La vita privata

Venerdì 10 marzo alle 18 presso la libreria indipendente Les Bouquinistes – via dei Cancellieri, 5 a Pistoia – incontro con l’autore marchigiano Daniele Garbuglia e il suo romanzo La vita privata, Edizioni Casagrande 2016. Insieme a lui, il poeta Matteo Pelliti.

Il protagonista si sveglia una domenica mattina e scopre di non vedersi più perché è diventato invisibile, una voce senza un corpo che inquieta persino la sua famiglia. Si può raccontare la storia di qualcuno senza immagine? Daniele Garbuglia ha provato a rispondere sì.

La vita privata La giornata di un uomo che si sveglia una domenica mattina e si accorge di aver perso la propria immagine, il suo “sembiante”: un fatto straordinario che lo obbliga a confrontarsi in modo nuovo con il suo mondo ordinario, cominciando dalla moglie e il figlio e dagli spazi di casa. Chi è il protagonista di questa storia? Un uomo che dubita della propria esistenza? Uno spettro? Un angelo che non sa di esserlo? E soprattutto, perché ci sembra di conoscerlo così bene? Scandito nelle classiche quattro parti della giornata, il nuovo libro di Daniele Garbuglia si presenta come una riflessione sull’identità dell’uomo privato, all’interno della propria famiglia, sì, ma anche sullo sfondo di quel paesaggio parcellizzato e privatizzato, carente di memoria e condivisione, che caratterizza la nostra epoca.

«L’uomo non aveva più la propria immagine.
Era ancora avvolto nel sonno e il tepore delle coperte non lo aveva abbandonato. Si guardò di nuovo allo specchio ma non c’era. Pensò di alzare la mano, il braccio, la testa, ma la sua immagine non compariva. Guardò giù per scoprire cosa fosse accaduto. Non vedeva più niente di sé, i piedi, le gambe, il torace, le braccia. Niente.»

Daniele Garbuglia è nato a Recanati nel 1967 e vive a Senigallia. È autore del racconto Fagotto e Sparafucile (Pequod, 1998) e della serie di libri per ragazzi Soqquadro (Giunti, 2006). Per le Edizioni Casagrande ha pubblicato i romanzi Home (2004), Musica leggera (2009) e La vita privata (2016).

 

 

 

 

Come l’incipit di Tolstoj

Mi ha colpito fin dal titolo, l’esordio di Simone Giorgi. Chi non pensa immediatamente all’incipit di Anna Karenina? È talmente famoso, che il titolo del romanzo non può che saltare agli occhi e colpire in pieno petto sia chi, come me, ha amato e ama il romanzo di Lev Tolstoj visceralmente sia chi, forse, non lo ha mai letto ma ne ha sicuramente sentito parlare.

01-giorgi-a4-a001Sarà poi vero che tutte le famiglie felici si assomiglino fra loro? Simone Giorgi compie un esperimento, quasi da laboratorio scientifico: isola un giorno, il 12 dicembre 2003, un giorno come un altro, nella vita di una delle cosiddette “famiglie normali” quelle da campione demoscopico: padre, madre, due figli, una femmina e un maschio. Sì, perché Eleonora è la più grande (chi vuole una bella famiglia cominci dalla figlia, recita un proverbio) e Stefano le è più piccolo di quattro anni. Non sono ricchi ma non hanno problemi economici.

I figli sono entrambi adolescenti e, per chi ha buona memoria della propria gioventù o ha figli di quell’età, sa bene che all’interno di quella famiglia è possibile, anzi, è altamente probabile, si trovi una bomba senza sicura, intoccabile e irremovibile, se si usa un linguaggio prettamente militare.

E di quel preciso giorno, Simone Giorgi, narratore onnisciente, voyer dallo sguardo lucido e disincantato che immagino dietro a una telecamera, racconta tutto ciò che accade.

lultima-famiglia-feliceRiesce a creare pathos descrivendo un’apparente normalità, infonde un senso di disagio che non si placa mai. Mi sembra che l’autore imponga al lettore una continua attenzione, come se fosse lui in prima persona, il lettore, a dover maneggiare quella bomba di cui parlavamo.

La scrittura di Simone Giorgi è evocativa. A me, ha fatto pensare a un vecchio film di Nanni Moretti, La stanza del figlio, un altro lucido ritratto di una famiglia normale e ancora, restando sempre nel mondo del cinema, a un regista che amo molto, Krzysztof Kieślowski, il suo sguardo dietro la macchina da presa mi sembra che traduca il mondo in pura poesia.

