L’avventura di un filologo – Enrico Sinno

Continua la nostra serie di pubblicazioni. Di seguito trovate il terzo classificato, tra i partecipanti allo Sconcorsone. L’autore è Enrico Sinno. Il titolo, non avendone dato lui uno, è nostro. Ci siamo ispirati a Calvino, perché quello dell’autore era fin troppo manganelliano “Due“. Esistendo già una centuria con questo numero, siamo andati d’intuito, sperando di non far dispiacere a nessuno.

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1df9abUn signore fortemente dedito allo studio delle lingue morte e, in particolar modo, a quelle ormai abbandonate o trascurate anche dai più specializzati filologi, viveva nella continua angoscia di non poter trovare un termine adatto, ovvero qualitativamente equivalente al sentimento da lui provato, necessario ad esprimere l’amore che provava per la propria donna. Ogni giorno percorreva, di ritorno dal posto di lavoro, una delle strade più affollate della città, con la vibrante euforia di poter finalmente tornare a casa e avvolgersi nel silenzio accogliente del suo studiolo per dedicarsi, con tutta la sua smania ossessiva, alla ricerca di parole mai lette e mai conosciute. Queste erano le uniche che riuscivano a destare in lui un qualche tipo di interesse, poiché le pensava assimilabili a macerie di antiche civiltà, fossili remoti e sotterranei persi tra le pieghe del tempo e difficilmente codificabili; lo stupiva il fatto di potersi porre di fronte a sequenze di lettere arcane, sulle quali non sapeva nulla, poiché non ne conosceva né il significato e, spesso, neanche un probabile significante, non ne afferrava né il suono, né il senso, così che poteva avvertire l’asfissiante presenza del vuoto scatenata dal non poterle decifrare, credendosi, in ultima analisi, capace solamente di poter immaginare probabili chiavi di lettura o razionali, ma sempre ipotetiche, soluzioni a degli enigmi che un tempo erano stati accessibili a tutti. Un giorno, camminando lungo la solita strada affollata, con lo sguardo, come di consueto fisso al cemento, in un atteggiamento timido e pensoso, intravide tra i ciottoli del selciato, un oggettino dai contorni irregolari, discontinui, tutto impolverato e corroso dalla pioggia. Inizialmente non poteva credere ai suoi occhi e cominciò a fare razionali congetture su come quel filamento di ferro arrugginito, che proprio gli pareva una parola, potesse essere finito lì. Forse era cascato involontariamente dalla lingua di qualche cittadino di un lontano passato schiantandosi al suolo in una bolla di saliva; forse qualche disaccorto lettore aveva fatto scivolare via un pezzetto di un libro appena comprato e fresco fresco di libreria; chissà che invece non fosse il lascito, stranamente non notato da nessuno, di un’antica civiltà, resistito allo scorrere del tempo, rimasto lì, ancorato tra i ciottoli, in attesa di qualcuno che lo salvasse dall’oblio. Preso da brividi freddi, il filologico signore, si chinò e svelto raccolse il misterioso sghiribizzo, cercando di non farsi cogliere sul fatto da occhi indiscreti, puntando poi dritto verso casa con un passo più spedito del solito. Le notti seguenti le passò nell’impresa, tutta scientifica, di svelare il segreto del suo ritrovamento: immerse la parola in sostanze sempre diverse per scoprire il comportamento del letterario reagente sottoposto alle più svariate soluzioni chimiche, lo allungò attraverso tiranti meccanici d’acciaio misurandone l’elasticità, cercò la presenza delle lettere che lo componevano in rari e sconosciuti dizionari sbattendo il capo più volte in muri troppo resistenti e infrangibili che lo separavano, senza possibilità di riuscita, dalla verità. Lo sconforto prese il possesso della sua mente, o meglio, ogni suo pensiero fu totalmente assorbito da quella mistica e insondabile parola. La sua ansia di volerne ricavare un qualche contenuto o concetto pervase completamente la sua vita e, più specificatamente, il suo stesso linguaggio: le parole gli apparivano sempre più astratte, prive di ogni logicità, colpevoli, come qualche studioso prima di lui aveva recitato, di una gravissima onta, quella del significato. Smise di parlare, di comunicare con il mondo, isolandosi nella sua ricerca e nei segni alfabetici di lingue risalenti a prima della caduta di Babele. Passarono giorni, mesi, anni e ormai la sua esistenza era giunta al limite estremo e fu solo sull’orlo di quest’abisso che, sentendo la voce della donna amata che gli chiedeva «Tu mi ami?», la sua vita si risolse nell’unico, o forse più grande, atto d’amore che la sua passione filologica gli permetteva: alla domanda rispose infatti con il silenzio, porgendo alla donna la parola trovata nella sua gioventù, della quale non sapeva ancora nulla, né suono, né senso, sicuro che in quella, lei, la sua amata, ci avrebbe visto quel «ti amo» tanto agognato, l’unico capace di rendere esplicito, in mondo quantitativamente e qualitativamente equivalente, l’amore profondo, smisurato, senza senso provato per lei, forse solamente superato da quello per la filologia che lo aveva fatto inabissare in mille nascoste biblioteche fino all’ora della sua morte.

