Tutto il mondo è paese

Questo bel romanzo di Eve Harris ci racconta l’educazione sentimentale di Chani Kaufman, la giovanissima protagonista, nel momento più importante della sua vita. La scelta del proprio compagno, il matrimonio e la prima notte di nozze.

Chani vive a Londra e appartiene alla comunità ebraica ultraortodossa con dure regole da rispettare, particolarmente ostiche per i più giovani: nessun contatto fisico con l’altro sesso (non ci si può nemmeno sfiorare) niente tv né internet, nessuna educazione sessuale, né a scuola né in famiglia; libri d’arte censurati da etichette che coprono le nudità…

Nella comunità ci si sposa presto, intorno ai vent’anni. Si tratta di matrimoni combinati grazie al lavoro di una “sensale” assunta dalla famiglia, che organizza appuntamenti mirati. Non più di cinque incontri per decidere l’uomo o la donna che ci accompagnerà per tutta la vita.

Siamo di fronte ad una commedia allegra e divertente dove anche gli aspetti più drammatici sono raccontati con tocco lieve.

Benché descriva una comunità ben definita, con sue rigide norme, apparentemente estranee alla nostra società, emergono con forza elementi universali. La ricerca di un proprio alfabeto sentimentale all’interno di regole ferree e di informazioni fondamentali mancanti non è poi così differente dal percorso che deve seguire chi si debba orientare senza alcuna guida, avendo a portata di mano un serie quasi illimitata di stimoli e nozioni da non sapere più quale scegliere.

Cosa succede quando ci si innamora per la prima volta? Non è per tutti lo stesso batticuore, non si provano gli stessi dubbi, le stesse incertezze?

Il romanzo, arrivato in Italia grazie all’editore barese LiberAria e ottimamente tradotto da Paolo Lorusso, ha uno stile fresco e scorrevole. Sembra giocare con leggerezza mentre descrive i rapporti umani. Il lettore è portato a sorridere, a empatizzare, a intristirsi, anche, immedesimandosi in vicende che davvero sono meno aliene di quanto si potrebbe credere in un primo momento. 

Più di tutto in questo romanzo Eve Harris racconta la giovinezza che guarda verso un futuro incerto, con forza ma anche con paura, alla ricerca della propria felicità personale. Una ricerca che non si conclude, né a vent’anni né dopo.

Il matrimonio di Chani KaufmanEve HarrisLiberAria, 2016

 

Elena Zucconi

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Impossibile Landolfi

Non dirò niente di questi dodici Racconti impossibili, perché ci vuole ben altra conoscenza dell’opera di Tommaso Landolfi e della storia del nostro novecento letterario per farlo. Lo faranno benissimo, questo pomeriggio a partire dalle 18 a Les Bouquinistes, i nostri ospiti Giovanni Maccari (che del volume appena riedito è il curatore, oltre ad essere l’autore della bella e illuminante nota conclusiva), Paolo Albani (ricordate, vero, Aga magera difura), che credo dedicherà il suo intervento principalmente a La passeggiata, che apre la raccolta e di cui lui ci saprà parlare sicuramente meglio di quanto potrei fare io; e il giovane critico Matteo Moca, che ospiteremo qui per la prima volta.

Mi limiterò a dire che il volumetto torna in libreria dopo oltre cinquantanni dalla sua prima pubblicazione (Vallecchi, 1966) e che dobbiamo quest’operazione alla bravura del già citato curatore Giovanni Maccari e al coraggio dell’editore, Adelphi, unico  tra i grandi in Italia a dare spazio ad autori che sarebbero altrimenti dimenticati o gettati a casaccio nel gran calderone dei tascabili. Il formato di quest’uscita è proprio quello dei tascabili (la Piccola Biblioteca) ma, ne sono certo, solo per la dimensione ridotta del volume e non perché se ne preveda uno scarso interesse.

