Fisiologia del flâneur, incontro con Antonio Castronuovo

Venerdì 9 settembre alle 18 alla libreria indipendente Les Bouquinistes, in via dei Cancellieri 5 a Pistoia, Luca Lupori incontra Antonio Castronuovo curatore di Fisiologia del flâneur di Louis Huart (Stampa Alternativa, 2016) in prima mondiale.

Passeggiatore ozioso, distaccato indagatore della folla, il flâneur è una tipica figura apparsa a inizio Ottocento lungo i boulevards e i passages di Parigi, città che oltre a dargli vita volle anche dipingerne i caratteri.
Lo fece la prima volta nel 1841 con questo grazioso libretto che narra con stile umorale e svagato chi era e come viveva “la sola persona davvero felice” (Balzac).
Buone gambe, udito fine e vista acuta sono le sue qualità.
Ma il flâneur è oggi qualcosa di più: l’ultimo sogno di libertà dalla gabbia della burocrazia planetaria.

Antonio Castronuovo (1954) è scrittore e traduttore; vive a Imola. Tra i suoi saggi Suicidi d’autore (2003), Macchine fantastiche (2007), La vedova allegra: storia della ghigliottina (2009), Alfabeto Camus: lessico della rivolta (2011), tutti presso Stampa Alternativa.Ha curato Nebbia di Miguel de Unamuno (Rizzoli bur, 2008), L’incendio e altri racconti di Irène Némirovsky (Stampa Alternativa, 2013), Il cervello non ha pudore di Jules Renard (Stampa Alternativa, 2014), Nuove invenzioni e ultime novità di Gaston de Pawlowski (Stampa Alternativa, 2015). Recentemente è uscito Ossa, cervelli, mummie e capelli (Quodlibet, 2016).

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«Il cappotto sembra sia stato inventato apposta per il flâneur. Grazie a questo abito comodo, forgiato nella forma di un sacco, il flâneur può tranquillamente mettere ambo le mani in tasca e intrufolarsi in ogni affollamento, anche il più fitto e più scomposto, senza temere che un vicino curioso giunga a sondare i misteri di quelle medesime tasche. Il cappotto ha ridotto in maniera prodigiosa i borseggi; sapete bene che è stato così denominato il genere di attività che consiste nel saper cavare da ogni tasca i foulard, le tabacchiere, i binocoli portatili, ecc. ecc. È però anche vero che se il cappotto ha eliminato in gran parte il borseggio, per contro ha fatto aumentare di parecchio i furti abbinati a omicidio: poiché non possono più semplicemente sondare le sue tasche, i solerti borseggiatori si sono visti costretti a spogliare completamente il flâneur notturno, e siccome danno inizio all’operazione strangolando o bastonando la vittima prescelta, se ne conclude che se il cappotto ha le sue comodità, ha anche degli inconvenienti.»

Fisiologia del flâneur, Louis Huart, a cura di Antonio Castronuovo, Stampa Alternativa, 2016

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Un incomprensibile equivoco

grande scrittoreIginio Collagrossi è mio cugino. Tutti lo conoscono e sanno che è un grande scrittore, forse il maggiore tra gli italiani viventi. Ha ricevuto nel corso della sua carriera ormai quasi trentennale (ha oggi sessantadue anni compiuti) molti riconoscimenti, anche internazionali. Deve tanta della sua fama all’attenzione della critica più esigente, che non ha mancato di fargli sentire il proprio appoggio e la stima che un artista come mio cugino merita. Come dicevo, le sue doti, col tempo, gli hanno fatto meritare i premi più prestigiosi (non li elenco qui perché sono certo che chiunque segua la cronaca letteraria dei principali quotidiani sia già pienamente informato) e si dice che più di una volta il suo nome sia finito nella rosa ristretta del Nobel. Finalmente, dopo un’iniziale diffidenza, anche il pubblico sembra essersi accorto della sua grandezza. In breve le sue opere sono diventate il centro di dibattiti e conversazioni, tavole rotonde ed elzeviri. Più di un regista si è fatto avanti per dimostrare il proprio interesse, ma Iginio Collagrossi è scettico e teme che la sua opera, trasposta in forma cinematografica possa essere in qualche misura tradita o, addirittura, intellettualmente svenduta. È per questo e non certo per un senso di superiorità o di arroganza che non ha fin qui accettato le proposte che sono arrivate.

Recentemente, durante un breve soggiorno a Parigi, ho scoperto che la capitale francese letteralmente lo adora e le televisioni fanno a gara per intervistarlo. La prestigiosissima rivista Le Magazine Littéraire (le journal des livres et des écrivains) gli ha dedicato una copertina alcuni mesi fa e un’ampia monografia.

