In viaggio verso terre promesse

Cominciamo dal principio e iniziamo dal titolo. Quali sono le Terre promesse del romanzo di Milena Agus? Il romanzo, pubblicato quest’anno dal raffinato editore Nottetempo ha un piroscafo come immagine di copertina… Tocca mettersi in viaggio. Ma verso dove? Difficile stabilirlo a priori perché le terre promesse sono un po’ come la linea dell’orizzonte. Quando si crede di averlo raggiunto, ci si accorge che si è spostato un po’ più in là.

terre promesseMa è proprio quella la meta irraggiungibile verso la quale si dirigono accanitamente tutti i personaggi – alcuni più di altri – di questo spaccato familiare, di questa saga che ci racconta le vicende di una famiglia. Genitori che diventano nonni, figli che diventano genitori, un ciclo che non si arresta, se non con il romanzo, ma che è un continuo divenire come la vita che trascorre e se ne va.

È il ciclo naturale della vita, di questa famiglia come di quella di ognuno, con storie di poca importanza se non per chi, quei racconti li vive sulla propria pelle.

Milena Agus trasforma una vicenda familiare in un racconto generazionale, ma anche in una fiaba, di quelle che le nonne raccontavano ai nipoti, ma anche, forse, in una storia mitologica che trascende dal tempo e dallo spazio in cui è ambientata.

A volte sembra di leggere una storia sudamericana di una Macondo sarda o di quelle che ci ha abituato ad ascoltare Isabelle Allende.

Altre volte ci viene ricordato che si tratta di una vicenda vicina, ambientata a Genova, a Milano e in quella Sardegna un po’ aspra come le tante lingue che la abitano, fosse anche solo per quel lessico famigliare che, chi viene da una terra dove forte è la presenza e l’abitudine al dialetto, non può fare a meno di ignorare.

Le terre promesse del libro vengono sempre disattese, non perché non vengano raggiunte ma perché deludono chi le persegue con assiduità e costanza. Forse era meglio prima, forse sarà meglio poi.

E tra tutte ci sono due donne, una madre, Donna Ester e una figlia, Felicita che si scontrano continuamente perché complementari. L’una mai contenta, mai soddisfatta, mai appagata, l’altra, felice come il nome che porta, soddisfatta di tutto ciò che ha.

agusLe due donne sono il perno intorno al quale ruota la storia. Quale storia? Tante storie. Quella dell’attesa del fidanzato durante gli anni di guerra, dell’attesa del matrimonio, dell’attesa del viaggio in continente senza voltarsi indietro per carità, il volto protesto verso il futuro. Quella dell’attesa della figlia, dell’attesa di tornare a casa, dell’attesa dell’amore… e mentre si attende, la vita va, i figli crescono e generano altri figli e così ancora come un ciclo infinito che vede cambiare solo i personaggi principali, che restano più o meno fedeli ad un unico copione.

Cosa si salva da questo continuo incedere? Piccole storie senza importanza, racconti che si salvano chissà come per generazioni e che diventano una sorta di mitologia familiare, la vita di ognuno di noi che passa e va e che lascia piccole invisibili tracce dietro di sé mentre incedono verso le mai del tutto soddisfacenti terre promesse.

Elena Zucconi

Terre promesse

Milena Agus

Nottetempo, 2017

Un certo Parker, un certo Pepper

Luca è uno di quelle persone che se tu gli dici qualcosa, drizza le orecchie. Ogni tanto lo prendo in giro ma mi rendo perfettamente conto che non è facile trovare uno così, che coglie immediatamente un accenno, anche minimo, mettendolo subito in un’ideale lista delle cose da approfondire. A dir la verità, se colpisci nel segno, Luca tira fuori il cellulare e come un predatore che mette nella tana il cibo che consumerà in inverno, si segna su qualche app misteriosa il titolo del libro che gli hai appena nominato. E si può star certi che prima o poi lo si incontrerà per strada o alla stazione dei treni col naso dentro a quel libro.

