L’astore

astoreÈ uscito per Adelphi, in queste settimane, un libro di cui si era tornati a parlare di recente in seguito alla pubblicazione di Io e Mabel di Helen MacDonald, si tratta di L’astore di T.H. White, che del romanzo pubblicato da Einaudi lo scorso anno rappresenta in un certo modo il cuore, la fonte di ispirazione. T.H. White è noto per aver creato Re in eterno, serie di romanzi che reinventarono la saga di Re Artù, il cui titolo sicuramente più popolare è La spada nella roccia, da cui venne, tra l’altro, tratto il film della Disney. The Goshawk (L’astore, nella traduzione italiana di Giovanni Ferrara degli Uberti) è il diario del suo tentativo di addestrare uno tra i più feroci e indomabili rapaci, un astore, appunto, in cui l’autore registra lo scontro, la lotta che ne scaturisce ma anche la fascinazione di cui rimane vittima. Fin dall’inizio White si rende conto che la sua è un’impresa destinata al fallimento, ma anche della necessità di documentarla: «…Il libro che avevo in mente non era affatto il libro di un falconiere. Sarebbe stato il libro di un apprendista: alla fin fine, il libro di uno scrittore, di uno che aveva tutt’al più cercato, senza riuscirci, di essere un falconiere.».

Ecco l’incipit, che immediatamente dà l’idea della violenza di questo quasi corpo-a-corpo e della forza della scrittura di White. E’ il primissimo incontro tra l’animale e il suo futuro addestratore.

«Quando lo vidi per la prima volta era una cosa rotonda che assomigliava a un cestino per i panni sporchi coperto da una tela da sacco. Ma era esagitato e spaventoso a vedersi, repellente così come appaiono orribili i serpenti a chi non li conosce, o pericoloso come l’improvviso movimento di un rospo sulla soglia di casa quando si esce di notte nella rugiada alla luce di una lanterna. La tela era stata cucita con uno spago, e sotto lui balzava verso l’alto: bum, bum, bum, incessantemente, suggerendo più di un pizzico di follia. Il cestino pulsava come un grosso cuore che battesse all’impazzata. Ne uscivano agghiaccianti grida di protesta, isteriche, terrorizzate, ma furibonde e perentorie. Avrebbe mangiato vivo chiunque.»

T.H. White, L’astore
Traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti
Fabula
2016, pp. 201

 

Tommaso Landolfi – I Russi

Sabato 30 gennaio alle ore 18 alla libreria indipendente Les Bouquinistes, via dei Cancellieri 5 a Pistoia, Raoul Bruni e Matteo Marchesini incontreranno Giovanni Maccari, curatore di I Russi (Adelphi, 2015), raccolta degli scritti dedicati alla letteratura russa da parte di uno dei maggiori scrittori italiani del ‘900, Tommaso Landolfi.

tirez sur le graphisteNel 1928 Landolfi è studente all’Università di Firenze. Dai corsi ufficiali, però, si tiene «a rispettosa distanza»: la sua unica, «beata», occupazione è parlare per notti intere di letteratura con gli amici Carlo Bo, Leone Traverso e Renato Poggioli. «Lì era la nostra università,» ricorda «a quella vera non andavamo mai». È grazie a Poggioli che scopre la letteratura russa: e in questa disciplina, che a Firenze allora nessuno professava, si laureerà nel 1932 con una tesi sull’opera di Anna Achmatova. Intanto, nel 1930, sono usciti un racconto, Maria Giuseppa, e la recensione al Re Lear delle Steppe di Turgenev: il suo doppio destino – di scrittore e di slavista – è segnato. Ma slavista è forse il termine meno adatto. Incontrando la letteratura russa, Landolfi incontra in realtà una parte di sé: e l’«uomo superfluo» – in cui confluiscono senso di estraneità, stanchezza spirituale, profondo scetticismo – diventa uno specchio nel quale non cesserà di guardarsi. Per non parlare del dualismo morale, dei fantasmi, dell’innocenza russa, di Gogol’ e Dostoevskij, che entrano stabilmente fra gli agenti attivi della sua immaginazione, per poi rifluire nella narrativa. Non meraviglia allora che in Russia Landolfi non sia mai andato: quel paese era per lui, e sarebbe rimasto, un’immagine, la matrice di una letteratura consegnata a un «eterno romanticismo», nonché di scrittori irriducibili agli schemi, capaci di ricreare da capo il proprio mondo. Né meraviglia che il prestigio di russista gli sia apparso da ultimo una persecuzione: proprio come le traduzioni, lavori venali che, diceva, «sempre più mi allontanano dal mio proprio lavoro». Resta il fatto che, al di là delle scintillanti e magistrali versioni che sino al 1967 Landolfi ha continuato a produrre, i suoi scritti sulla letteratura russa rivelano una capacità di intuirla che non ha molti uguali nel nostro Novecento: e che ci lascia ammirati.

La locandina è di tirez sur le graphiste

I russi - Adelphi

Breve vita di Rembrandt Bugatti

Questa vita tuttavia mi pesa molto

Edgardo Franzosini, Adelphi, 2015

Questa vita tuttavia mi pesa molto, copertinaDi questo breve romanzo di Edgardo Franzosini è bellissimo anche il titolo. Una frase tratta da una lettera che introduce immediatamente quel senso di inadeguatezza, di incapacità, di sofferenza e di insofferenza del protagonista.

