Un certo Parker, un certo Pepper

Luca è uno di quelle persone che se tu gli dici qualcosa, drizza le orecchie. Ogni tanto lo prendo in giro ma mi rendo perfettamente conto che non è facile trovare uno così, che coglie immediatamente un accenno, anche minimo, mettendolo subito in un’ideale lista delle cose da approfondire. A dir la verità, se colpisci nel segno, Luca tira fuori il cellulare e come un predatore che mette nella tana il cibo che consumerà in inverno, si segna su qualche app misteriosa il titolo del libro che gli hai appena nominato. E si può star certi che prima o poi lo si incontrerà per strada o alla stazione dei treni col naso dentro a quel libro.

parkerL’altra sera da Armando, davanti a uno spritz, non ricordo perché, forse complice l’alcol, gli ho parlato brevemente di un bel racconto di Cortazar, che lui non conosceva. A me piacciono molto i racconti, come forma di scrittura, e ogni anno mi capita di leggerne tanti, fra vecchi e nuovi. Tra i vecchi cerco sempre di infilarne uno di Julio Cortazar, perché nei racconti secondo me nessuno ha saputo raggiungere la perfezione di questo straordinario scrittore argentino. È un parere del tutto personale, sia chiaro, e non esclude che altri grandi scrittori abbiano fatto meglio o siano per me altrettanto importanti o graditi. Penso sia solo questione di gusti: alcuni amano particolarmente gli spaghetti allo scoglio, ma non per questo disdegnano una buona bistecca o un piatto d’insalata. Io adoro i racconti di Julio Cortazar ma questo non mi impedisce di amare John Cheever o i racconti di Paolo Volponi (li ho scoperti da poco, usciti da Einaudi quest’anno, in una bella antologia e vi consiglio vivamente di non perderli), Tommaso Landolfi o Antonio Delfini. Matteo Marchesini o Luca Ricci, tanto per citare due contemporanei agli antipodi e naturalmente Raymond Carver, Dino Buzzati o Gianni Celati, per non parlare di J. Rodolfo Wilcock, che rimane uno dei miei più cari. Insomma, pur con le loro differenze, personalmente amo tantissimi autori e soprattutto amo tantissimo i loro racconti.

cortazarTornando al punto, l’altra sera abbiamo parlato di un racconto lungo di Cortazar che si chiama El perseguidor e che in italiano, a seconda del traduttore, si intitola Il persecutore (nella traduzione che Flaviarosa Nicoletti Rossini ne ha fatto per Einaudi, arricchita da una magistrale prefazione musical-letteraria del bravissimo Carlo Boccadoro) o L’inseguitore (nella traduzione di Ilide Carmignani che l’editore Sur ha affiancato alle bellissime tavole di José Munoz). El perseguidor è la storia di Johnny Carter, raccontata in prima persona da Bruno, amico di Johnny, critico musicale e autore della sua biografia, che in una Parigi di fine anni ’50 assiste da distaccato testimone agli ultimi giorni della vita di un uomo disperato, un musicista perennemente in cerca di una grandezza che gli pare di non essere mai in grado di afferrare, neppure quando la sfiora, come nell’esecuzione di un brano, Amorous, in cui tutti, tranne lui, sembrano riconoscere un talento straordinario. Naturalmente Johnny Carter è Charlie Parker, morto nei giorni in cui Cortazar inizia a scrivere questo suo racconto, forse il più grande e il più innovativo tra i sassofonisti della storia del jazz, dalla origini fino a (secondo me) John Coltrane che come Charlie Parker ha rivoluzionato tutto, ancora una volta.

