Dire, fare, partecipare

Si è appena conclusa la settima edizione del festival L’importanza di essere piccoli organizzato dall’associazione SassiScritti.

20645547_10211722120761259_3181075100328020566_oQuello che amo di questo festival è la sua apparente semplicità e la sua totale gratuità. L’incontro è organizzato ogni volta con una scenografia differente, scelta tra i bei borghi dell’Appennino Tosco-Emiliano. Per me che abito a Pistoia da poco più di un anno e che poco conosco la montagna sono stati una scoperta bellissima.

Se si arriva presto, dopo diversi tornanti, si incappa nelle prove. Si vede come tutto sia organizzato da pochi, con amore e passione. Con intuito e perseveranza.

Ne scrivo perché, come di tutte le cose belle, se non se ne ha cura, se non lo si accudisce, anche per questo festival potrebbe arrivare la fine. Succede spessissimo, purtroppo. Ed è incredibile che una manifestazione bellissima e intelligente come questa, dopo sette anni, non sia ancora al sicuro.

Per esserlo credo che abbia bisogno di ognuno di noi, di qualche piccolo investimento privato ma anche, e soprattutto, di un contributo pubblico, di un finanziamento che quest’anno, in buona parte e all’ultimo momento è mancato.

20543814_10211635116625796_7932224129599671412_oLa formula del festival è molto semplice. Di solito attacca il poeta – ha a disposizione una decina di minuti, forse qualcuno di più – per leggere alcune delle sue poesie. A lui la decisione se raccontare qualcosa sul testo, su sé oppure se leggere e basta. Dopo di lui, il cantautore, con più tempo a disposizione, inizia il concerto. Poi torna il poeta e infine ancora musica per chiudere. Lo spettacolo dura circa un’ora.

Sembra facile, vero? Non credo però che sia così facile da un punto di vista organizzativo e, considerato che lo spettacolo è completamente gratuito, credo che la parte più difficile sia proprio il reperimento dei fondi.

L’appuntamento è alle 21. Per raggiungere i borghi del festival ci vogliono (da Pistoia) di media quaranta minuti. È necessario perciò che chi arriva abbia la possibilità di trovare qualcosa da mangiare e da bere. Si chiede aiuto ai borghi scelti. A volte ci si organizza con la pro-loco, altre con un circolo (se non le avete mai assaggiate correte a Rasora per le loro crescentine!), altre ci si affida a un’associazione che si occupa del catering. E poi c’è la birra. La buonissima birra del Reno. Si cerca di rispettare le singole realtà, di dare spazio e importanza ai luoghi frequentati. Il festival è qualcosa che nasce sul territorio, per quel territorio. Che si modifica e si adatta ai luoghi che sceglie e che frequenta. Mai l’inverso. Sembra scontato eppure non lo è. La collaborazione è un bene prezioso.

Ogni sera bisogna allestire anche lo spazio per il pubblico. A volte ci sono le sedie, altre volte balle di fieno, sempre teli e cuscini. Siamo tutti insieme e tutti vicini ad ascoltare. Persone anziane, adulti, ragazzi e bimbi, spesso sotto gli alberi, sempre sotto le stelle.

20615928_10211642814738244_6072928757760983884_oSi è creata una comunità, la tribù dei piccoli, che segue il festival, lo appoggia e lo pubblicizza attraverso i social, condividendo quanto viene pubblicato dalla pagina ufficiale: le bellissime foto di Guido Mencari e la clip giornaliera di Pupillaquadra che permette di rivivere in pochi minuti ogni serata. Ma anche i singoli partecipanti pubblicano post riguardanti il festival con poesie, foto o una breve registrazione video di un momento vissuto.

Mi sono dilungata per cercare di far capire a chi non c’è mai stato come sia condividere una di queste sere.