Da lettore, non posso che ringraziare entrambi per questa operazione che riporta in libreria testi altrimenti quasi impossibili da reperire, se non in qualche benemerita bancarella dell’usato. Posso aggiungere, sempre da lettore, che si tratta di racconti che danno un gran piacere a chi vi si accosta e che meritano, a mio avviso, di comparire accanto ad opere più note di questo raffinato e sfuggente autore. Sì, perché leggendo i Racconti impossibili, come anche il resto della sua produzione, si ha chiara e forte la sensazione che anche dopo la sua scomparsa (avvenuta ormai quasi quarantanni fa), Landolfi continui a essere sfuggente e strutturalmente incapace (per espressa volontà) di assecondare il lettore, di metterlo a proprio agio, di rendergli semplice l’atto di leggere. Chiede sempre attenzione, concentrazione e volontà quella pagina scritta con una lingua ricercata e mai banale. Il risultato però è sempre un appagamento, la sensazione di aver vissuto bene i momenti passati nella lettura, proprio perché impegnativi.

Per questo siamo felici e orgogliosi e onorati di ospitare oggi pomeriggio nella nostra libreria la voce di Tommaso Landolfi. Non saprei dire altro e qui mi fermo.

 

Sergio Salabelle

È colpa del traduttore

Intorno a Babele

01-GIRIMONTI-A4-a002I racconti di uno scrittore americano oggi un po’ dimenticato come William Saroyan, furono tradotti per la prima volta in italiano nel 1940, in una raccolta intitolata Che ve ne sembra dell’America? dallo scrittore Elio Vittorini, che poi lo ripropose l’anno successivo nella storica antologia Americana. Fin qui la storia, i fatti. Poi si racconta un aneddoto, che credo vero, ma di cui al momento non sono in grado di riportare la fonte e che racconto con profondo rispetto e ammirazione per i due protagonisti, William Saroyan, appunto, ed Elio Vittorini. Si dice che Vittorini traducesse senza conoscere una parola di inglese, servendosi di una abilissima ghost-writer, Lucia Rodocanachi, che pare gli buttasse giù una bozza di traduzione alla quale poi lui lavorava alacremente. Questo non per imbrogliare le carte, ma perché le sue erano le traduzioni o meglio le trasposizioni di un grande scrittore, da una lingua all’altra. È vero? Succede ancora oggi? Chissà. Sta di fatto che tra i molti scrittori “tradotti” da Vittorini c’era anche William Saroyan (autore, fra gli altri, de La commedia umana, un libro capolavoro sull’infanzia che tutti dovrebbero leggere o aver letto, lo pubblica in Italia Marcos y Marcos). Venne un giorno in cui Saroyan dagli Stati Uniti, dove viveva, si materializzò a Milano, nella redazione di Mondadori, esprimendo il desiderio di incontrare il proprio valentissimo traduttore. Pare che Vittorini, allertato da qualche collega, non sapendo nemmeno una parola di inglese, non abbia trovato miglior soluzione che quella di nascondersi sotto la scrivania, attendendo buono buono che la minaccia Saroyan si allontanasse, risparmiandogli un triste epilogo.

È colpa del traduttore. È questa una frase che ho ascoltato spesso.

In realtà credo che sia sempre colpa del traduttore. È colpa del traduttore se possiamo leggere tantissimi romanzi saggi poesie scritte originariamente in un’altra lingua, a volte lontanissima da noi. È colpa del traduttore se echi lontani possono raggiungerci. Scelte linguistiche che privilegiano una musicalità, un ritmo, un sentire di un’altra lingua piuttosto che una fedeltà al testo impossibile da mantenere.

Mi sembra un lavoro che ha a che fare con il miracolo.

Les Bouquinistes si trova al centro di un crogiolo di traduttori. Un manipolo di irriducibili traduttrici, per essere precisi, che amano il loro lavoro e lo fanno con passione.

La passione è contagiosa e non potevamo restarne immuni.

Intorno a Babele nasce dalla loro amicizia e dai nostri incontri, spesso annebbiati da qualche spritz o aperitivo più o meno alcolico che ci vede, non spesso quanto vorremmo, intorno a un tavolo a chiacchierare.