parkerL’altra sera da Armando, davanti a uno spritz, non ricordo perché, forse complice l’alcol, gli ho parlato brevemente di un bel racconto di Cortazar, che lui non conosceva. A me piacciono molto i racconti, come forma di scrittura, e ogni anno mi capita di leggerne tanti, fra vecchi e nuovi. Tra i vecchi cerco sempre di infilarne uno di Julio Cortazar, perché nei racconti secondo me nessuno ha saputo raggiungere la perfezione di questo straordinario scrittore argentino. È un parere del tutto personale, sia chiaro, e non esclude che altri grandi scrittori abbiano fatto meglio o siano per me altrettanto importanti o graditi. Penso sia solo questione di gusti: alcuni amano particolarmente gli spaghetti allo scoglio, ma non per questo disdegnano una buona bistecca o un piatto d’insalata. Io adoro i racconti di Julio Cortazar ma questo non mi impedisce di amare John Cheever o i racconti di Paolo Volponi (li ho scoperti da poco, usciti da Einaudi quest’anno, in una bella antologia e vi consiglio vivamente di non perderli), Tommaso Landolfi o Antonio Delfini. Matteo Marchesini o Luca Ricci, tanto per citare due contemporanei agli antipodi e naturalmente Raymond Carver, Dino Buzzati o Gianni Celati, per non parlare di J. Rodolfo Wilcock, che rimane uno dei miei più cari. Insomma, pur con le loro differenze, personalmente amo tantissimi autori e soprattutto amo tantissimo i loro racconti.

cortazarTornando al punto, l’altra sera abbiamo parlato di un racconto lungo di Cortazar che si chiama El perseguidor e che in italiano, a seconda del traduttore, si intitola Il persecutore (nella traduzione che Flaviarosa Nicoletti Rossini ne ha fatto per Einaudi, arricchita da una magistrale prefazione musical-letteraria del bravissimo Carlo Boccadoro) o L’inseguitore (nella traduzione di Ilide Carmignani che l’editore Sur ha affiancato alle bellissime tavole di José Munoz). El perseguidor è la storia di Johnny Carter, raccontata in prima persona da Bruno, amico di Johnny, critico musicale e autore della sua biografia, che in una Parigi di fine anni ’50 assiste da distaccato testimone agli ultimi giorni della vita di un uomo disperato, un musicista perennemente in cerca di una grandezza che gli pare di non essere mai in grado di afferrare, neppure quando la sfiora, come nell’esecuzione di un brano, Amorous, in cui tutti, tranne lui, sembrano riconoscere un talento straordinario. Naturalmente Johnny Carter è Charlie Parker, morto nei giorni in cui Cortazar inizia a scrivere questo suo racconto, forse il più grande e il più innovativo tra i sassofonisti della storia del jazz, dalla origini fino a (secondo me) John Coltrane che come Charlie Parker ha rivoluzionato tutto, ancora una volta.

Pepper-mugshotIl racconto di Johnny Carter è quello dell’esistenza e della fine dei giorni di molti musicisti, non solo jazz. È la storia della fragilità e della debolezza di personaggi dotati di una sensibilità esasperata, ma anche dei loro eccessi e dei loro egoismi. Cortazar non giudica il suo personaggio, ma neppure lo assolve. Per Bruno quel che conta è raccontare i fatti, per come ritiene che si siano svolti. Suo malgrado, anche nel momento in cui la vita del protagonista del suo libro si tinge dei colori della fine, non può smettere di pensare al suo libro, la cui edizione inglese, appena uscita “si vende come il pane”. Rileggendo questo racconto, perché avevo idea di scriverne,  non ho potuto non pensare ad altre figure chiave della storia del jazz, oltre a Charlie Parker, come Chet Baker, Miles Davis, Lee Morgan e lo stesso Coltrane ma più di tutti ho pensato ad Art Pepper, sassofonista straordinario e molto per certi versi simile a Johnny Carter, forse meno noto dei nomi che ho citato prima, la cui esistenza meriterebbe di essere raccontata ancora e ancora. Una vita, come quella di Johnny Carter, segnata profondamente dai problemi legati alle droghe che lo portarono negli anni ad entrare e uscire dal carcere (in una bella autobiografia Pepper si racconta senza reticenze). Un musicista superbo e unico, la cui musica, come quella di Parker, supera e sublima una vita complicata e dolorosa, sacrificata nella ricerca di qualcosa di grande e bello: una nota dietro l’altra nel tentativo di creare un capolavoro che giustifichi una vita.

 

Sergio Salabelle

L’avventura di un filologo – Enrico Sinno

Continua la nostra serie di pubblicazioni. Di seguito trovate il terzo classificato, tra i partecipanti allo Sconcorsone. L’autore è Enrico Sinno. Il titolo, non avendone dato lui uno, è nostro. Ci siamo ispirati a Calvino, perché quello dell’autore era fin troppo manganelliano “Due“. Esistendo già una centuria con questo numero, siamo andati d’intuito, sperando di non far dispiacere a nessuno.