Ecco perché mi sono innamorata dei Piccoli: mi riporta a un tempo in cui l’espressione “fare cultura” non esisteva nella teoria ma nella pratica e riguardava tutti, era accessibile a tutti. Mi  riporta alle favole dei nonni nel canto del focolare. Mi riporta a una comunità che si confronta e si parla, che condivide un momento bello e che ha voglia di trascorrere del tempo insieme, a prescindere dall’età. Mi ritrovo a chiacchierare con chi conosco pochissimo o a offrire passaggi in macchina a chi ancora non conosco. A partecipare con tanti amici a un improvvisato e ricchissimo pic-nic che avrebbe potuto sfamare mezzo festival. A incontrare il mio nipote diciassettenne insieme ad alcuni suoi compagni di classe perché li avevo incuriositi. A programmare ospitalità per l’anno prossimo per Valentina che da Pesaro quest’anno non ce l’ha fatta a raggiungerci e che peccato. Mi ritrovo a venire via dal festival con un libro di poesie anche se il poeta non mi ha fatto impazzire lì per lì. E poi a casa, leggendolo ad alta voce mi sono commossa e ho capito che non avevo capito proprio niente. Mi ritrovo a farmi prendere dal ritmo incessante di Murubutu che nemmeno sapevo chi fosse e che adesso mi piace tantissimo, e che ho ascoltato anche se in realtà ero lì per il poeta. Ma il bello è che tutti i ragazzi che erano lì per il rapper si sono trovati insieme a me a chiedere il bis a Andrea De Alberti, il poeta. Che scambio, vero?

Sono tornata a casa con un carico di bellezza, di gioia, di felicità stralunata e strampalata come le canzoni di Lucio Corsi, insieme a un gruppo di amici irriducibili che con me e Sergio hanno vissuto questo festival che ci ha reso più amici che mai.

Potrei scrivere e raccontare ancora e ancora di questi incontri nell’Appennino, su chi ho visto e su cosa ho scoperto. Ma non lo farò. Mi fermo qui. Perché il Festival, semplicemente, va vissuto. Ed è per questo che i Piccoli devono continuare a festeggiare nuovi compleanni e sempre nuove edizioni.

Se non l’ho spiegato bene, se chi legge non comprende quanto tutto questo sia importante, è solo colpa mia. Ma il consiglio resta sempre lo stesso: prendetevi del tempo, la prima settimana di agosto e andate a scoprire L’importanza di essere piccoli. E poi, e poi aspetto i vostri racconti.

 

Elena Zucconi

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Un carteggio in libreria. L’incontro.

Un poeta, un gruppo di persone che con quel poeta hanno intrattenuto una corrispondenza, una postina un po’ magica e una donna che ha una sorprendente fede nella parola e nelle persone.

Insieme a noi due librai, ecco qui i personaggi principali di questa piccola storia molto importante.

Non starò a raccontare come è nato tutto perché altri potranno farlo meglio di me.

Basti sapere che a seguito di un corso di scrittura (qui c’entra la donna di fede), alcune persone (Veriano, Christian, Damiano, Giovanni, Monica, Marilva) hanno iniziato una originale corrispondenza con il poeta Roberto Carifi.

Loro scrivevano a mano, su bei fogli bianchi e Lucia si trasformava in postina per permettere l’incontro, consegnando al destinatario le belle lettere. Ecco che il destinatario si trasformava in mittente, digitando sulla tastiera le sue email di risposta.

foto di gruppoImmagino che Federica ricevesse le e-mail del poeta e le stampasse. Non sono sicura che sia andata esattamente così, ma non posso pensare a un modo diverso. Federica usa la carta, ha un rapporto con la letteratura un po’ vecchio stampo ed è un bene, credetemi, altrimenti questo progetto non avrebbe visto la luce. Me la immagino mentre legge le e-mail ad alta voce e lentamente al suo gruppo, mentre le sfoglia, con quello stupore che le si imprime sul viso quando si emoziona.

E invece non è andata nemmeno così. Lucia mi ha svelato un piccolo segreto, che condivido volentieri, se promettete di non dirlo a nessuno. Chi conosce Lucia sa della sua passione. La si vede spesso con un registratore in mano e le cuffie. Le voci sono diventate un suo modo di catturare il tempo, registrando ricordi. A lei, in un’altra occasione, ho affidato alcuni dei miei ricordi di bambina. Svelando questo piccolissimo dettaglio, penso sia facile immaginarla a casa del poeta, registratore alla mano, pronta a cogliere, ad accogliere le risposte verbali. Lettere dettate ma non trascritte, che fluttuano come il divenire. Immagino il silenzio, il raccoglimento e poi lo scoppiettio delle parole, legate l’una all’altra come le perle in una collana, un canto (siamo con un poeta, ricordate?) in risposta ad ogni singola lettera.

Che cosa c’entriamo noi librai? Poco o niente. Siamo stati soltanto i silenziosi testimoni dell’incontro avvenuto nella nostra libreria.

Christian è stato il primo ad arrivare, poi Lucia con il poeta, poi alla spicciolata tutti gli altri.

C’era emozione, attesa, un po’ di imbarazzo, forse? Incontrarsi per la prima volta, dopo essersi scritti, dopo uno scambio così intimo, rende timidi e insicuri.