Intorno a Babele non vuole essere una rassegna, ma il nostro modo per parlare di traduzione ogni volta che ne abbiamo l’occasione, semplicemente, in libreria durante gli incontri con gli scrittori.

Perciò attenti al logo creato da Tirez sur le Graphiste.

Ogni volta che apparirà su una delle sue locandine, ogni volta che la scritta si troverà nella descrizione di un evento, la traduzione avrà un suo piccolo ruolo. L’occhio di bue la illuminerà, a volte più, a volte meno, ma sempre con interesse e attenzione.

Ezio e GGGI traduttori lavorano spesso in solitaria. La loro stanza può essere ovunque, basta un appoggio, una sedia e un computer. Ma quel lavorare in solitaria accoglie in realtà la presenza di molti altri. La finestra della loro stanza è ben aperta verso altri traduttori. I dubbi vengono condivisi; spesso su facebook si leggono domande specifiche e generose risposte. Questa ambivalenza mi piace. Da soli e in gruppo. Un ossimoro che si realizza nel loro lavoro ogni volta che ne hanno bisogno.

Penso a Cesare Pavese, uno scrittore caro al mio cuore, al suo scivolone nella traduzione del 1932 di Dark Laughter (Riso nero) di Sherwood Anderson. Penso ai “due quarti di whisky marca «luna» del Kentucky”, dove “moon whisky” «sta a indicare il whisky distillato clandestinamente, quello di contrabbando» scrive Paolo Albani nel suo Umorismo involontario (Quodlibet, Compagnia Extra 2016) alla voce “Traduzione errata”. Un aneddoto che ho ritrovato con piacere.

Sorrido pensando che, anche quando sbaglia, un traduttore crea subito un aneddoto così come ce ne sono moltissimi su ogni singola scelta che compie, sulle ricerche in cui si infila per capire meglio un periodo, una situazione, un romanzo da tradurre. Allora, perché non raccontarlo, perché non parlarne Intorno a Babele!

Ogni presentazione è importante

Ognuno degli appuntamenti che abbiamo proposto in questi ormai cinque anni a chi frequenta la libreria e alla città, è stato pensato e organizzato con l’idea che quell’appuntamento fosse unico e per questo imperdibile, per noi e per chi vi avesse voluto partecipare. Spesso è andata bene e l’unicità di queste nostre proposte è stata raccolta e accettata da chi è venuto, altre volte è andata diversamente. Sempre abbiamo trovato sulla nostra strada scrittori, poeti ma soprattutto amici che hanno capito che ciò che stavamo facendo era il massimo che potevamo fare. Hanno capito, ci sembra, che c’era amore in quello che facevamo e fatica. È per questo che possiamo dire che è andata sempre bene, che è stato sempre bello. In questi cinque anni abbiamo ospitato non scrittori o poeti, ma persone che hanno scritto romanzi racconti saggi o poesie e con loro sentiamo di aver creato un rapporto, fatto di stima, ma anche di amicizia. Abbiamo trovato scrittori che hanno dimostrato la loro bravura e la loro passione davanti a cinquanta spettatori e altri che, con altrettanta grandezza, l’hanno dimostrate davanti a due o tre persone. Ogni presentazione è importante.

01-MARI-A4-a003.jpgQuel che ci aspetta la prossima settimana, è una sfida difficile. Ospiteremo tre appuntamenti ai quali, per diversi motivi, non potremmo tenere di più. Si comincia venerdì 27 ottobre, con quello che è forse il più, non voglio dire grande o bravo, perché son giudizi di merito, ma sicuramente il più talentuoso degli scrittori italiani: Michele Mari. È appuntamento al quale abbiamo lavorato per mesi, con la complicità di una cara amica, Alessandra Urbani, che verso di lui ci ha aperto un piccolo varco. Quando Michele Mari ha risposto alla nostra mail, semplicemente scrivendo “verrò molto volentieri”, abbiamo ballato di gioia e, credeteci, non lo abbiamo fatto da librai, ma da lettori. È questo, credo, che fa la differenza. Ospitare Michele Mari, che presenterà quel suo Leggenda privata uscito da Einaudi la scorsa primavera, ma che parlerà, ne siamo certi, di mille altre cose, sarà un po’ come segnare un punto nel nostro personalissimo viaggio, in questo nostro incontrare quel che di meglio circola tra i banchi delle librerie. Al tempo stesso, però, sappiamo che bisogna continuare.

