Impossibile Landolfi

Non dirò niente di questi dodici Racconti impossibili, perché ci vuole ben altra conoscenza dell’opera di Tommaso Landolfi e della storia del nostro novecento letterario per farlo. Lo faranno benissimo, questo pomeriggio a partire dalle 18 a Les Bouquinistes, i nostri ospiti Giovanni Maccari (che del volume appena riedito è il curatore, oltre ad essere l’autore della bella e illuminante nota conclusiva), Paolo Albani (ricordate, vero, Aga magera difura), che credo dedicherà il suo intervento principalmente a La passeggiata, che apre la raccolta e di cui lui ci saprà parlare sicuramente meglio di quanto potrei fare io; e il giovane critico Matteo Moca, che ospiteremo qui per la prima volta.

Mi limiterò a dire che il volumetto torna in libreria dopo oltre cinquantanni dalla sua prima pubblicazione (Vallecchi, 1966) e che dobbiamo quest’operazione alla bravura del già citato curatore Giovanni Maccari e al coraggio dell’editore, Adelphi, unico  tra i grandi in Italia a dare spazio ad autori che sarebbero altrimenti dimenticati o gettati a casaccio nel gran calderone dei tascabili. Il formato di quest’uscita è proprio quello dei tascabili (la Piccola Biblioteca) ma, ne sono certo, solo per la dimensione ridotta del volume e non perché se ne preveda uno scarso interesse.

Da lettore, non posso che ringraziare entrambi per questa operazione che riporta in libreria testi altrimenti quasi impossibili da reperire, se non in qualche benemerita bancarella dell’usato. Posso aggiungere, sempre da lettore, che si tratta di racconti che danno un gran piacere a chi vi si accosta e che meritano, a mio avviso, di comparire accanto ad opere più note di questo raffinato e sfuggente autore. Sì, perché leggendo i Racconti impossibili, come anche il resto della sua produzione, si ha chiara e forte la sensazione che anche dopo la sua scomparsa (avvenuta ormai quasi quarantanni fa), Landolfi continui a essere sfuggente e strutturalmente incapace (per espressa volontà) di assecondare il lettore, di metterlo a proprio agio, di rendergli semplice l’atto di leggere. Chiede sempre attenzione, concentrazione e volontà quella pagina scritta con una lingua ricercata e mai banale. Il risultato però è sempre un appagamento, la sensazione di aver vissuto bene i momenti passati nella lettura, proprio perché impegnativi.

Per questo siamo felici e orgogliosi e onorati di ospitare oggi pomeriggio nella nostra libreria la voce di Tommaso Landolfi. Non saprei dire altro e qui mi fermo.

 

Sergio Salabelle

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Ogni presentazione è importante

Ognuno degli appuntamenti che abbiamo proposto in questi ormai cinque anni a chi frequenta la libreria e alla città, è stato pensato e organizzato con l’idea che quell’appuntamento fosse unico e per questo imperdibile, per noi e per chi vi avesse voluto partecipare. Spesso è andata bene e l’unicità di queste nostre proposte è stata raccolta e accettata da chi è venuto, altre volte è andata diversamente. Sempre abbiamo trovato sulla nostra strada scrittori, poeti ma soprattutto amici che hanno capito che ciò che stavamo facendo era il massimo che potevamo fare. Hanno capito, ci sembra, che c’era amore in quello che facevamo e fatica. È per questo che possiamo dire che è andata sempre bene, che è stato sempre bello. In questi cinque anni abbiamo ospitato non scrittori o poeti, ma persone che hanno scritto romanzi racconti saggi o poesie e con loro sentiamo di aver creato un rapporto, fatto di stima, ma anche di amicizia. Abbiamo trovato scrittori che hanno dimostrato la loro bravura e la loro passione davanti a cinquanta spettatori e altri che, con altrettanta grandezza, l’hanno dimostrate davanti a due o tre persone. Ogni presentazione è importante.