Ci siamo accomodati in cerchio, come ad una immaginaria tavola rotonda.

L’incontro tra il poeta e il gruppo dopo il lungo carteggio, ha rivelato la sua sacralità nel momento in cui Lucia ha “srotolato” le lettere scritte a mano, conservate all’interno di una striscia di tessuto formata da scampoli di stoffa tutti differenti fra loro. Ogni fantasia rappresenta un mittente e raccoglie le sue missive. Un patchwork che rivela ad ogni autore dove si trovano le proprie parole, se al principio, alla metà o alla fine di questo insolito papiro.

È impossibile rivelare qui e ora il contenuto di alcune di quelle personalissime missive, anche se alcune sono state lette a voce alta.

L’emozione di questa condivisione è stata potente.

Come la combatti tu, la solitudine, poeta?

I messaggi, adesso letti da chi li aveva scritti e affidati a Lucia, attesi con gioia (è questo il termine usato dal poeta) e con impazienza dal destinatario che a sua volta rispondeva con altri mezzi ma generando ugualmente un gioco di attese e di gioiose ansie in chi attendeva la sua risposta, erano lì, avvolte nel rotolo di stoffa, in libreria.

E quel rotolo è rimasto in libreria, casa e rifugio improvvisati per un carteggio personale e prezioso.

La compassione per sé stessi e gli altri. “Con-pas-sio-ne”.

Solitudine, compassione, con passione, parole che in questo scambio hanno assunto una loro sacralità. E vorrei aggiungere verità.

Se la letteratura è menzogna, questa esperienza di dialogo a più voci, forse, può rappresentare un’eccezione.

È stato un incontro vero, puro, sincero, privo di maschere. È mai possibile?

Come la combatti tu, poeta, la solitudine?

 

Elena Zucconi

La vita privata

Venerdì 10 marzo alle 18 presso la libreria indipendente Les Bouquinistes – via dei Cancellieri, 5 a Pistoia – incontro con l’autore marchigiano Daniele Garbuglia e il suo romanzo La vita privata, Edizioni Casagrande 2016. Insieme a lui, il poeta Matteo Pelliti.

Il protagonista si sveglia una domenica mattina e scopre di non vedersi più perché è diventato invisibile, una voce senza un corpo che inquieta persino la sua famiglia. Si può raccontare la storia di qualcuno senza immagine? Daniele Garbuglia ha provato a rispondere sì.

La vita privata La giornata di un uomo che si sveglia una domenica mattina e si accorge di aver perso la propria immagine, il suo “sembiante”: un fatto straordinario che lo obbliga a confrontarsi in modo nuovo con il suo mondo ordinario, cominciando dalla moglie e il figlio e dagli spazi di casa. Chi è il protagonista di questa storia? Un uomo che dubita della propria esistenza? Uno spettro? Un angelo che non sa di esserlo? E soprattutto, perché ci sembra di conoscerlo così bene? Scandito nelle classiche quattro parti della giornata, il nuovo libro di Daniele Garbuglia si presenta come una riflessione sull’identità dell’uomo privato, all’interno della propria famiglia, sì, ma anche sullo sfondo di quel paesaggio parcellizzato e privatizzato, carente di memoria e condivisione, che caratterizza la nostra epoca.

«L’uomo non aveva più la propria immagine.
Era ancora avvolto nel sonno e il tepore delle coperte non lo aveva abbandonato. Si guardò di nuovo allo specchio ma non c’era. Pensò di alzare la mano, il braccio, la testa, ma la sua immagine non compariva. Guardò giù per scoprire cosa fosse accaduto. Non vedeva più niente di sé, i piedi, le gambe, il torace, le braccia. Niente.»

Daniele Garbuglia è nato a Recanati nel 1967 e vive a Senigallia. È autore del racconto Fagotto e Sparafucile (Pequod, 1998) e della serie di libri per ragazzi Soqquadro (Giunti, 2006). Per le Edizioni Casagrande ha pubblicato i romanzi Home (2004), Musica leggera (2009) e La vita privata (2016).

 

 

 

 

Nominazioni – Poesie dal ritorno

Sabato 4 febbraio alle 18, presso la libreria indipendente Les Bouquinistes, via dei Cancellieri, 5 a Pistoia, Alessandro Raveggi ci racconterà la sua raccolta poetica Nominazioni, Poesie dal ritorno pubblicate da Giuliano Ladolfi Editore nel 2016.
Insieme a lui ci saranno Azzurra D’Agostino e Francesca Matteoni.