Simone Giorgi, L’ultima famiglia felice, Einaudi 2016.

Elena Zucconi

Uno strano tipo di bestiario

«Una gallina di nome Natalia aveva deciso di scrivere un romanzo, ma non le vennero in mente né la trama, né i personaggi, né il titolo né lo stile della scrittura. Fu così che quella gallina velleitaria scrisse invece i suoi ricordi di infanzia ed ebbe molto successo fra le oche.»

Luigi Malerba, Le galline pensierose, Quodlibet 2014

Non sono un medico, lo dico subito. Amo leggere e tenermi informato. Ogni mattina sfoglio tre, quattro quotidiani in cerca di fatti e notizie insolite, con particolare attenzione verso ciò che riguarda la salute (fisica e mentale) dei miei simili.

lombrosoMi piace leggere tutto ciò che riguarda questi argomenti. Principalmente saggistica, ma anche narrativa. Amo quei romanzi dove la malattia, seppure intesa come semplice malessere, sembra essere l’unica protagonista. Certe pagine di Svevo, ad esempio, non smetto mai di leggerle. Potrei citare dozzine di scrittori, tra i miei preferiti, da José Saramago a Philip Roth, ma ho letto anche Lombroso e molti saggisti di fama. La sintesi perfetta, per me, è rappresentata da Oliver Sacks, il medico e scrittore che ho molto amato e stimato, leggendo, negli anni, tutto quello che è stato pubblicato in italiano. Purtroppo non leggo l’inglese. Solo l’italiano e, a malapena, un po’ di francese. Sono poi un attento osservatore delle persone che ho intorno. Ho una piccola agenda, che porto sempre con me, nella quale annoto, quando capita, tic e strane abitudini delle persone che incontro. Ne è nato, col passare degli anni, uno strano tipo di bestiario, fatto di deliri più o meno gravi, che spero, un giorno, di poter raccogliere in un libriccino, che pubblicherei a mie spese, solo per farne dono alle persone che amo e che apprezzano la mia ricerca, se così posso chiamare questo mio tentativo di descrizione delle fragilità umane.

Il caso che voglio qui raccontare è, per me, particolarmente interessante e motivo di orgoglio, in quanto ritengo di essere stato il primo a puntare l’attenzione su questa particolare forma di alterazione.

Ho conosciuto Giovanna (uso qui, come è comprensibile, un nome di fantasia) circa sei anni fa, per motivi di lavoro. Io sono oggi pensionato, ma lei, essendo assai più giovane di me (anche se non più giovanissima), è ancora in attività. Io, per molto tempo, ho commerciato in abbigliamento per ragazzi. Sono stato per oltre trentotto anni rappresentante di alcune delle più importanti marche. Giovanna aveva ed ha, un bel negozio proprio nella strada principale della nostra città. Quello che mi colpì maggiormente, la prima volta che entrai nel locale, fu una mensola, di vetro e acciaio, sulla quale erano disposti in bell’ordine, non calzini o pantaloni all’ultima moda, ma alcuni dei più importanti romanzi del Novecento. Conoscendo, per passione, il mondo dei libri, mi accorsi immediatamente che erano tutti in vecchie edizioni, ormai fuori catalogo, e, come mi raccontò lei più tardi, molti in prima edizione. Come è facile che succeda fra lettori, diventammo subito amici. Mi confidò di aver ricevuto quei libri in dono dai parenti dei rispettivi autori.

funny-vintage-photos-of-people-taking-naps-10Bisogna infatti sapere che Giovanna soffre da molti anni  di una strana e, temo, irreversibile malattia. Si tratta di una sindrome piuttosto inquietante che ho voluto denominare “del parente dello scrittore morto”. Di che si tratta? È presto detto. Giovanna, che ha ormai da tempo superato i cinquanta (età ritenuta critica nelle donne per simili forme post menopausa) passa la propria misera esistenza alla ricerca di congiunti di scrittori noti, ma defunti, ai quali si attacca con fare morboso, nella speranza di acquisire, per osmosi, alcune tracce del de cuius che accidentalmente dovessero essere entrate a far parte dell’asse ereditario. Quasi quotidianamente si reca a commemorazioni, omaggi, letture ad alta voce e, lungi dal seguire la cerimonia che si sta svolgendo, con gli occhi sempre attenti scruta la sala in cerca dei parenti, meglio se di primo grado o coniugi. Le capita, solitamente, di incappare in una moglie o un marito, in una sorella o in un figlio, ma, se non trova di meglio, è disposta ad accettare anche un cognato o una prozia. Una volta che abbia individuato la propria vittima, la mia amica è implacabile: si fionda al suo fianco e non è disposta a mollarla finché non ha attirato la sua attenzione. A quel punto la cosa è fatta. Bisogna infatti considerare che ci troviamo in un contesto di celebrazione ed è quindi probabile che il parente sia naturalmente incline alla commozione e vulnerabile. La mia amica è pronta, in quel momento, a creare un legame di assoluta dedizione nei confronti del parente dello scrittore morto, che da quel momento in poi sarà l’unico e solo oggetto delle sue conversazioni.