01-MARI-A4-a003.jpgQuel che ci aspetta la prossima settimana, è una sfida difficile. Ospiteremo tre appuntamenti ai quali, per diversi motivi, non potremmo tenere di più. Si comincia venerdì 27 ottobre, con quello che è forse il più, non voglio dire grande o bravo, perché son giudizi di merito, ma sicuramente il più talentuoso degli scrittori italiani: Michele Mari. È appuntamento al quale abbiamo lavorato per mesi, con la complicità di una cara amica, Alessandra Urbani, che verso di lui ci ha aperto un piccolo varco. Quando Michele Mari ha risposto alla nostra mail, semplicemente scrivendo “verrò molto volentieri”, abbiamo ballato di gioia e, credeteci, non lo abbiamo fatto da librai, ma da lettori. È questo, credo, che fa la differenza. Ospitare Michele Mari, che presenterà quel suo Leggenda privata uscito da Einaudi la scorsa primavera, ma che parlerà, ne siamo certi, di mille altre cose, sarà un po’ come segnare un punto nel nostro personalissimo viaggio, in questo nostro incontrare quel che di meglio circola tra i banchi delle librerie. Al tempo stesso, però, sappiamo che bisogna continuare.

01-BIFERALI-A4-a001Sabato 28 ottobre, il giorno dopo, ospiteremo Giorgio Biferali (che la sera prima con Mari avrà dialogato), per presentare un suo prezioso testo su Calvino (Italo Calvino. Lo scoiattolo della penna è il titolo molto bello di questo breve ma intenso saggio illustrato dai bei disegni di Giulia Rossi) pubblicato per La Nuova Frontiera Junior e rivolto, in apparenza, ad un pubblico di ragazzi. Per noi questo è un libro adatto a tutte le età, un perfetto viatico verso uno dei nostri scrittori più importati e amati. A chiacchierare con Giorgio ci sarà Antonella Antonia Paolini, e questo sarà, ne siamo certi, un incontro di magia e di intelligenza. Giorgio e Antonia sono due persone appassionate che si conoscono e che saranno insieme una scoperta bellissima per chi verrà ad ascoltarli. Per noi questa è una serata unica e che diventerà indimenticabile. Giorgio è un amico di lunga data, ormai; che è cresciuto ed è cambiato, in meglio, sempre, ogni volta che l’abbiamo incontrato. Antonia è un’amicizia più recente. La sua passione per Leopardi la conoscevamo e la sua cultura anche. La bellezza della sua persona l’abbiamo imparata da poco; ma subito apprezzata.

01-GIRIMONTI-A4-a002Il 29 ottobre, domenica, chiudiamo questo tour de force con un altro incontro al quale teniamo enormemente: Giuseppe Girimonti Greco (traduttore di grande valore e persona di enorme generosità intellettuale e umana) e lo scrittore Ezio Sinigaglia (suo lo splendido Eclissi, edito da Nutrimenti, presentato sempre da noi la scorsa stagione), tornano a Les Bouquinistes con un progetto totalmente nuovo: i racconti giovanili di Marcel Proust, tradotti e riportati a nuova vita da un gruppo di voci validissime (Mariolina Bertini, Federica Di Lella e Ornella Tajani oltre ovviamente ai curatori, Giuseppe Girimonti Greco e Ezio Sinigaglia). Il volume, edito recentissimamente da Clichy, si intitola semplicemente Racconti e ripropone in una nuova veste testi ormai introvabili nel nostro paese. Sarà un’occasione per scoprire o riscoprire un Proust meno frequentato ma non per questo meno ricco di spunti interessanti.

Tre appuntamenti, dunque, da non perdere. Almeno secondo il nostro parere. Tre cose diverse e che per questo crediamo possano attirare l’attenzione di tutti e lascino intuire una strada che abbiamo iniziato a percorrere e che continuiamo a frequentare con soddisfazione.

Se vorrete esserci, vi aspettiamo in libreria.

Dire, fare, partecipare

Si è appena conclusa la settima edizione del festival L’importanza di essere piccoli organizzato dall’associazione SassiScritti.

20645547_10211722120761259_3181075100328020566_oQuello che amo di questo festival è la sua apparente semplicità e la sua totale gratuità. L’incontro è organizzato ogni volta con una scenografia differente, scelta tra i bei borghi dell’Appennino Tosco-Emiliano. Per me che abito a Pistoia da poco più di un anno e che poco conosco la montagna sono stati una scoperta bellissima.