Pepper-mugshotIl racconto di Johnny Carter è quello dell’esistenza e della fine dei giorni di molti musicisti, non solo jazz. È la storia della fragilità e della debolezza di personaggi dotati di una sensibilità esasperata, ma anche dei loro eccessi e dei loro egoismi. Cortazar non giudica il suo personaggio, ma neppure lo assolve. Per Bruno quel che conta è raccontare i fatti, per come ritiene che si siano svolti. Suo malgrado, anche nel momento in cui la vita del protagonista del suo libro si tinge dei colori della fine, non può smettere di pensare al suo libro, la cui edizione inglese, appena uscita “si vende come il pane”. Rileggendo questo racconto, perché avevo idea di scriverne,  non ho potuto non pensare ad altre figure chiave della storia del jazz, oltre a Charlie Parker, come Chet Baker, Miles Davis, Lee Morgan e lo stesso Coltrane ma più di tutti ho pensato ad Art Pepper, sassofonista straordinario e molto per certi versi simile a Johnny Carter, forse meno noto dei nomi che ho citato prima, la cui esistenza meriterebbe di essere raccontata ancora e ancora. Una vita, come quella di Johnny Carter, segnata profondamente dai problemi legati alle droghe che lo portarono negli anni ad entrare e uscire dal carcere (in una bella autobiografia Pepper si racconta senza reticenze). Un musicista superbo e unico, la cui musica, come quella di Parker, supera e sublima una vita complicata e dolorosa, sacrificata nella ricerca di qualcosa di grande e bello: una nota dietro l’altra nel tentativo di creare un capolavoro che giustifichi una vita.

 

Sergio Salabelle

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Un noir a tempo di jazz

Leonardo Gori, Musica nera, Tea 2017

Musica-nera4-e1489612441931.jpgIn tutti i romanzi che vedono Bruno Arcieri come protagonista, si respira la stessa aria nostalgica verso un tempo che appartiene ormai ad un passato remoto.

Siamo negli anni Sessanta, precisamente nel 1967, ma il sentimento di nostalgia che prova il colonnello dei Carabinieri in pensione Bruno Arcieri, ci porta indietro nel tempo, in un viaggio a ritroso che segue il ritmo del jazz e che sembra inarrestabile: anni Quaranta, Trenta, Venti.

È difficile leggere questo romanzo senza battere il ritmo con un piede, senza andare a curiosare in rete alla ricerca di melodie dimenticate, ma che invece sono ancora lì, da qualche parte. Non si ha che da premere un tasto, chiudere gli occhi e aprirsi all’ascolto.

Seguendo il ritmo della musica il lettore rimante come ipnotizzato e non si stacca da Bruno Arcieri, che incontriamo a Viareggio per il funerale di un amico del tempo che fu.

Nella città toscana lo aspetta il passato, fatto di storie irrisolte che, per questo, addolorano ancora di più.

Locandina Gori.jpgDov’è la tomba dei piccoli Levi e del loro padre, trucidati dai nazisti sui monti della Versilia, dopo che un delatore ne aveva denunciato il rifugio? Chi sono le donne vestite di nero che tutti i giorni guardano il mare? Davvero rivedrà Elena Contini, la donna che ha sempre amato e che rende il passato ancora più attraente? Che cosa c’entra con tutto questo la meravigliosa musica jazz rievocata da Leonardo Gori?

Un noir avvincente e ben costruito che disorienta il lettore con tantissimi particolari e dettagli (dal fruscìo della seta alla marca di sigarette Macedonia per fare un esempio) la cui trama stordisce ed eccita come la musica nera del titolo.

 

Elena Zucconi

 

Incontro con Umberto Fiori

Martedì 25 ottobre alle 18 alla libreria indipendente Les Bouquinistes – via dei Cancellieri, 5 a Pistoia – per il ciclo “Il dolce rumore della vita”  promosso da Isole nel SapereGiuseppe Grattacaso e Matteo Pelliti incontrano Umberto Fiori per parlare delle sue poesie e della raccolta Poesie 1986 – 2014 pubblicato da Mondadori, 2014.
14695478_1211563885548943_726440082053970612_nPoesie 1986 – 2014 (Mondadori, 2014). “Per essere poeta” ha scritto Umberto Fiori “bisogna saper cantare”. Ma “chi canta perde tutte le bravure”: quelle tecniche, quei talenti che da sempre definiscono lo stile poetico e il suo scarto dal linguaggio comune. Per essere poeta, infatti, Fiori fa sua proprio la lingua senza asperità e senza artifici tipica della quotidianità. Eppure, per quanto (almeno apparentemente) piano, il suo stile rimane riconoscibile e memorabile attraverso l’intero arco della sua produzione, in cui ha saputo delineare un mondo compatto, ben identificabile, animato da una forte tensione morale. Lo testimoniano i versi qui raccolti: tutte le poesie pubblicate in volume, da “Case” (1986) a “Voi” (2009), a cui si aggiungono alcuni inediti. Ponendosi in una linea che da Montale arriva ai grandi lombardi del Novecento, Sereni e Raboni, Umberto Fiori dilata, “sporca” i confini del codice lirico e sceglie, come teatro per le sue poesie, un’ambientazione urbana, affollata di personaggi anonimi: passanti, taxisti, persone qualunque. Sono loro i protagonisti di apologhi esemplari capaci di illuminare, con un’inaspettata vena comica, i miracoli quotidiani che irrompono nella protettiva ma devitalizzante routine, spalancando così il mondo alla vita e illuminando l’ordinario di “una luce nuova, più vera”.
 