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1df9abUn signore fortemente dedito allo studio delle lingue morte e, in particolar modo, a quelle ormai abbandonate o trascurate anche dai più specializzati filologi, viveva nella continua angoscia di non poter trovare un termine adatto, ovvero qualitativamente equivalente al sentimento da lui provato, necessario ad esprimere l’amore che provava per la propria donna. Ogni giorno percorreva, di ritorno dal posto di lavoro, una delle strade più affollate della città, con la vibrante euforia di poter finalmente tornare a casa e avvolgersi nel silenzio accogliente del suo studiolo per dedicarsi, con tutta la sua smania ossessiva, alla ricerca di parole mai lette e mai conosciute. Queste erano le uniche che riuscivano a destare in lui un qualche tipo di interesse, poiché le pensava assimilabili a macerie di antiche civiltà, fossili remoti e sotterranei persi tra le pieghe del tempo e difficilmente codificabili; lo stupiva il fatto di potersi porre di fronte a sequenze di lettere arcane, sulle quali non sapeva nulla, poiché non ne conosceva né il significato e, spesso, neanche un probabile significante, non ne afferrava né il suono, né il senso, così che poteva avvertire l’asfissiante presenza del vuoto scatenata dal non poterle decifrare, credendosi, in ultima analisi, capace solamente di poter immaginare probabili chiavi di lettura o razionali, ma sempre ipotetiche, soluzioni a degli enigmi che un tempo erano stati accessibili a tutti. Un giorno, camminando lungo la solita strada affollata, con lo sguardo, come di consueto fisso al cemento, in un atteggiamento timido e pensoso, intravide tra i ciottoli del selciato, un oggettino dai contorni irregolari, discontinui, tutto impolverato e corroso dalla pioggia. Inizialmente non poteva credere ai suoi occhi e cominciò a fare razionali congetture su come quel filamento di ferro arrugginito, che proprio gli pareva una parola, potesse essere finito lì. Forse era cascato involontariamente dalla lingua di qualche cittadino di un lontano passato schiantandosi al suolo in una bolla di saliva; forse qualche disaccorto lettore aveva fatto scivolare via un pezzetto di un libro appena comprato e fresco fresco di libreria; chissà che invece non fosse il lascito, stranamente non notato da nessuno, di un’antica civiltà, resistito allo scorrere del tempo, rimasto lì, ancorato tra i ciottoli, in attesa di qualcuno che lo salvasse dall’oblio. Preso da brividi freddi, il filologico signore, si chinò e svelto raccolse il misterioso sghiribizzo, cercando di non farsi cogliere sul fatto da occhi indiscreti, puntando poi dritto verso casa con un passo più spedito del solito. Le notti seguenti le passò nell’impresa, tutta scientifica, di svelare il segreto del suo ritrovamento: immerse la parola in sostanze sempre diverse per scoprire il comportamento del letterario reagente sottoposto alle più svariate soluzioni chimiche, lo allungò attraverso tiranti meccanici d’acciaio misurandone l’elasticità, cercò la presenza delle lettere che lo componevano in rari e sconosciuti dizionari sbattendo il capo più volte in muri troppo resistenti e infrangibili che lo separavano, senza possibilità di riuscita, dalla verità. Lo sconforto prese il possesso della sua mente, o meglio, ogni suo pensiero fu totalmente assorbito da quella mistica e insondabile parola. La sua ansia di volerne ricavare un qualche contenuto o concetto pervase completamente la sua vita e, più specificatamente, il suo stesso linguaggio: le parole gli apparivano sempre più astratte, prive di ogni logicità, colpevoli, come qualche studioso prima di lui aveva recitato, di una gravissima onta, quella del significato. Smise di parlare, di comunicare con il mondo, isolandosi nella sua ricerca e nei segni alfabetici di lingue risalenti a prima della caduta di Babele. Passarono giorni, mesi, anni e ormai la sua esistenza era giunta al limite estremo e fu solo sull’orlo di quest’abisso che, sentendo la voce della donna amata che gli chiedeva «Tu mi ami?», la sua vita si risolse nell’unico, o forse più grande, atto d’amore che la sua passione filologica gli permetteva: alla domanda rispose infatti con il silenzio, porgendo alla donna la parola trovata nella sua gioventù, della quale non sapeva ancora nulla, né suono, né senso, sicuro che in quella, lei, la sua amata, ci avrebbe visto quel «ti amo» tanto agognato, l’unico capace di rendere esplicito, in mondo quantitativamente e qualitativamente equivalente, l’amore profondo, smisurato, senza senso provato per lei, forse solamente superato da quello per la filologia che lo aveva fatto inabissare in mille nascoste biblioteche fino all’ora della sua morte.