Se si arriva presto, dopo diversi tornanti, si incappa nelle prove. Si vede come tutto sia organizzato da pochi, con amore e passione. Con intuito e perseveranza.

Ne scrivo perché, come di tutte le cose belle, se non se ne ha cura, se non lo si accudisce, anche per questo festival potrebbe arrivare la fine. Succede spessissimo, purtroppo. Ed è incredibile che una manifestazione bellissima e intelligente come questa, dopo sette anni, non sia ancora al sicuro.

Per esserlo credo che abbia bisogno di ognuno di noi, di qualche piccolo investimento privato ma anche, e soprattutto, di un contributo pubblico, di un finanziamento che quest’anno, in buona parte e all’ultimo momento è mancato.

20543814_10211635116625796_7932224129599671412_oLa formula del festival è molto semplice. Di solito attacca il poeta – ha a disposizione una decina di minuti, forse qualcuno di più – per leggere alcune delle sue poesie. A lui la decisione se raccontare qualcosa sul testo, su sé oppure se leggere e basta. Dopo di lui, il cantautore, con più tempo a disposizione, inizia il concerto. Poi torna il poeta e infine ancora musica per chiudere. Lo spettacolo dura circa un’ora.

Sembra facile, vero? Non credo però che sia così facile da un punto di vista organizzativo e, considerato che lo spettacolo è completamente gratuito, credo che la parte più difficile sia proprio il reperimento dei fondi.

L’appuntamento è alle 21. Per raggiungere i borghi del festival ci vogliono (da Pistoia) di media quaranta minuti. È necessario perciò che chi arriva abbia la possibilità di trovare qualcosa da mangiare e da bere. Si chiede aiuto ai borghi scelti. A volte ci si organizza con la pro-loco, altre con un circolo (se non le avete mai assaggiate correte a Rasora per le loro crescentine!), altre ci si affida a un’associazione che si occupa del catering. E poi c’è la birra. La buonissima birra del Reno. Si cerca di rispettare le singole realtà, di dare spazio e importanza ai luoghi frequentati. Il festival è qualcosa che nasce sul territorio, per quel territorio. Che si modifica e si adatta ai luoghi che sceglie e che frequenta. Mai l’inverso. Sembra scontato eppure non lo è. La collaborazione è un bene prezioso.

Ogni sera bisogna allestire anche lo spazio per il pubblico. A volte ci sono le sedie, altre volte balle di fieno, sempre teli e cuscini. Siamo tutti insieme e tutti vicini ad ascoltare. Persone anziane, adulti, ragazzi e bimbi, spesso sotto gli alberi, sempre sotto le stelle.

20615928_10211642814738244_6072928757760983884_oSi è creata una comunità, la tribù dei piccoli, che segue il festival, lo appoggia e lo pubblicizza attraverso i social, condividendo quanto viene pubblicato dalla pagina ufficiale: le bellissime foto di Guido Mencari e la clip giornaliera di Pupillaquadra che permette di rivivere in pochi minuti ogni serata. Ma anche i singoli partecipanti pubblicano post riguardanti il festival con poesie, foto o una breve registrazione video di un momento vissuto.

Mi sono dilungata per cercare di far capire a chi non c’è mai stato come sia condividere una di queste sere.