woman-readingPer mantenerne l’amicizia e la stima, è disposta perfino a leggere le opere dello scrittore defunto e a farne oggetto di analisi, seppure piuttosto superficiale, data una sua profonda ignoranza. Bisogna infatti dire che la mia amica spesso non ha la più pallida idea circa l’opera dello scrittore scomparso. Viene spesso a conoscenza della sua esistenza da altri parenti di scrittori morti ai quali si era in precedenza attaccata, formando così una singolare catena di Sant’Antonio letteraria. Se pure il parente si dovesse accorgere del bluff (cosa che di solito accade in un tempo variabile tra i cinque e i dodici mesi), lei si sarà comunque conquistata il suo affetto e la sua amicizia.

Giovanna, non avendo idee autonome, gusti e pensieri che si formino nella sua testa e grazie alle sue letture (che per altro, come ho già detto, sono quasi inesistenti) è pronta a farsi influenzare e guidare dai gusti di chicchessia. Leggere, per lei è una grande fatica, per tanto nelle conversazioni cita solo cose che ha sentito dire ad altri, senza mai aggiungere nulla di suo o di inedito. Devo dire che è anche piuttosto fragile di pensiero. Non voglio dire che sia una sciocca, ma vuota, questo sì. Da molto tempo non la vedo. Ho saputo da amici comuni che si è messa pure in testa di scrivere un romanzo e per questo frequenta autori di grido e cenacoli letterari. Gli scrittori, lo sappiamo, amano essere adulati e lei non si sottrae a questo triste destino. Io le ho fatto mancare la mia adulazione ed è per questo che i nostri rapporti si sono raffreddati, ultimamente. Ma bisognerà che la chiami: ho saputo che la sua salute è peggiorata. Pare si sia attaccata a un tizio che abita nel palazzo della bisnipote di Borges. Sicuramente cerca di arrivare a lei. E per mezzo di lei poter inserire l’occhio nella serratura. Il suo Aleph personale la attende.

Sergio Salabelle

L’astore

astoreÈ uscito per Adelphi, in queste settimane, un libro di cui si era tornati a parlare di recente in seguito alla pubblicazione di Io e Mabel di Helen MacDonald, si tratta di L’astore di T.H. White, che del romanzo pubblicato da Einaudi lo scorso anno rappresenta in un certo modo il cuore, la fonte di ispirazione. T.H. White è noto per aver creato Re in eterno, serie di romanzi che reinventarono la saga di Re Artù, il cui titolo sicuramente più popolare è La spada nella roccia, da cui venne, tra l’altro, tratto il film della Disney. The Goshawk (L’astore, nella traduzione italiana di Giovanni Ferrara degli Uberti) è il diario del suo tentativo di addestrare uno tra i più feroci e indomabili rapaci, un astore, appunto, in cui l’autore registra lo scontro, la lotta che ne scaturisce ma anche la fascinazione di cui rimane vittima. Fin dall’inizio White si rende conto che la sua è un’impresa destinata al fallimento, ma anche della necessità di documentarla: «…Il libro che avevo in mente non era affatto il libro di un falconiere. Sarebbe stato il libro di un apprendista: alla fin fine, il libro di uno scrittore, di uno che aveva tutt’al più cercato, senza riuscirci, di essere un falconiere.».

Ecco l’incipit, che immediatamente dà l’idea della violenza di questo quasi corpo-a-corpo e della forza della scrittura di White. E’ il primissimo incontro tra l’animale e il suo futuro addestratore.

