Centuria dello spaventacchio – Michele Farina

Cominciamo oggi, con la Centuria dello spaventacchio di Michele Farina, la pubblicazione dei testi vincitori dello Sconcorsone manganelliano. Il racconto che presentiamo oggi ha ricevuto una menzione speciale da parte della Giuria e si aggiunge ai tre primi classificati che troveranno posto in questa pagina nelle prossime settimane. Il testo è qui accompagnato da un disegno di Matteo Mazzucchi, realizzato appositamente per l’occasione. Congratulazioni quindi ai vincitori e buona lettura a tutti!

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Lo spaventacchio inoperoso trascorreva gli equinozi riflettendo sulla possibilità di disertare il destino. Egli, frequentatore di falò e lune falcate, sapeva bene che il destino è una croce; nel suo caso una croce di faggio e corda, conficcata nella nebbia polverosa di una brughiera brulla. D’altro canto non era sempre stato così, e il tedio opprimente delle giornate non mancava di ricordarglielo lambendo la sua mente con immagini di giorni migliori, svogliate fanterie di un blando assedio. Come spaventapasseri aveva avuto i suoi tempi d’oro, quando una miriade di spighe brillanti affollava quello stesso terreno, mormorando al soffio del vento. Allora i papaveri gli fiorivano alle ginocchia, confusi alla  paglia e alle vesti rappezzate con toppe variopinte. Capitava ancora che raccontasse questa storia sbiadita agli uccelli che si posavano sulla sua spalla, in cerca di un trespolo in quella guasta radura, ma quelli la prendevano per una fola e inclinavano il capo di lato con aria perplessa. E tuttavia avrebbero potuto altrimenti, loro, che a quei tempi nemmeno erano un progetto di uovo? Gli davano del bugiardo e del contafavole, involandosi poi alla prima folata. In passato il suo mestiere era stato difendere a ogni costo semi e germogli da quegli animali, sfruttando tutto il proprio repertorio: inconsulti sventolamenti di maniche, filastrocche brutte, fulminazioni repentine dei suoi malocchi di bottone. A quei tempi la sua fama proiettava un’ombra lunga nei cieli, sulle staccionate, sui pali, a filo dei cavi telefonici; nei nidi e nelle nicchie di tronco le mamme uccello sussurravano il suo nome ai pulcini, per costringerli a finire la razione giornaliera di becchime e vermi rigurgitati. Ora invece, la sempre più acuta solitudine lo aveva portato ad ammorbidire le proprie posizioni in materia di volatili, trovandosi a elemosinare buonesere anche dalla ghiandaia più saccente. Di tutti gli enti impossibili lo spaventapasseri è senza dubbio quello più risolto nel nome che porta: comprensibile quindi lo scorno e il rimpianto di non avere più un campo da sorvegliare, né uccelli da spaventare. In una crisi vocazionale di quella portata, che pareva affliggere il sindacato degli spaventacchi e svariate altre categorie, egli avrebbe allargato di buon grado il suo mansionario, cominciando magari a infondere terrore in altri esseri  che non fossero uccelli, o per converso iniziare un’ attività aliena dallo spavento, ma sempre a contatto coi fuggevoli beccomuniti. Provava quindi a immaginarsi come covatore surrogato, rosa dei venti per migratori sperduti, almanaccatore di traiettorie di volo. Ma ogni nome è uno scorsoio: quanto più cerchi di divincolarti tanto più ti strozza. Lo spaventacchio  aveva un bivio di fronte sé: continuare a vivere senza significato in quel mondo, cosmico solo in apparenza, o cercare il non-mondo, quell’utopia dove le parole continuano a coltivare un senso. Solo a quel punto lo spaventacchio abbandonò la propria croce, incamminandosi malcerto per i boschi, lontano dalla radura. Si augura ogni bene a quel coraggioso: di arrivare quindi in quell’agognato laggiù o di non giungervi mai? Qualche uccelletto mi racconta di tanto in tanto la leggenda dello spaventacchio coraggioso che disertò il destino; io gli do del contafavole e lo caccio, soffiandolo via dalla manica, sed excrucior, perché ricordo la domanda fatale e ora so la risposta.

spaventacchio

 

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