Ecco perché mi sono innamorata dei Piccoli: mi riporta a un tempo in cui l’espressione “fare cultura” non esisteva nella teoria ma nella pratica e riguardava tutti, era accessibile a tutti. Mi  riporta alle favole dei nonni nel canto del focolare. Mi riporta a una comunità che si confronta e si parla, che condivide un momento bello e che ha voglia di trascorrere del tempo insieme, a prescindere dall’età. Mi ritrovo a chiacchierare con chi conosco pochissimo o a offrire passaggi in macchina a chi ancora non conosco. A partecipare con tanti amici a un improvvisato e ricchissimo pic-nic che avrebbe potuto sfamare mezzo festival. A incontrare il mio nipote diciassettenne insieme ad alcuni suoi compagni di classe perché li avevo incuriositi. A programmare ospitalità per l’anno prossimo per Valentina che da Pesaro quest’anno non ce l’ha fatta a raggiungerci e che peccato. Mi ritrovo a venire via dal festival con un libro di poesie anche se il poeta non mi ha fatto impazzire lì per lì. E poi a casa, leggendolo ad alta voce mi sono commossa e ho capito che non avevo capito proprio niente. Mi ritrovo a farmi prendere dal ritmo incessante di Murubutu che nemmeno sapevo chi fosse e che adesso mi piace tantissimo, e che ho ascoltato anche se in realtà ero lì per il poeta. Ma il bello è che tutti i ragazzi che erano lì per il rapper si sono trovati insieme a me a chiedere il bis a Andrea De Alberti, il poeta. Che scambio, vero?

Sono tornata a casa con un carico di bellezza, di gioia, di felicità stralunata e strampalata come le canzoni di Lucio Corsi, insieme a un gruppo di amici irriducibili che con me e Sergio hanno vissuto questo festival che ci ha reso più amici che mai.

Potrei scrivere e raccontare ancora e ancora di questi incontri nell’Appennino, su chi ho visto e su cosa ho scoperto. Ma non lo farò. Mi fermo qui. Perché il Festival, semplicemente, va vissuto. Ed è per questo che i Piccoli devono continuare a festeggiare nuovi compleanni e sempre nuove edizioni.

Se non l’ho spiegato bene, se chi legge non comprende quanto tutto questo sia importante, è solo colpa mia. Ma il consiglio resta sempre lo stesso: prendetevi del tempo, la prima settimana di agosto e andate a scoprire L’importanza di essere piccoli. E poi, e poi aspetto i vostri racconti.

 

Elena Zucconi

In viaggio verso terre promesse

Cominciamo dal principio e iniziamo dal titolo. Quali sono le Terre promesse del romanzo di Milena Agus? Il romanzo, pubblicato quest’anno dal raffinato editore Nottetempo ha un piroscafo come immagine di copertina… Tocca mettersi in viaggio. Ma verso dove? Difficile stabilirlo a priori perché le terre promesse sono un po’ come la linea dell’orizzonte. Quando si crede di averlo raggiunto, ci si accorge che si è spostato un po’ più in là.

terre promesseMa è proprio quella la meta irraggiungibile verso la quale si dirigono accanitamente tutti i personaggi – alcuni più di altri – di questo spaccato familiare, di questa saga che ci racconta le vicende di una famiglia. Genitori che diventano nonni, figli che diventano genitori, un ciclo che non si arresta, se non con il romanzo, ma che è un continuo divenire come la vita che trascorre e se ne va.

È il ciclo naturale della vita, di questa famiglia come di quella di ognuno, con storie di poca importanza se non per chi, quei racconti li vive sulla propria pelle.

Milena Agus trasforma una vicenda familiare in un racconto generazionale, ma anche in una fiaba, di quelle che le nonne raccontavano ai nipoti, ma anche, forse, in una storia mitologica che trascende dal tempo e dallo spazio in cui è ambientata.

A volte sembra di leggere una storia sudamericana di una Macondo sarda o di quelle che ci ha abituato ad ascoltare Isabelle Allende.

Altre volte ci viene ricordato che si tratta di una vicenda vicina, ambientata a Genova, a Milano e in quella Sardegna un po’ aspra come le tante lingue che la abitano, fosse anche solo per quel lessico famigliare che, chi viene da una terra dove forte è la presenza e l’abitudine al dialetto, non può fare a meno di ignorare.

Le terre promesse del libro vengono sempre disattese, non perché non vengano raggiunte ma perché deludono chi le persegue con assiduità e costanza. Forse era meglio prima, forse sarà meglio poi.