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Il ritorno dal lungo viaggio e il bisogno di nominare le cose in una casa dismessa, in un universo fatto di umanità distante: quando pare che sia già troppo tardi e si arriva in extremis, agli sgoccioli, nel proprio Paese. Le cose mute ci guardano, e la tua nazione ha il bisogno di essere una nominazione, un amore da richiamare al petto. Affrontando quel passo rischioso che lo scrittore Mario Benedetti ha chiamato dis-esilio, con uno sguardo che si fissa tra i filari di una campagna irreale o nelle opere di Cy Twombly prese a pretesto, questa raccolta è la possibilità che un ritorno a casa da estraneo prenda forma e finisca, idealmente nel passaggio di testimone tra un padre e un figlio.

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Alessandro Raveggi (Firenze, 1980) scrive libri di narrativa, saggistica, teatro e poesia. Suoi testi sono apparsi su «Satisfiction», «Minima&Moralia», «Poesia», «Doppiozero», «Le parole e le cose», «Alfabeta2», «Nazione indiana», «Carmilla», «Il primo amore», «Nuovi Argomenti», «Nuova Prosa», «Il Reportage», «Versodove», «L’immaginazione», «The Towner», «Luvina», «Semicerchio», tra le altre. È direttore della rivista letteraria italiana in italiano e inglese The FLR,  e ha curato Re: viste sulla letteratura e le arti nonché la collana di narrativa di qualità Novevolt. Fondatore del progetto d’arte contemporanea Forward, per anni regista e drammaturgo (finalista Premio Riccione 2007), è stato ricercatore della Universidad Nacional Autónoma de México. Attualmente è coordinatore artistico del festival di scrittori italiani e americani in dialogo The Writers’ Season / La Stagione degli Scrittori. Insegna letteratura italiana alla New York University e in altre università americane a Firenze.

L’incontro è realizzato in collaborazione con Logo (2).jpg

info: lesbouquinistes@libero.it oppure 05731780084

Alfabetiere privato – Incontro con Azzurra D’Agostino

Giovedì 5 gennaio 2017 alle 21 alla libreria indipendente Les Bouquinistes – via dei Cancellieri, 5 a Pistoia – parleremo della raccolta di poesie di Azzurra D’AgostinoAlfabetiere PrivatoLietoColle 2016Francesca Matteoni ci condurrà nel mondo poetico di Azzurra D’Agostino, in un universo personale scandito da parole scelte tra tre lingue diverse – l’italiano, il dialetto delle sue zone d’Appennino e una lingua mista che “cerca la pulizia elementare”.
Un alfabetiere privato, composto da alcune private ossessioni e da piccole grandi mancanze.
Una piccola finestra spalancata sulle montagne dell’Appennino, sui suoi boschi, sul mondo di poesia di Azzurra D’Agostino.
 
azzurra-twitter
Azzurra D’Agostino. Ha pubblicato le raccolte poetiche D’in nciun làI quaderni del battello ebbro 2003, Con ordineLietocolle 2005D’Aria sottileTranseuropa 2011, Versi dell’abitare, XI Quaderno italiano di poesia contemporanea Marcos y Marcos 2012.
Suoi interventi critici e racconti sono stati pubblicati su varie riveste e antologie tra cui Di là dal bosco (Le voci della luna), Almanacco dello Specchio (Mondadori), Nuovi Argomenti (Mondadori), Bloggirls (Mondadori) e altri.
È giornalista pubblicista e scrive per il teatro.
Alfabetiere Privato, LietoColle 2016. Come reso evidente dall’autrice nella propria nota, “(D’Agostino) si avvale di tre lingue principali. Una è l’italiano, ovviamente; l’altra è il dialetto delle sue zone d’Appennino, la terza è una lingua mista, che cerca la pulizia elementare (…). Come queste tre lingue dialoghino tra loro e come si nutrano, anche per contrasti, l’uno con l’altra, è ciò che forse può emergere da questa raccolta”.