Rembrandt Bugatti è un artista, un animalier, che vive tra Parigi e Anversa, ma forse dovremmo scrivere tra lo zoo del Jardin des Plantes e lo zoo Antwerpen, dove osserva con maniacale attenzione gli animali che poi riproduce in maniera velocissima, scolpendo di getto quasi istintivamente.

In queste poco più di cento pagine si cerca di descriverlo, di farlo conoscere, di svelare alcuni aspetti della sua personalità; un compito tutt’altro che facile.

Mischiando realtà e fantasia se ne crea una piccola biografia, incentrata su alcuni anni della sua vita e soprattutto sull’ultimo, il 1916.

Il risultato è davvero sorprendente. Con pochi accenni, Franzosini riesce a ricreare un’epoca, la Parigi di quegli anni e l’entourage dove Bugatti viveva e lavorava.

Non si può non restare colpiti da una vita così breve, vera e sofferta. Una vita contrassegnata da una passione fortissima e viscerale, da una magnifica ossessione, che condiziona il carattere, il modo di essere e di apparire, la vita appunto, ma molto probabilmente anche la morte di Rembrandt Bugatti.

In questa sorta di biografia l’esistenza dell’artista risulta ancora più intensa, «la vita senza i tempi morti» avrebbe detto François Truffaut.

Non so come e perché Edgardo Franzosini si sia imbattuto in questo personaggio, ma è facile capire perché non sia riuscito a lasciarlo andare.

Bugatti si sente a suo agio solo con gli animali e molte sono le pagine dedicate alle sue giornate trascorse in loro compagnia. Ama osservarne il pelo, annusarne l’odore, memorizzare i movimenti flessuosi delle fiere mentre si chinano a lambire l’acqua, sorprendere gli scatti improvvisi, i muscoli che si tendono e che creano un movimento pieno di energia che per lui era meraviglioso. Mi chiedo perché non avesse mai tentato di osservarli nel loro habitat naturale. Penso che non lo abbia mai fatto perché era anche lui un animale in cattività. Anche lui era in qualche modo obbligato a vivere fuori dal proprio habitat, prigioniero di qualche gabbia.

Quest’uomo, a cui è stato imposto un nome tanto importante e impegnativo, sembra avere un’identità fluttuante, indefinita, che Franzosini ricostruisce nel suo romanzo attraverso le descrizioni di chi lo conosceva, elencando i soprannomi che gli venivano affibbiati – Pempa dal fratello, l’Americano dagli amici, l’Aristocratico dalla portinaia del numero 3 di rue Joseph Bara a Parigi – descrivendo gli abiti originali che indossava ma anche elencando i tanti suoi ritratti, disegnati o scolpiti dai suoi amici. Ma saranno tutti reali?

È un gioco sottile questo di Franzosini, fra realtà e fantasia, fra vero e verosimile, fra frasi scritte tra virgolette recuperate da vecchi carteggi e altre, probabilmente, frutto della sua fantasia. Questa partita giocata un po’ con il testo, un po’ con il lettore, fa sì che la dolce malinconia del romanzo si stemperi un poco nell’ironia che forse si ritrova, involontariamente, anche nella copertina del libro di Adelphi. L’animale stilizzato sotto il titolo mi ha ricordato lo struzzo di Einaudi. Invece è un fenicottero, opera di Rembrandt Bugatti, che un po’ gli assomigliava anche, ritratto anche quello, forse, un po’ paradossale dell’artista.

Elena Zucconi

Questa vita tuttavia mi pesa molto

Sabato 9 gennaio alle 18 alla libreria indipendente Les Bouquinistes, in via dei Cancellieri 5 a Pistoia, sarà ospite un grande scrittore, Edgardo Franzosini, per presentare Questa vita tuttavia mi pesa molto (Adelphi, 2015). È la storia struggente e bellissima, come solo le biografie sanno essere, di Rembrandt Bugatti. L’autore ci racconta la vita di questo artista, forse non molto conosciuto, trascorsa tra Parigi e Anversa e del suo amore per gli animali che trasformava in opere d’arte, sculture bronzee che sembrano modellate con le mani. Un uomo fragile e forte a suo modo. Un libro che fa male ma di una beltà e di un’umana poesia che lasciano dentro nostalgia e dolcezza.

Insieme a Edgardo Franzosini e a conversare con lui ci sarà Giovanni Maccari, che tornerà in libreria il 30 gennaio con I russi di Tommaso Landolfi.
tirez sur le graphiste
Edgardo Franzosini, scrittore italiano, ha pubblicato Il mangiatore di carta (Sugarco, 1989) Nel 1995 Raymond Isidore e la sua cattedrale, che ha vinto il Premio l’Inedito-Maria Bellonci, il Premio Procida-Elsa Morante ed è stato finalista al Premio dei Lettori di Lucca. Nel 1998 ha pubblicato Bela Lugosi vincendo il Premio Filmcritica-Umberto Barbaro. Nel 2013 è uscito Sotto il nome del Cardinale (tutti editi per Adelphi). Nell’aprile 2014 ha pubblicato Sul Monte Verità (per Il Saggiatore). Nel 2015 è uscito, ancora per Adelphi, Questa vita tuttaviami pesa molto. Vive a Milano. I suoi libri sono stati tradotti in Spagna, Francia, Germania. Ha tradotto dal francese e dal tedesco.
La locandina è di Tirez sur le graphiste
info: lesbouquinistes@libero.it oppure 3287432522