01-BIFERALI-A4-a001Sabato 28 ottobre, il giorno dopo, ospiteremo Giorgio Biferali (che la sera prima con Mari avrà dialogato), per presentare un suo prezioso testo su Calvino (Italo Calvino. Lo scoiattolo della penna è il titolo molto bello di questo breve ma intenso saggio illustrato dai bei disegni di Giulia Rossi) pubblicato per La Nuova Frontiera Junior e rivolto, in apparenza, ad un pubblico di ragazzi. Per noi questo è un libro adatto a tutte le età, un perfetto viatico verso uno dei nostri scrittori più importati e amati. A chiacchierare con Giorgio ci sarà Antonella Antonia Paolini, e questo sarà, ne siamo certi, un incontro di magia e di intelligenza. Giorgio e Antonia sono due persone appassionate che si conoscono e che saranno insieme una scoperta bellissima per chi verrà ad ascoltarli. Per noi questa è una serata unica e che diventerà indimenticabile. Giorgio è un amico di lunga data, ormai; che è cresciuto ed è cambiato, in meglio, sempre, ogni volta che l’abbiamo incontrato. Antonia è un’amicizia più recente. La sua passione per Leopardi la conoscevamo e la sua cultura anche. La bellezza della sua persona l’abbiamo imparata da poco; ma subito apprezzata.

01-GIRIMONTI-A4-a002Il 29 ottobre, domenica, chiudiamo questo tour de force con un altro incontro al quale teniamo enormemente: Giuseppe Girimonti Greco (traduttore di grande valore e persona di enorme generosità intellettuale e umana) e lo scrittore Ezio Sinigaglia (suo lo splendido Eclissi, edito da Nutrimenti, presentato sempre da noi la scorsa stagione), tornano a Les Bouquinistes con un progetto totalmente nuovo: i racconti giovanili di Marcel Proust, tradotti e riportati a nuova vita da un gruppo di voci validissime (Mariolina Bertini, Federica Di Lella e Ornella Tajani oltre ovviamente ai curatori, Giuseppe Girimonti Greco e Ezio Sinigaglia). Il volume, edito recentissimamente da Clichy, si intitola semplicemente Racconti e ripropone in una nuova veste testi ormai introvabili nel nostro paese. Sarà un’occasione per scoprire o riscoprire un Proust meno frequentato ma non per questo meno ricco di spunti interessanti.

Tre appuntamenti, dunque, da non perdere. Almeno secondo il nostro parere. Tre cose diverse e che per questo crediamo possano attirare l’attenzione di tutti e lascino intuire una strada che abbiamo iniziato a percorrere e che continuiamo a frequentare con soddisfazione.

Se vorrete esserci, vi aspettiamo in libreria.

In viaggio verso terre promesse

Cominciamo dal principio e iniziamo dal titolo. Quali sono le Terre promesse del romanzo di Milena Agus? Il romanzo, pubblicato quest’anno dal raffinato editore Nottetempo ha un piroscafo come immagine di copertina… Tocca mettersi in viaggio. Ma verso dove? Difficile stabilirlo a priori perché le terre promesse sono un po’ come la linea dell’orizzonte. Quando si crede di averlo raggiunto, ci si accorge che si è spostato un po’ più in là.

terre promesseMa è proprio quella la meta irraggiungibile verso la quale si dirigono accanitamente tutti i personaggi – alcuni più di altri – di questo spaccato familiare, di questa saga che ci racconta le vicende di una famiglia. Genitori che diventano nonni, figli che diventano genitori, un ciclo che non si arresta, se non con il romanzo, ma che è un continuo divenire come la vita che trascorre e se ne va.