Ancora, Azzurra D’Agostino dice, di Alfabetiere Privato: “questo lavoro di scavo, riordino e ripensamento mi ha concesso l’emergere di alcune private ossessioni (…). Sono affiorate sette parole, che fanno di questo Alfabetiere un “privato” nel senso non tanto di “personale” quanto di privo, zoppo, monco. Mancano infatti la gran parte delle lettere, e le parole stesse che emergono sono parziali, spezzate, una parentesi del linguaggio nella sua ordinarietà. A ben vedere, trovo questa riduzione un valore, laddove all’apparenza possa sembrare un limite. O, forse, trovo il limite stesso il punto giusto su cui soffermarsi, su cui ragionare, intorno a cui dedicarsi”.

info: lesbouquinistes@libero.it oppure 0573 1780084

Incontro con Umberto Fiori

Martedì 25 ottobre alle 18 alla libreria indipendente Les Bouquinistes – via dei Cancellieri, 5 a Pistoia – per il ciclo “Il dolce rumore della vita”  promosso da Isole nel SapereGiuseppe Grattacaso e Matteo Pelliti incontrano Umberto Fiori per parlare delle sue poesie e della raccolta Poesie 1986 – 2014 pubblicato da Mondadori, 2014.
14695478_1211563885548943_726440082053970612_nPoesie 1986 – 2014 (Mondadori, 2014). “Per essere poeta” ha scritto Umberto Fiori “bisogna saper cantare”. Ma “chi canta perde tutte le bravure”: quelle tecniche, quei talenti che da sempre definiscono lo stile poetico e il suo scarto dal linguaggio comune. Per essere poeta, infatti, Fiori fa sua proprio la lingua senza asperità e senza artifici tipica della quotidianità. Eppure, per quanto (almeno apparentemente) piano, il suo stile rimane riconoscibile e memorabile attraverso l’intero arco della sua produzione, in cui ha saputo delineare un mondo compatto, ben identificabile, animato da una forte tensione morale. Lo testimoniano i versi qui raccolti: tutte le poesie pubblicate in volume, da “Case” (1986) a “Voi” (2009), a cui si aggiungono alcuni inediti. Ponendosi in una linea che da Montale arriva ai grandi lombardi del Novecento, Sereni e Raboni, Umberto Fiori dilata, “sporca” i confini del codice lirico e sceglie, come teatro per le sue poesie, un’ambientazione urbana, affollata di personaggi anonimi: passanti, taxisti, persone qualunque. Sono loro i protagonisti di apologhi esemplari capaci di illuminare, con un’inaspettata vena comica, i miracoli quotidiani che irrompono nella protettiva ma devitalizzante routine, spalancando così il mondo alla vita e illuminando l’ordinario di “una luce nuova, più vera”.
 
Umberto Fiori (Sarzana, 1949), vive a Milano dal 1954. Negli anni Settanta ha fatto parte degli Stormy Six, gruppo storico del rock italiano.
In seguito ha continuato a occuparsi di musica come autore di testi e come critico (Scrivere con la voce, Unicopli 2003). In prosa ha pubblicato una raccolta di saggi (La poesia è un fischio, Marcos y Marcos 2007), il romanzo La vera storia di Boy Bantàm (Feltrinelli 2007) e il Dialogo della creanza (LietoColle 2007). I suoi libri di poesia sono: Case (San Marco dei Giustiniani 1986), Esempi (Marcos y Marcos 1992), Chiarimenti (Marcos y Marcos 1995), Parlare al muro (Marcos y Marcos con immagini del pittore Marco Petrus, 1996), Tutti (Marcos y Marcos 1998) e La bella vista (Marcos y Marcos 2002). Per i tipi di Mondadori nel 2009 è stato pubblicato il suo ultimo libro di poesie, Voi e nel 2014 è uscito un volume che raccoglie tutti i testi editi, più degli inediti: Poesie 1986-2014.
La locandina è di Tirez sur le Graphiste
info: lesbouquinistes@libero.it oppure 0573 1780084 o 3287432522

Avviso ai saggi – Una poesia di Juan Rodolfo Wilcock

cuento-juan-rodolfo-wilcockSe qualcosa dovrà salvarsi
bisogna dirlo presto e chiaro:
non siamo qui per nessun fine accertabile,
il più grande poema è la Commedia,
né il sole né la luna sono finora mancati.

Presto, finché la lingua esiste:
su colonne di porfido il cielo trema,
porfido verde con vene di malachite
incrostato di fave di madreperla
e un filo d’oro che traccia d’alto in basso
corsivamente l’identica Parola.

Il mondo è pieno di figli di nessuno.
Tremano le colonne, dai cespugli emergono
bestie con tre o più teste, bestie nuove;
le stelle cadono come gocce di pioggia,
sciiti e mongoli muovono eserciti
e alla luce dei lampi fuggono facce
bianche atterrite e unte di petrolio.

Nascondete questo rotolo nelle grotte.

poesie