Tutto questo mi rende felice e mi riempie di orgoglio ma ha per me dell’incredibile. Bisogna infatti ricordare che mio cugino, ad oggi, non ha ancora scritto un bel niente. Non una sola riga che giustifichi giudizi tanto lusinghieri sulla sua opera. Un’opera, di fatto, inconsistente, priva di concretezza, dalla struttura direi evanescente. Eppure, inspiegabilmente, almeno per me, la critica ha sempre trovato in lui un geniale senso della narrazione, trasformando quelli che io vedevo come elementi negativi in punti di forza, a suo vantaggio. Ad esempio, il fatto che mio cugino Iginio Collagrossi sia totalmente analfabeta, a parere dei critici, rende la qualità della sua scrittura ancora più rara e preziosa.

5401d4a553a8e12bc5c93a34a3ed1fbbSi chiedeva provocatoriamente, alcuni anni fa, dalle pagine di una notissima rivista il decano dei critici italiani: «come può un analfabeta che non ha mai scritto nemmeno una riga essere il più grande scrittore italiano? È proprio qui – continuava – che risiede, a mio avviso, il mistero della sua arte. È il vuoto (il vacuus che i latini intendevano come assoluta mancanza di materia) creato dalla sua scrittura che lo pone ai vertici della narrativa post novecentesca». Il mio stupore e la mia incredulità sono aumentati quando mio cugino ha iniziato ad essere tradotto nelle principali lingue del mondo. Jean Claude Balestra, il notissimo saggista e scrittore francese, ha detto di lui: «Benché sia stata per decenni considerata intraducibile, l’opera di Collagrossi assume in francese una colorazione e una corposità inedite fino ad ora, questo grazie anche alla traduzione di Lise Vagheggi. (…) Ai vuoti collagrossiani si affianca un horror vacui in grado di riempire di senso la sua totale assenza narrativa».

il_fullxfull.342043791Non fraintendetemi. Vi prego di credere che quanto sto per scrivere non è dettato né da animosità (voglio sinceramente bene a mio cugino e ne apprezzo molti aspetti, anche privati) né da invidia (non nutro alcun tipo di velleità letteraria e gli augurerei, se la meritasse, ben più della fortuna che ha) ma temo vi sia un certo fraintendimento che, nessuno di noi, in famiglia, riesce a giustificare, primo fra tutti il diretto interessato. Mi sono preso la briga di intervenire in questa sede per far conoscere il pensiero della mia famiglia e dei suoi amici più cari: Iginio Collagrossi non è propriamente un grande scrittore. Anzi, se proprio dovessi servirmi di un termine che possa adeguatamente descriverlo, pur ringraziando quanti hanno voluto vedere in lui un intellettuale di prima grandezza, direi che Iginio Collagrossi, mio cugino, è semplicemente un cretino. Nient’altro. Credete a me che lo conosco da sempre.

Sergio Salabelle

Bibliografia dei folli

Sabato 14 novembre, alle 18, presso la Libreria Indipendente Les Bouquinistes, via dei Cancellieri, 5 a Pistoia, in occasione della sua pubblicazione, lo scrittore Paolo Albani conversa con Jacopo Narros, curatore e traduttore della prima edizione italiana della Bibliografia dei folli di Charles Nodier, edito nella collana di ebook Note Azzurre di Quodlibet.

i folli letterariCi sono generi letterari all’apparenza freddi che possono risvegliare nel lettore un piacere del testo assimilabile a quello di un romanzo, di una narrazione ricca di personaggi, trame, aneddoti e divagazioni. Questo è quello che succede a chi apre la Bibliografia dei folli di Charles Nodier (1780-1844), scrittore romantico importante sebbene non proprio conosciutissimo, che in questo veloce testo del 1835 passa in rassegna una lista di scrittori quasi dimenticati, tra i quali spuntano i più famosi Francesco Colonna, autore dell’Hypnerotomachia Poliphili, e Cyrano de Bergerac. Nodier chiama per primo questi scrittori «folli letterari»: sono autori mattoidi che riempiono libri e libri di almanaccamenti spesso fuori luogo e deliranti, e che nonostante la sicurezza della propria genialità finiscono in fondo ad archivi e biblioteche eludendo ogni sogno di gloria. In questa Bibliografia dei folli si passa in mezzo a idiomi oscuri creati da semi-analfabeti, processi dell’Inquisizione, cataloghi di oggetti (libri, candelabri, abiti in frisetto nero…), eresie quantomeno divertenti, tutta un’accozzaglia di dettagli biografici, particolarità bibliografiche e frecciate critiche (per esempio a Voltaire) che fanno di questa Bibliografia un racconto sulle stranezze umane. La fortuna di questo testo, finora inedito in italiano, è stata soprattutto postuma: qui guardava Raymond Queneau mentre lavorava a un libro sui «folli letterari» francesi del XIX secolo, e qui guardavano quelli che, come lui e dopo di lui, come ha scritto, sono andati a caccia di «fantasmi che resuscitano, larve che reclamano il loro posto nel Pantheon delle piccole e grandi glorie, ipersconosciuti che pretendono la paramisconoscenza, paramisconosciuti che sfilano a loro volta sulla scena delle Follie Celebri, bacucchi e dementi che mendicano la loro riabilitazione, ingenui e ignoranti che lasciano le loro candidature postume alle varie accademie».