E tra tutte ci sono due donne, una madre, Donna Ester e una figlia, Felicita che si scontrano continuamente perché complementari. L’una mai contenta, mai soddisfatta, mai appagata, l’altra, felice come il nome che porta, soddisfatta di tutto ciò che ha.

agusLe due donne sono il perno intorno al quale ruota la storia. Quale storia? Tante storie. Quella dell’attesa del fidanzato durante gli anni di guerra, dell’attesa del matrimonio, dell’attesa del viaggio in continente senza voltarsi indietro per carità, il volto protesto verso il futuro. Quella dell’attesa della figlia, dell’attesa di tornare a casa, dell’attesa dell’amore… e mentre si attende, la vita va, i figli crescono e generano altri figli e così ancora come un ciclo infinito che vede cambiare solo i personaggi principali, che restano più o meno fedeli ad un unico copione.

Cosa si salva da questo continuo incedere? Piccole storie senza importanza, racconti che si salvano chissà come per generazioni e che diventano una sorta di mitologia familiare, la vita di ognuno di noi che passa e va e che lascia piccole invisibili tracce dietro di sé mentre incedono verso le mai del tutto soddisfacenti terre promesse.

Elena Zucconi

Terre promesse

Milena Agus

Nottetempo, 2017

Centuria dello spaventacchio – Michele Farina

Cominciamo oggi, con la Centuria dello spaventacchio di Michele Farina, la pubblicazione dei testi vincitori dello Sconcorsone manganelliano. Il racconto che presentiamo oggi ha ricevuto una menzione speciale da parte della Giuria e si aggiunge ai tre primi classificati che troveranno posto in questa pagina nelle prossime settimane. Il testo è qui accompagnato da un disegno di Matteo Mazzucchi, realizzato appositamente per l’occasione. Congratulazioni quindi ai vincitori e buona lettura a tutti!

***

Lo spaventacchio inoperoso trascorreva gli equinozi riflettendo sulla possibilità di disertare il destino. Egli, frequentatore di falò e lune falcate, sapeva bene che il destino è una croce; nel suo caso una croce di faggio e corda, conficcata nella nebbia polverosa di una brughiera brulla. D’altro canto non era sempre stato così, e il tedio opprimente delle giornate non mancava di ricordarglielo lambendo la sua mente con immagini di giorni migliori, svogliate fanterie di un blando assedio. Come spaventapasseri aveva avuto i suoi tempi d’oro, quando una miriade di spighe brillanti affollava quello stesso terreno, mormorando al soffio del vento. Allora i papaveri gli fiorivano alle ginocchia, confusi alla  paglia e alle vesti rappezzate con toppe variopinte. Capitava ancora che raccontasse questa storia sbiadita agli uccelli che si posavano sulla sua spalla, in cerca di un trespolo in quella guasta radura, ma quelli la prendevano per una fola e inclinavano il capo di lato con aria perplessa. E tuttavia avrebbero potuto altrimenti, loro, che a quei tempi nemmeno erano un progetto di uovo? Gli davano del bugiardo e del contafavole, involandosi poi alla prima folata. In passato il suo mestiere era stato difendere a ogni costo semi e germogli da quegli animali, sfruttando tutto il proprio repertorio: inconsulti sventolamenti di maniche, filastrocche brutte, fulminazioni repentine dei suoi malocchi di bottone. A quei tempi la sua fama proiettava un’ombra lunga nei cieli, sulle staccionate, sui pali, a filo dei cavi telefonici; nei nidi e nelle nicchie di tronco le mamme uccello sussurravano il suo nome ai pulcini, per costringerli a finire la razione giornaliera di becchime e vermi rigurgitati. Ora invece, la sempre più acuta solitudine lo aveva portato ad ammorbidire le proprie posizioni in materia di volatili, trovandosi a elemosinare buonesere anche dalla ghiandaia più saccente. Di tutti gli enti impossibili lo spaventapasseri è senza dubbio quello più risolto nel nome che porta: comprensibile quindi lo scorno e il rimpianto di non avere più un campo da sorvegliare, né uccelli da spaventare. In una crisi vocazionale di quella portata, che pareva affliggere il sindacato degli spaventacchi e svariate altre categorie, egli avrebbe allargato di buon grado il suo mansionario, cominciando magari a infondere terrore in altri esseri  che non fossero uccelli, o per converso iniziare un’ attività aliena dallo spavento, ma sempre a contatto coi fuggevoli beccomuniti. Provava quindi a immaginarsi come covatore surrogato, rosa dei venti per migratori sperduti, almanaccatore di traiettorie di volo. Ma ogni nome è uno scorsoio: quanto più cerchi di divincolarti tanto più ti strozza. Lo spaventacchio  aveva un bivio di fronte sé: continuare a vivere senza significato in quel mondo, cosmico solo in apparenza, o cercare il non-mondo, quell’utopia dove le parole continuano a coltivare un senso. Solo a quel punto lo spaventacchio abbandonò la propria croce, incamminandosi malcerto per i boschi, lontano dalla radura. Si augura ogni bene a quel coraggioso: di arrivare quindi in quell’agognato laggiù o di non giungervi mai? Qualche uccelletto mi racconta di tanto in tanto la leggenda dello spaventacchio coraggioso che disertò il destino; io gli do del contafavole e lo caccio, soffiandolo via dalla manica, sed excrucior, perché ricordo la domanda fatale e ora so la risposta.