Centuria dello spaventacchio – Michele Farina

Cominciamo oggi, con la Centuria dello spaventacchio di Michele Farina, la pubblicazione dei testi vincitori dello Sconcorsone manganelliano. Il racconto che presentiamo oggi ha ricevuto una menzione speciale da parte della Giuria e si aggiunge ai tre primi classificati che troveranno posto in questa pagina nelle prossime settimane. Il testo è qui accompagnato da un disegno di Matteo Mazzucchi, realizzato appositamente per l’occasione. Congratulazioni quindi ai vincitori e buona lettura a tutti!

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Lo spaventacchio inoperoso trascorreva gli equinozi riflettendo sulla possibilità di disertare il destino. Egli, frequentatore di falò e lune falcate, sapeva bene che il destino è una croce; nel suo caso una croce di faggio e corda, conficcata nella nebbia polverosa di una brughiera brulla. D’altro canto non era sempre stato così, e il tedio opprimente delle giornate non mancava di ricordarglielo lambendo la sua mente con immagini di giorni migliori, svogliate fanterie di un blando assedio. Come spaventapasseri aveva avuto i suoi tempi d’oro, quando una miriade di spighe brillanti affollava quello stesso terreno, mormorando al soffio del vento. Allora i papaveri gli fiorivano alle ginocchia, confusi alla  paglia e alle vesti rappezzate con toppe variopinte. Capitava ancora che raccontasse questa storia sbiadita agli uccelli che si posavano sulla sua spalla, in cerca di un trespolo in quella guasta radura, ma quelli la prendevano per una fola e inclinavano il capo di lato con aria perplessa. E tuttavia avrebbero potuto altrimenti, loro, che a quei tempi nemmeno erano un progetto di uovo? Gli davano del bugiardo e del contafavole, involandosi poi alla prima folata. In passato il suo mestiere era stato difendere a ogni costo semi e germogli da quegli animali, sfruttando tutto il proprio repertorio: inconsulti sventolamenti di maniche, filastrocche brutte, fulminazioni repentine dei suoi malocchi di bottone. A quei tempi la sua fama proiettava un’ombra lunga nei cieli, sulle staccionate, sui pali, a filo dei cavi telefonici; nei nidi e nelle nicchie di tronco le mamme uccello sussurravano il suo nome ai pulcini, per costringerli a finire la razione giornaliera di becchime e vermi rigurgitati. Ora invece, la sempre più acuta solitudine lo aveva portato ad ammorbidire le proprie posizioni in materia di volatili, trovandosi a elemosinare buonesere anche dalla ghiandaia più saccente. Di tutti gli enti impossibili lo spaventapasseri è senza dubbio quello più risolto nel nome che porta: comprensibile quindi lo scorno e il rimpianto di non avere più un campo da sorvegliare, né uccelli da spaventare. In una crisi vocazionale di quella portata, che pareva affliggere il sindacato degli spaventacchi e svariate altre categorie, egli avrebbe allargato di buon grado il suo mansionario, cominciando magari a infondere terrore in altri esseri  che non fossero uccelli, o per converso iniziare un’ attività aliena dallo spavento, ma sempre a contatto coi fuggevoli beccomuniti. Provava quindi a immaginarsi come covatore surrogato, rosa dei venti per migratori sperduti, almanaccatore di traiettorie di volo. Ma ogni nome è uno scorsoio: quanto più cerchi di divincolarti tanto più ti strozza. Lo spaventacchio  aveva un bivio di fronte sé: continuare a vivere senza significato in quel mondo, cosmico solo in apparenza, o cercare il non-mondo, quell’utopia dove le parole continuano a coltivare un senso. Solo a quel punto lo spaventacchio abbandonò la propria croce, incamminandosi malcerto per i boschi, lontano dalla radura. Si augura ogni bene a quel coraggioso: di arrivare quindi in quell’agognato laggiù o di non giungervi mai? Qualche uccelletto mi racconta di tanto in tanto la leggenda dello spaventacchio coraggioso che disertò il destino; io gli do del contafavole e lo caccio, soffiandolo via dalla manica, sed excrucior, perché ricordo la domanda fatale e ora so la risposta.

spaventacchio

 

Un carteggio in libreria. L’incontro.