È il ciclo naturale della vita, di questa famiglia come di quella di ognuno, con storie di poca importanza se non per chi, quei racconti li vive sulla propria pelle.

Milena Agus trasforma una vicenda familiare in un racconto generazionale, ma anche in una fiaba, di quelle che le nonne raccontavano ai nipoti, ma anche, forse, in una storia mitologica che trascende dal tempo e dallo spazio in cui è ambientata.

A volte sembra di leggere una storia sudamericana di una Macondo sarda o di quelle che ci ha abituato ad ascoltare Isabelle Allende.

Altre volte ci viene ricordato che si tratta di una vicenda vicina, ambientata a Genova, a Milano e in quella Sardegna un po’ aspra come le tante lingue che la abitano, fosse anche solo per quel lessico famigliare che, chi viene da una terra dove forte è la presenza e l’abitudine al dialetto, non può fare a meno di ignorare.

Le terre promesse del libro vengono sempre disattese, non perché non vengano raggiunte ma perché deludono chi le persegue con assiduità e costanza. Forse era meglio prima, forse sarà meglio poi.

E tra tutte ci sono due donne, una madre, Donna Ester e una figlia, Felicita che si scontrano continuamente perché complementari. L’una mai contenta, mai soddisfatta, mai appagata, l’altra, felice come il nome che porta, soddisfatta di tutto ciò che ha.

agusLe due donne sono il perno intorno al quale ruota la storia. Quale storia? Tante storie. Quella dell’attesa del fidanzato durante gli anni di guerra, dell’attesa del matrimonio, dell’attesa del viaggio in continente senza voltarsi indietro per carità, il volto protesto verso il futuro. Quella dell’attesa della figlia, dell’attesa di tornare a casa, dell’attesa dell’amore… e mentre si attende, la vita va, i figli crescono e generano altri figli e così ancora come un ciclo infinito che vede cambiare solo i personaggi principali, che restano più o meno fedeli ad un unico copione.

Cosa si salva da questo continuo incedere? Piccole storie senza importanza, racconti che si salvano chissà come per generazioni e che diventano una sorta di mitologia familiare, la vita di ognuno di noi che passa e va e che lascia piccole invisibili tracce dietro di sé mentre incedono verso le mai del tutto soddisfacenti terre promesse.

Elena Zucconi

Terre promesse

Milena Agus

Nottetempo, 2017

Un certo Parker, un certo Pepper

Luca è uno di quelle persone che se tu gli dici qualcosa, drizza le orecchie. Ogni tanto lo prendo in giro ma mi rendo perfettamente conto che non è facile trovare uno così, che coglie immediatamente un accenno, anche minimo, mettendolo subito in un’ideale lista delle cose da approfondire. A dir la verità, se colpisci nel segno, Luca tira fuori il cellulare e come un predatore che mette nella tana il cibo che consumerà in inverno, si segna su qualche app misteriosa il titolo del libro che gli hai appena nominato. E si può star certi che prima o poi lo si incontrerà per strada o alla stazione dei treni col naso dentro a quel libro.

parkerL’altra sera da Armando, davanti a uno spritz, non ricordo perché, forse complice l’alcol, gli ho parlato brevemente di un bel racconto di Cortazar, che lui non conosceva. A me piacciono molto i racconti, come forma di scrittura, e ogni anno mi capita di leggerne tanti, fra vecchi e nuovi. Tra i vecchi cerco sempre di infilarne uno di Julio Cortazar, perché nei racconti secondo me nessuno ha saputo raggiungere la perfezione di questo straordinario scrittore argentino. È un parere del tutto personale, sia chiaro, e non esclude che altri grandi scrittori abbiano fatto meglio o siano per me altrettanto importanti o graditi. Penso sia solo questione di gusti: alcuni amano particolarmente gli spaghetti allo scoglio, ma non per questo disdegnano una buona bistecca o un piatto d’insalata. Io adoro i racconti di Julio Cortazar ma questo non mi impedisce di amare John Cheever o i racconti di Paolo Volponi (li ho scoperti da poco, usciti da Einaudi quest’anno, in una bella antologia e vi consiglio vivamente di non perderli), Tommaso Landolfi o Antonio Delfini. Matteo Marchesini o Luca Ricci, tanto per citare due contemporanei agli antipodi e naturalmente Raymond Carver, Dino Buzzati o Gianni Celati, per non parlare di J. Rodolfo Wilcock, che rimane uno dei miei più cari. Insomma, pur con le loro differenze, personalmente amo tantissimi autori e soprattutto amo tantissimo i loro racconti.