spaventacchio

 

Perché mi piace Penelope Poirot

01-POIROT-A4-a001Lo ammetto, appena vidi il libretto verde della prima avventura, Penelope Poirot fa la cosa giusta, firmata dalla scrittrice Becky Sharp e pubblicato per i tipi di Marcos y Marcos, mi leccai i baffi.

Becky Sharp non è Agatha Christie e Penelope non è un suo personaggio, ma io non mi aspettavo niente del genere.

I libri di Dame Agatha li ho cercati tutti, a suo tempo, nella vecchia edizione Mondadori, quella bianca e gialla per intenderci; li ho collezionati con avidità e li ho letti con passione.

In queste avventure scritte da un’autrice italiana – dicendolo non credo di svelare niente di segreto – e per di più ambientate negli anni Novanta e prevalentemente in Italia, mi aspettavo di trovare esattamente quello che ho letto.

Avete presente Miss Marple al Bertram Hotel? I ricordi di ragazza dell’anziana signorina vengono sollecitati da odori e sapori ma anche da un certo rigorosissimo English Style del tempo che fu.

Penelope-Poirot_webBene, se lo avete presente, a me i libri di Becky Sharp hanno fatto esattamente quell’effetto! Se non lo avete presente correte subito a rileggerlo e capirete cosa voglio dire. Non lo avete? Beh, siete imperdonabili e meritereste di essere puniti facendovi indossare una Hippie Birthday – una cuffia da bagno un tantino chiassosa creata da Penelope Poirot – nel giorno di Ferragosto quando siete al mare con tutta la famiglia e tutti gli amici.

Penelope è un bel personaggio, riuscito anche se paradossale… beh, «col sangue che mi scorre nelle vene!» direbbe lei. Ci diverte e ci esaspera esattamente come la sua segretaria, Miss Vilma Hamilton, di professione zitella. Anche se…

Non voglio svelare troppo della trama, ma vi avverto, i romanzi di Becky Sharp differiscono da quelli di Agatha Christie perché non sono dei rompicapo. Mi sembra che non le importi molto chi ha fatto cosa, quanto il trasportare il lettore tra golfini e giacche di tweed, impermeabili Burberry e panini imburrati, tè inglese e buone maniere, mischiando però tutti gli ingredienti e ottenendo un’incredibile insalata russa. Russa?!? Ma no! Dell’ottimo pudding inglese servito con un buon Chianti, o comunque un vino italiano perché la nostra Penelope è figlia di un belga (e va beh! Si sapeva) che, per vari motivi, le ha fatto trascorrere l’infanzia in Italia.

La discendenza dal mitico Hercule Poirot non si avverte solo nel richiamo che strani e oscuri misteri esercitano su di lei ma anche, per paradosso, in tutto il suo modo di confrontarsi con il mondo che la circonda, con la varia umanità che la nostra eroina in gonnella e tacchi alti si trova a frequentare.

Penelope ama le scarpe: le porta altissime e scomode ma non ci sa camminare, ha un dubbio gusto artistico e l’arte, più che crearla, lei la vive con sincera passione ma priva del benché minimo senso critico. Vi ricorda qualcosa? Chissà, forse non è un caso!