Un poeta, un gruppo di persone che con quel poeta hanno intrattenuto una corrispondenza, una postina un po’ magica e una donna che ha una sorprendente fede nella parola e nelle persone.

Insieme a noi due librai, ecco qui i personaggi principali di questa piccola storia molto importante.

Non starò a raccontare come è nato tutto perché altri potranno farlo meglio di me.

Basti sapere che a seguito di un corso di scrittura (qui c’entra la donna di fede), alcune persone (Veriano, Christian, Damiano, Giovanni, Monica, Marilva) hanno iniziato una originale corrispondenza con il poeta Roberto Carifi.

Loro scrivevano a mano, su bei fogli bianchi e Lucia si trasformava in postina per permettere l’incontro, consegnando al destinatario le belle lettere. Ecco che il destinatario si trasformava in mittente, digitando sulla tastiera le sue email di risposta.

foto di gruppoImmagino che Federica ricevesse le e-mail del poeta e le stampasse. Non sono sicura che sia andata esattamente così, ma non posso pensare a un modo diverso. Federica usa la carta, ha un rapporto con la letteratura un po’ vecchio stampo ed è un bene, credetemi, altrimenti questo progetto non avrebbe visto la luce. Me la immagino mentre legge le e-mail ad alta voce e lentamente al suo gruppo, mentre le sfoglia, con quello stupore che le si imprime sul viso quando si emoziona.

E invece non è andata nemmeno così. Lucia mi ha svelato un piccolo segreto, che condivido volentieri, se promettete di non dirlo a nessuno. Chi conosce Lucia sa della sua passione. La si vede spesso con un registratore in mano e le cuffie. Le voci sono diventate un suo modo di catturare il tempo, registrando ricordi. A lei, in un’altra occasione, ho affidato alcuni dei miei ricordi di bambina. Svelando questo piccolissimo dettaglio, penso sia facile immaginarla a casa del poeta, registratore alla mano, pronta a cogliere, ad accogliere le risposte verbali. Lettere dettate ma non trascritte, che fluttuano come il divenire. Immagino il silenzio, il raccoglimento e poi lo scoppiettio delle parole, legate l’una all’altra come le perle in una collana, un canto (siamo con un poeta, ricordate?) in risposta ad ogni singola lettera.

Che cosa c’entriamo noi librai? Poco o niente. Siamo stati soltanto i silenziosi testimoni dell’incontro avvenuto nella nostra libreria.

Christian è stato il primo ad arrivare, poi Lucia con il poeta, poi alla spicciolata tutti gli altri.

C’era emozione, attesa, un po’ di imbarazzo, forse? Incontrarsi per la prima volta, dopo essersi scritti, dopo uno scambio così intimo, rende timidi e insicuri.

Ci siamo accomodati in cerchio, come ad una immaginaria tavola rotonda.

L’incontro tra il poeta e il gruppo dopo il lungo carteggio, ha rivelato la sua sacralità nel momento in cui Lucia ha “srotolato” le lettere scritte a mano, conservate all’interno di una striscia di tessuto formata da scampoli di stoffa tutti differenti fra loro. Ogni fantasia rappresenta un mittente e raccoglie le sue missive. Un patchwork che rivela ad ogni autore dove si trovano le proprie parole, se al principio, alla metà o alla fine di questo insolito papiro.

È impossibile rivelare qui e ora il contenuto di alcune di quelle personalissime missive, anche se alcune sono state lette a voce alta.

L’emozione di questa condivisione è stata potente.

Come la combatti tu, la solitudine, poeta?

I messaggi, adesso letti da chi li aveva scritti e affidati a Lucia, attesi con gioia (è questo il termine usato dal poeta) e con impazienza dal destinatario che a sua volta rispondeva con altri mezzi ma generando ugualmente un gioco di attese e di gioiose ansie in chi attendeva la sua risposta, erano lì, avvolte nel rotolo di stoffa, in libreria.

E quel rotolo è rimasto in libreria, casa e rifugio improvvisati per un carteggio personale e prezioso.

La compassione per sé stessi e gli altri. “Con-pas-sio-ne”.

Solitudine, compassione, con passione, parole che in questo scambio hanno assunto una loro sacralità. E vorrei aggiungere verità.

Se la letteratura è menzogna, questa esperienza di dialogo a più voci, forse, può rappresentare un’eccezione.

È stato un incontro vero, puro, sincero, privo di maschere. È mai possibile?

Come la combatti tu, poeta, la solitudine?

 

Elena Zucconi