cortazarTornando al punto, l’altra sera abbiamo parlato di un racconto lungo di Cortazar che si chiama El perseguidor e che in italiano, a seconda del traduttore, si intitola Il persecutore (nella traduzione che Flaviarosa Nicoletti Rossini ne ha fatto per Einaudi, arricchita da una magistrale prefazione musical-letteraria del bravissimo Carlo Boccadoro) o L’inseguitore (nella traduzione di Ilide Carmignani che l’editore Sur ha affiancato alle bellissime tavole di José Munoz). El perseguidor è la storia di Johnny Carter, raccontata in prima persona da Bruno, amico di Johnny, critico musicale e autore della sua biografia, che in una Parigi di fine anni ’50 assiste da distaccato testimone agli ultimi giorni della vita di un uomo disperato, un musicista perennemente in cerca di una grandezza che gli pare di non essere mai in grado di afferrare, neppure quando la sfiora, come nell’esecuzione di un brano, Amorous, in cui tutti, tranne lui, sembrano riconoscere un talento straordinario. Naturalmente Johnny Carter è Charlie Parker, morto nei giorni in cui Cortazar inizia a scrivere questo suo racconto, forse il più grande e il più innovativo tra i sassofonisti della storia del jazz, dalla origini fino a (secondo me) John Coltrane che come Charlie Parker ha rivoluzionato tutto, ancora una volta.

Pepper-mugshotIl racconto di Johnny Carter è quello dell’esistenza e della fine dei giorni di molti musicisti, non solo jazz. È la storia della fragilità e della debolezza di personaggi dotati di una sensibilità esasperata, ma anche dei loro eccessi e dei loro egoismi. Cortazar non giudica il suo personaggio, ma neppure lo assolve. Per Bruno quel che conta è raccontare i fatti, per come ritiene che si siano svolti. Suo malgrado, anche nel momento in cui la vita del protagonista del suo libro si tinge dei colori della fine, non può smettere di pensare al suo libro, la cui edizione inglese, appena uscita “si vende come il pane”. Rileggendo questo racconto, perché avevo idea di scriverne,  non ho potuto non pensare ad altre figure chiave della storia del jazz, oltre a Charlie Parker, come Chet Baker, Miles Davis, Lee Morgan e lo stesso Coltrane ma più di tutti ho pensato ad Art Pepper, sassofonista straordinario e molto per certi versi simile a Johnny Carter, forse meno noto dei nomi che ho citato prima, la cui esistenza meriterebbe di essere raccontata ancora e ancora. Una vita, come quella di Johnny Carter, segnata profondamente dai problemi legati alle droghe che lo portarono negli anni ad entrare e uscire dal carcere (in una bella autobiografia Pepper si racconta senza reticenze). Un musicista superbo e unico, la cui musica, come quella di Parker, supera e sublima una vita complicata e dolorosa, sacrificata nella ricerca di qualcosa di grande e bello: una nota dietro l’altra nel tentativo di creare un capolavoro che giustifichi una vita.