Umberto Fiori (Sarzana, 1949), vive a Milano dal 1954. Negli anni Settanta ha fatto parte degli Stormy Six, gruppo storico del rock italiano.
In seguito ha continuato a occuparsi di musica come autore di testi e come critico (Scrivere con la voce, Unicopli 2003). In prosa ha pubblicato una raccolta di saggi (La poesia è un fischio, Marcos y Marcos 2007), il romanzo La vera storia di Boy Bantàm (Feltrinelli 2007) e il Dialogo della creanza (LietoColle 2007). I suoi libri di poesia sono: Case (San Marco dei Giustiniani 1986), Esempi (Marcos y Marcos 1992), Chiarimenti (Marcos y Marcos 1995), Parlare al muro (Marcos y Marcos con immagini del pittore Marco Petrus, 1996), Tutti (Marcos y Marcos 1998) e La bella vista (Marcos y Marcos 2002). Per i tipi di Mondadori nel 2009 è stato pubblicato il suo ultimo libro di poesie, Voi e nel 2014 è uscito un volume che raccoglie tutti i testi editi, più degli inediti: Poesie 1986-2014.
La locandina è di Tirez sur le Graphiste
info: lesbouquinistes@libero.it oppure 0573 1780084 o 3287432522

Nada!

In occasione dell’uscita del suo ultimissimo romanzo “Leonida” (Atlantide, 2016), Nada Malanima sarà ospite della libreria indipendente Les Bouquinistes in via dei Cancellieri 5 a Pistoia venerdì 13 maggio alle 18.
A conversare con lei Simone Caltabellota direttore editoriale della casa editrice.
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Una ragazza attraversa la vita allontanandosi dalla propria famiglia, da un’infanzia in cui non ha avuto amore, da una madre che non ha saputo né voluto esserle madre,  da un uomo e poi da una donna che hanno avuto il suo corpo ma non il suo cuore, da una figlia non desiderata, dal proprio Paese, dal proprio nome e anche da se stessa.

Leonida vive ogni cosa come una statua di marmo, nulla la scuote davvero, nulla che le accada la spezza o l’illumina, semplicemente lei non riesce a sentire, a aderire al mondo degli altri, almeno fino a quando un regalo inaspettato, che forse non voleva neppure essere tale, la porterà ancora più lontano, a affrontarsi  e infine a riconoscersi, quando tutto invece sembra avere perso di senso e l’amore essere sparito per sempre.

Soltanto allora forse imparerà ad essere figlia, madre, amante, imparerà veramente la morte e la vita che ricomincia, sempre.

La locandina è di Tirez sur le graphiste (alias Enrico Anzuini)

“Non mi sono mai sentita giovane, e adesso non mi sento nemmeno vecchia, e cammino, cammino tante ore al giorno, ho il mio da fare qui. Ora le stagioni scappano al galoppo di un puledro impazzito, e le ossa mi fanno sempre più male, ma non ci bado, non ho mai ascoltato il mio corpo, continuo a faticare lo stesso, lo metto alla prova e fino adesso ho avuto la meglio io. Se penso alla mia vita, dopo tutto mi sento ancora leggera”

FALSI D’AUTORE

Guida pratica per orientarsi nel mondo dei libri tradotti

di Daniele Petruccioli

Quodlibet

falsi d'autoreChi se ne frega del traduttore…

Il saggio di Daniele Petruccioli, con simpatica e devastante ironia, pone l’attenzione sull’uomo o più spesso sulla donna che il mondo dell’editoria vuole considerare invisibile.