 per informazioni lesbouquinistes@libero.it oppure tel 0573 1780084

Sono socievole fino all’eccesso – Vita di Montaigne

Sabato 3 ottobre alle ore 18 presso la libreria indipendente Les Bouquinistes, in via dei Cancellieri 5 a Pistoia, lo sguardo limpido di Ugo Cornia incontra lo sguardo limpido di Montaigne: parole e pensieri attraversano i secoli, freschi e sovversivi, e al ritmo di una bella cavalcata inizia l’avventura.
Cornia
Paolo Albani e Giovanni Maccari incontrano lo scrittore Ugo Cornia per parlare del suo nuovo libro Sono socievole fino all’eccesso – Vita di Montaigne, un saggio-biografia edito da Marcos y marcos, dove si raccontano, alla maniera di Ugo Cornia la vita e il pensiero di Montaigne. Tutto questo all’interno di una collana il cui curatore è Paolo Nori e che si chiama “Il mondo è pieno di gente strana”.

La barba di Perec

locandina1rDiceva Billy Wilder “Non è necessario che un regista sappia scrivere ma, se sa leggere, aiuta”. Questa frase mi è tornata alla mente quando ho visto per la prima volta le opere di Paolo Beneforti.

Paolo è sicuramente un lettore appassionato, che delle parole fa un uso giocoso. Ama i cruciverba, i rebus, scomporre e ricomporre frasi in maniera bizzarra, i giochi di parole. Il suo amore per la lettura non poteva che emergere in maniera fortissima anche dalle sue opere.

I libri per lui sono un universo da esplorare, ma anche materia da plasmare. Le pagine allora, aperte e incollate su un supporto, possono diventare lo sfondo scritto di un disegno, altre volte invece, il libro diventa scultura, può essere sapientemente ritagliato e un volto può far capolino tra le due copertine, oppure essere trasformato in un comodo letto dove un bambino e il suo gatto in terracotta giacciono profondamente addormentati, oppure molto più allegoricamente, trasformarsi in una porta, in una scala da discendere prudentemente muniti di lanterna.

È questa scala appena discesa che ci permetterà di accedere ad una delle mostre più intime e personali di un artista tanto originale.

Nella mostra “Vati privati” si manifesta ancora prepotentemente l’amore per la lettura, questa volta, attraverso i ritratti degli scrittori che abitano l’Olimpo privato – la mostra avrebbe potuto chiamarsi anche così – di Paolo Beneforti. Ancora una volta, i libri di questi scrittori e i racconti e le storie e soprattutto le parole che contengono prendono vita, si scompongono e ricompongono in maniera personale e originale diventando disegno e pittura e gioco, prendendo possesso delle tele, a volte sullo sfondo, timidamente, a volte in modo più prepotente quasi sommergendo il volto dello scrittore.

Tra i volti degli scrittori (Terry Pratchett, Joseph Conrad, P. K. Dick, David Foster Wallace, Robert Louis Stevenson e molti altri) mi ha colpito l’immagine di Georges Perec nella cui barba si annidano le lettere dell’alfabeto con cui amava divertirsi. Questo disegno è, secondo me, l’esempio più lampante dell’amore che Paolo Beneforti prova nei confronti dei suoi Vati Privati.

La mostra nasce per essere esposta in una libreria, meglio se di vecchi libri. È sicuramente il suo ambiente ideale. E io non posso fare a meno di pensare che, a porte chiuse, preferibilmente di notte, ovvio!, tra i libri, le singole lettere dell’alfabeto, i quadri, gli scrittori e le parole nasca un gioco tumultuoso. E il capobanda non potrà che essere la barba di Perec.

Elena Zucconi