suo futuro addestratore.

«Quando lo vidi per la prima volta era una cosa rotonda che assomigliava a un cestino per i panni sporchi coperto da una tela da sacco. Ma era esagitato e spaventoso a vedersi, repellente così come appaiono orribili i serpenti a chi non li conosce, o pericoloso come l’improvviso movimento di un rospo sulla soglia di casa quando si esce di notte nella rugiada alla luce di una lanterna. La tela era stata cucita con uno spago, e sotto lui balzava verso l’alto: bum, bum, bum, incessantemente, suggerendo più di un pizzico di follia. Il cestino pulsava come un grosso cuore che battesse all’impazzata. Ne uscivano agghiaccianti grida di protesta, isteriche, terrorizzate, ma furibonde e perentorie. Avrebbe mangiato vivo chiunque.»

T.H. White, L’astore
Traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti
Fabula
2016, pp. 201

 

Chi ha tempo?

«Quando scriviamo, scriviamo del tempo, ne sono sicura. Da qui non si scappa. Lo raccontiamo, anche se in silenzio. Lo modelliamo come se fosse un panetto di argilla.»
Ho letto questa frase stamattina, l’ha scritta in un blog Elena Varvello, l’autrice del bel romanzo La vita felice (Einaudi, 2016). Elena Varvello è stata ospite in libreria sabato scorso e il suo libro, in effetti, parla del tempo che passa. Ci racconta un episodio (seppure importante e, per molti versi, sconvolgente, definitivo) nella vita di un ragazzino: un’estate, una notte in particolare, raccontata da quello stesso ragazzino, Elia, trent’anni dopo, quando è ormai uomo.

E anche a noi sembra di non fare altro che parlare del tempo insieme agli scrittori che ci vengono a trovare in libreria. Di un secondo o di una notte o ancora di una vita intera.

01-rossari-a4-a001Quanto è lunga una vita? Cento anni bastano? E come si può fare a raccontare una storia lunga quanto la vita di un uomo?
In Le cento vite di Nemesio (E/O, 2016) di Marco Rossari, ospite domani a Les Bouquinistes la vita di un uomo non si racconta. Si sogna e nel sogno si diventa l’altro, l’estraneo, un padre odiato e detestato. È un rompicapo il bel romanzo di Rossari. Un gioco dove la realtà viene fatta in tanti pezzetti, alcuni piccolissimi che, assurdamente, si incastreranno nuovamente per creare lo stesso disegno ma con un’altro protagonista per la stessa storia in un altro tempo.

Chi ha tempo è il titolo della raccolta edita da marcos y marcos e curata da Alessandra Urbani. Regista RAI per programmi culturali, Alessandra ha da poco festeggiato un compleanno importante e, dagli amici scrittori, si è fatta regalare un poco del loro tempo che si è materializzato in alcuni racconti e due poesie. Troppo bello il regalo per tenerlo per sé? Fatto sta che un regalo di compleanno è diventato un’antologia Chi ha tempo. Storie di giorni che corrono (marcos y marcos, 2016). E non corriamo anche noi, tutti i giorni, attenti agli incastri tra lavoro, figli (per chi ne ha!), animali domestici e commissioni varie (posta, banca, spesa, lavanderia…).

Un tempo che fugge, giorni che corrono. Riguardi le foto e sembra ieri.

chi-ha-tempoUno degli autori dell’antologia è Paolo Di Paolo, scrittore e critico letterario. Il suo racconto fotografa un momento importante nella vita di una scrittrice che amo molto. Una sera in cui qualcosa cambia. Una sera in cui pensa che farà in tempo a fare una scelta.

Mi chiedo se nasca di lì il titolo dell’ultimo libro di Paolo Di Paolo, Tempo senza scelte (Einaudi, 2016) al quale dedicheremo un pomeriggio di gennaio.

Il tempo si fa declinare in mille modi ma tutti siamo inclini a pensare che sia un bene prezioso. Forse per questo non posso non guardare con affetto e ammirazione ad una famiglia in particolare, La famiglia che perse tempo.

Allora, vi aspettiamo in libreria venerdì 4 per Le cento vite di Nemesio (E/O 2016) con l’autore Marco Rossari e Lorenzo Innocenti

e sabato 5 con Chi ha tempo e la curatrice Alessandra Urbani e lo scrittore Paolo Di Paolo.

Le locandine sono, naturalmente, di Tirez sur le Graphiste

Elena Zucconi