 

Sergio Salabelle

Centuria dello spaventacchio – Michele Farina

Cominciamo oggi, con la Centuria dello spaventacchio di Michele Farina, la pubblicazione dei testi vincitori dello Sconcorsone manganelliano. Il racconto che presentiamo oggi ha ricevuto una menzione speciale da parte della Giuria e si aggiunge ai tre primi classificati che troveranno posto in questa pagina nelle prossime settimane. Il testo è qui accompagnato da un disegno di Matteo Mazzucchi, realizzato appositamente per l’occasione. Congratulazioni quindi ai vincitori e buona lettura a tutti!

***

Lo spaventacchio inoperoso trascorreva gli equinozi riflettendo sulla possibilità di disertare il destino. Egli, frequentatore di falò e lune falcate, sapeva bene che il destino è una croce; nel suo caso una croce di faggio e corda, conficcata nella nebbia polverosa di una brughiera brulla. D’altro canto non era sempre stato così, e il tedio opprimente delle giornate non mancava di ricordarglielo lambendo la sua mente con immagini di giorni migliori, svogliate fanterie di un blando assedio. Come spaventapasseri aveva avuto i suoi tempi d’oro, quando una miriade di spighe brillanti affollava quello stesso terreno, mormorando al soffio del vento. Allora i papaveri gli fiorivano alle ginocchia, confusi alla  paglia e alle vesti rappezzate con toppe variopinte. Capitava ancora che raccontasse questa storia sbiadita agli uccelli che si posavano sulla sua spalla, in cerca di un trespolo in quella guasta radura, ma quelli la prendevano per una fola e inclinavano il capo di lato con aria perplessa. E tuttavia avrebbero potuto altrimenti, loro, che a quei tempi nemmeno erano un progetto di uovo? Gli davano del bugiardo e del contafavole, involandosi poi alla prima folata. In passato il suo mestiere era stato difendere a ogni costo semi e germogli da quegli animali, sfruttando tutto il proprio repertorio: inconsulti sventolamenti di maniche, filastrocche brutte, fulminazioni repentine dei suoi malocchi di bottone. A quei tempi la sua fama proiettava un’ombra lunga nei cieli, sulle staccionate, sui pali, a filo dei cavi telefonici; nei nidi e nelle nicchie di tronco le mamme uccello sussurravano il suo nome ai pulcini, per costringerli a finire la razione giornaliera di becchime e vermi rigurgitati. Ora invece, la sempre più acuta solitudine lo aveva portato ad ammorbidire le proprie posizioni in materia di volatili, trovandosi a elemosinare buonesere anche dalla ghiandaia più saccente. Di tutti gli enti impossibili lo spaventapasseri è senza dubbio quello più risolto nel nome che porta: comprensibile quindi lo scorno e il rimpianto di non avere più un campo da sorvegliare, né uccelli da spaventare. In una crisi vocazionale di quella portata, che pareva affliggere il sindacato degli spaventacchi e svariate altre categorie, egli avrebbe allargato di buon grado il suo mansionario, cominciando magari a infondere terrore in altri esseri  che non fossero uccelli, o per converso iniziare un’ attività aliena dallo spavento, ma sempre a contatto coi fuggevoli beccomuniti. Provava quindi a immaginarsi come covatore surrogato, rosa dei venti per migratori sperduti, almanaccatore di traiettorie di volo. Ma ogni nome è uno scorsoio: quanto più cerchi di divincolarti tanto più ti strozza. Lo spaventacchio  aveva un bivio di fronte sé: continuare a vivere senza significato in quel mondo, cosmico solo in apparenza, o cercare il non-mondo, quell’utopia dove le parole continuano a coltivare un senso. Solo a quel punto lo spaventacchio abbandonò la propria croce, incamminandosi malcerto per i boschi, lontano dalla radura. Si augura ogni bene a quel coraggioso: di arrivare quindi in quell’agognato laggiù o di non giungervi mai? Qualche uccelletto mi racconta di tanto in tanto la leggenda dello spaventacchio coraggioso che disertò il destino; io gli do del contafavole e lo caccio, soffiandolo via dalla manica, sed excrucior, perché ricordo la domanda fatale e ora so la risposta.

spaventacchio