«Quando lo vidi per la prima volta era una cosa rotonda che assomigliava a un cestino per i panni sporchi coperto da una tela da sacco. Ma era esagitato e spaventoso a vedersi, repellente così come appaiono orribili i serpenti a chi non li conosce, o pericoloso come l’improvviso movimento di un rospo sulla soglia di casa quando si esce di notte nella rugiada alla luce di una lanterna. La tela era stata cucita con uno spago, e sotto lui balzava verso l’alto: bum, bum, bum, incessantemente, suggerendo più di un pizzico di follia. Il cestino pulsava come un grosso cuore che battesse all’impazzata. Ne uscivano agghiaccianti grida di protesta, isteriche, terrorizzate, ma furibonde e perentorie. Avrebbe mangiato vivo chiunque.»

T.H. White, L’astore
Traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti
Fabula
2016, pp. 201

 

La barba di Perec

locandina1rDiceva Billy Wilder “Non è necessario che un regista sappia scrivere ma, se sa leggere, aiuta”. Questa frase mi è tornata alla mente quando ho visto per la prima volta le opere di Paolo Beneforti.

Paolo è sicuramente un lettore appassionato, che delle parole fa un uso giocoso. Ama i cruciverba, i rebus, scomporre e ricomporre frasi in maniera bizzarra, i giochi di parole. Il suo amore per la lettura non poteva che emergere in maniera fortissima anche dalle sue opere.

I libri per lui sono un universo da esplorare, ma anche materia da plasmare. Le pagine allora, aperte e incollate su un supporto, possono diventare lo sfondo scritto di un disegno, altre volte invece, il libro diventa scultura, può essere sapientemente ritagliato e un volto può far capolino tra le due copertine, oppure essere trasformato in un comodo letto dove un bambino e il suo gatto in terracotta giacciono profondamente addormentati, oppure molto più allegoricamente, trasformarsi in una porta, in una scala da discendere prudentemente muniti di lanterna.

È questa scala appena discesa che ci permetterà di accedere ad una delle mostre più intime e personali di un artista tanto originale.

Nella mostra “Vati privati” si manifesta ancora prepotentemente l’amore per la lettura, questa volta, attraverso i ritratti degli scrittori che abitano l’Olimpo privato – la mostra avrebbe potuto chiamarsi anche così – di Paolo Beneforti. Ancora una volta, i libri di questi scrittori e i racconti e le storie e soprattutto le parole che contengono prendono vita, si scompongono e ricompongono in maniera personale e originale diventando disegno e pittura e gioco, prendendo possesso delle tele, a volte sullo sfondo, timidamente, a volte in modo più prepotente quasi sommergendo il volto dello scrittore.

Tra i volti degli scrittori (Terry Pratchett, Joseph Conrad, P. K. Dick, David Foster Wallace, Robert Louis Stevenson e molti altri) mi ha colpito l’immagine di Georges Perec nella cui barba si annidano le lettere dell’alfabeto con cui amava divertirsi. Questo disegno è, secondo me, l’esempio più lampante dell’amore che Paolo Beneforti prova nei confronti dei suoi Vati Privati.

La mostra nasce per essere esposta in una libreria, meglio se di vecchi libri. È sicuramente il suo ambiente ideale. E io non posso fare a meno di pensare che, a porte chiuse, preferibilmente di notte, ovvio!, tra i libri, le singole lettere dell’alfabeto, i quadri, gli scrittori e le parole nasca un gioco tumultuoso. E il capobanda non potrà che essere la barba di Perec.

Elena Zucconi

il desiderio di cominciare una nuova vita.

tarkovskijE alla fine l’inverno è arrivato. Cade la prima neve.
In centro la spaleranno con le macchine, prima che faccia giorno, e i portinai ricominceranno la loro lotta quotidiana, una lotta che durerà ancora diversi mesi, fin quasi all’inizio di aprile.
Qui, invece, ai margini della città, questa neve leggera e ancora giovane è causa di grande allegria. Fa pensare al nuovo anno, sembra l’inizio di una festa. Le giornate sono ancora buie, come sempre in novembre, ma la gente, uscendo di casa, non può fare a meno di pensare: «Ecco arrivato l’inverno… E così un altro anno è passato!…». E quando attraverso le nuvole basse si indovina il sole, quella strada lunga con un’alta casa bianca in mezzo alle casette di legno con gli steccati davanti e le legnaie in fondo al cortine sembra una donna troppo elegante e perciò un po’ imbarazzata.
Intanto vi regna un silenzio nuovo, già invernale, in cui ogni rumore pare leggero, semplice e sonoro. E in fondo all’anima nasce il desiderio di cominciare una nuova vita.

Andrej Tarkovskij, Bianco, bianco giorno, in Racconti Cinematografici, Garzanti, 1994