Ben lungi dall’essere un supereroe (magari!), il traduttore è una figura strana e bistrattata di cui si sa poco o niente.

In un paese esterofilo come l’Italia dove la maggior parte della popolazione, dopo ben otto anni di studio (tra medie e superiori) stenta, nella maggior parte dei casi, a parlare una parola d’inglese, il mestiere del traduttore dovrebbe essere considerato da tutti di primaria importanza. Ma, ça va sans dire, la realtà è ben diversa: capita invece (otto volte su dieci scrive l’autore) che il suo nome non compaia nemmeno sul libro che ha tradotto e che il lavoro di traduzione venga abbassato al rango di un piacevole e svagante hobby remunerato (pochissimo, tra l’altro).

Ma perché?

Ce lo racconta come in una favola Daniele Petruccioli che il traduttore lo fa di mestiere (si, ma per vivere che cosa mai farà? Gli andrà chiesto!) nel suo breve saggio (119 pagine soltanto) che si legge come un libro umoristico e con un tono un po’ canzonatorio. Ma l’argomento è serio e trattato con altrettanta importanza, anche perché non si tratta di un saggio per gli addetti ai lavori, tutt’altro.

Sono le istruzioni per l’uso, è una guida, un bugiardino scritto in tono accattivante e comprensibile che andrebbe apposto all’interno di tutti i libri tradotti, ad uso di quel lettore che vuole essere più attento e più consapevole.

È il lettore infatti, il destinatario prescelto da questo volume, un lettore che vuole essere altamente informato sul libro che ha appena acquistato.

In un libro, al pari di un qualsiasi alimento – i libri sono sono chiamati “cibo per la mente” non per caso! – devono essere riportati tutti gli ingredienti, cioè tutte le persone che hanno collaborato in varia maniera e in diversa misura alla sua realizzazione.

Al di là dell’utopistico desiderio di Petruccioli di un mondo dove coesistano più traduzioni svolte da molteplici traduttori che diano importanza a diversi aspetti di uno stesso testo, ci si impegna però a rendere più visibile il difficile lavoro di chi riscrive un testo da una lingua ad un’altra, con la propria esperienza, il proprio bagaglio culturale, il proprio punto di vista.

E smettiamola di dire che il traduttore deve essere invisibile! Un traduttore trasforma il testo da una lingua ad un’altra prendendosi un carico di responsabilità che gli deve essere riconosciuto, nel bene e nel male, insieme alla casa editrice che quel traduttore ha scelto.

Viene fatto l’esempio di una partitura musicale che avrà interpretazioni diverse a seconda da chi venga suonata. Per la traduzione è la stessa cosa.

Non resta che farsi affascinare dalla bellezza delle traduzioni prestando la massima attenzione a chi ce l’ha proposta e, con il tempo, l’allenamento e stimolando il nostro orecchio distratto, a riconoscere la voce unica e inequivocabile del nostro non più invisibile traduttore preferito.

Elena Zucconi

Voglio far il gentiluomo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giardino; da un lato il palazzo del Commendatore, al piè del quale stanno delle panche di pietra. Notte.Leporello; poi Donn’Anna e Don Giovanni; indi il CommendatoreN. 1 – Introduzione Archi, 2 Flauti, 2 Oboi, 2 Fagotti, 2 Corni in fa.
MOLTO ALLEGRO

Leporello
Notte e giorno faticar
Per chi nulla sa gradir;
Piova e vento sopportar,
Mangiar male e mal dormir…
Voglio far il gentiluomo,
E non voglio più servir.
Oh, che caro galantuomo!
Voi star dentro con la bella,
Ed io far la sentinella!…
Ma mi par che venga gente…
Non mi voglio far sentir.
(si nasconde)

Donn’Anna
([entra] tenendo forte pel braccio Don Giovanni, ed egli cercando sempre di celarsi)
Non sperar, se non m’uccidi,
Ch’io ti lasci fuggir mai.

Don Giovanni
Donna folle! Indarno gridi:
Chi son io tu non saprai.

Lorenzo Da Ponte, libretto per Don Giovanni, di Wolfgang Amadeus Mozart