Penelope-Poirot-e-il-male-inglese_web.gifC’è tutto quel mondo che ho tanto amato nei romanzi di Agatha Christie, ma avvicinato nel tempo e nello spazio – siamo negli anni Novanta e siamo in Italia – con uno spaccato della società inglese che mi ha ricordato un po’ Io ballo da sola, il film che Bernardo Bertolucci ha diretto nel 1996.

Persone scomparse, dubbie identità, ville enormi e scricchiolanti, tetre anche se sotto il sole implacabile dell’estate ligure o ancora più ambigue se nascoste nella foschia invernale tra le colline del Chianti.

E la nebbia londinese? La pioggia? Chissà, forse sono passate di moda, o alla tornita Penelope non piacciono e le fa uscire di scena.

Per concludere, una bella eroina, egocentrica, pasticciona, disordinatissima, eccentrica, con dubbi gusti artistici, classista, un po’ svampita, grassoccia e vestita in maniera stravagante tanto da richiamare l’attenzione, ma sicura di sé, che si muove tra vari spaccati della società inglese che si possono trovare in Toscana d’inverno e in Liguria d’estate, con una segreteria che le fa da contraltare, che la tollera ma la giudica e un sangue importante che le scorre nelle vene.

Per me gli ingredienti giusti ci sono tutti! Non mi credete? Ma come? Ma sì: fidatevi delle celluline grigie della libraia!

Becky Sharp presenterà il suo nuovo romanzo a Les Bouquinistes giovedì 29 giugno alle 21. Vi aspettiamo!

 

Elena Zucconi

Incontro con Violetta Bellocchio

Martedì 23 maggio 2017 alle 18 Violetta Bellocchio sarà ospite della libreria indipendente Les Bouquinistes (in via dei Cancellieri, 5 a Pistoia) con il suo romanzo Mi chiamo Sara: vuol dire principessa, appena pubblicato per i tipi di Marsilio.

01-BELLOCCHIO-A4-a001 (1).jpgSara arriva a Milano nell’autunno del 1983. È sola. È bella. Ha quindici anni. Vuole essere presa sotto la protezione di Antonio, un deejay bravo a lanciare attori e musicisti di nessun talento. Viene scelta, proprio lei, per dare corpo all’ultima idea di lui: “la rosa di vetro”, una principessa bianca che canta musica elettronica. Così Sara diventa Roxana, una stella del videoclip, con la voce di un’altra al posto della sua. E poi diventa la donna di Antonio, il segreto più prezioso di un uomo adulto. Lui la chiama bimba, animale, anima gemella. Lei impara a muoversi in un mondo fatto di residence, discoteche, studi televisivi e massacranti tournée estive, dove il denaro viene accumulato e bruciato con la stessa facilità, e il trucco è sempre “guardare più lontano”. Ma nel frattempo sta crescendo un’altra Sara, una ragazzina curiosa e selvatica, che non vuole dipendere da nessuno. Un’artista. E quando le due metà di Sara entrano in conflitto, solo la più forte è destinata a sopravvivere. Con un ritmo trascinante e una voce potentissima, Violetta Bellocchio ci regala una protagonista senza precedenti nella narrativa italiana, per un romanzo che accompagna il lettore in un lungo viaggio alla scoperta della verità su se stesso.

 
Violetta Bellocchio ha pubblicato con Mondadori i romanzi Sono io che me ne vado (2009) e Il corpo non dimentica (2014). Ha fondato la rivista online “Abbiamo le prove”, un contenitore di storie non fiction scritte da donne italiane, da cui nasce l’antologia Quello che hai amato, in libreria per Utet da settembre 2015. Per la collana “I Corsivi” del Corriere della Sera ha pubblicato il reportage La ragazza alla finestra; ha pubblicato racconti per minimum fax (in L’età della febbre, 2015) e per Marcos y Marcos (in Ma il mondo non era di tutti?, a cura di Paolo Nori, in uscita in autunno 2016). Collabora a Internazionale, Futura (newsletter del Corriere della Sera), Rolling Stone, Pagina 99.
La locandina è di Tirez sur le Graphiste
info: lesbouquinistes@libero.it oppure 3287432522