Centuria dello spaventacchio – Michele Farina

Cominciamo oggi, con la Centuria dello spaventacchio di Michele Farina, la pubblicazione dei testi vincitori dello Sconcorsone manganelliano. Il racconto che presentiamo oggi ha ricevuto una menzione speciale da parte della Giuria e si aggiunge ai tre primi classificati che troveranno posto in questa pagina nelle prossime settimane. Il testo è qui accompagnato da un disegno di Matteo Mazzucchi, realizzato appositamente per l’occasione. Congratulazioni quindi ai vincitori e buona lettura a tutti!

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Lo spaventacchio inoperoso trascorreva gli equinozi riflettendo sulla possibilità di disertare il destino. Egli, frequentatore di falò e lune falcate, sapeva bene che il destino è una croce; nel suo caso una croce di faggio e corda, conficcata nella nebbia polverosa di una brughiera brulla. D’altro canto non era sempre stato così, e il tedio opprimente delle giornate non mancava di ricordarglielo lambendo la sua mente con immagini di giorni migliori, svogliate fanterie di un blando assedio. Come spaventapasseri aveva avuto i suoi tempi d’oro, quando una miriade di spighe brillanti affollava quello stesso terreno, mormorando al soffio del vento. Allora i papaveri gli fiorivano alle ginocchia, confusi alla  paglia e alle vesti rappezzate con toppe variopinte. Capitava ancora che raccontasse questa storia sbiadita agli uccelli che si posavano sulla sua spalla, in cerca di un trespolo in quella guasta radura, ma quelli la prendevano per una fola e inclinavano il capo di lato con aria perplessa. E tuttavia avrebbero potuto altrimenti, loro, che a quei tempi nemmeno erano un progetto di uovo? Gli davano del bugiardo e del contafavole, involandosi poi alla prima folata. In passato il suo mestiere era stato difendere a ogni costo semi e germogli da quegli animali, sfruttando tutto il proprio repertorio: inconsulti sventolamenti di maniche, filastrocche brutte, fulminazioni repentine dei suoi malocchi di bottone. A quei tempi la sua fama proiettava un’ombra lunga nei cieli, sulle staccionate, sui pali, a filo dei cavi telefonici; nei nidi e nelle nicchie di tronco le mamme uccello sussurravano il suo nome ai pulcini, per costringerli a finire la razione giornaliera di becchime e vermi rigurgitati. Ora invece, la sempre più acuta solitudine lo aveva portato ad ammorbidire le proprie posizioni in materia di volatili, trovandosi a elemosinare buonesere anche dalla ghiandaia più saccente. Di tutti gli enti impossibili lo spaventapasseri è senza dubbio quello più risolto nel nome che porta: comprensibile quindi lo scorno e il rimpianto di non avere più un campo da sorvegliare, né uccelli da spaventare. In una crisi vocazionale di quella portata, che pareva affliggere il sindacato degli spaventacchi e svariate altre categorie, egli avrebbe allargato di buon grado il suo mansionario, cominciando magari a infondere terrore in altri esseri  che non fossero uccelli, o per converso iniziare un’ attività aliena dallo spavento, ma sempre a contatto coi fuggevoli beccomuniti. Provava quindi a immaginarsi come covatore surrogato, rosa dei venti per migratori sperduti, almanaccatore di traiettorie di volo. Ma ogni nome è uno scorsoio: quanto più cerchi di divincolarti tanto più ti strozza. Lo spaventacchio  aveva un bivio di fronte sé: continuare a vivere senza significato in quel mondo, cosmico solo in apparenza, o cercare il non-mondo, quell’utopia dove le parole continuano a coltivare un senso. Solo a quel punto lo spaventacchio abbandonò la propria croce, incamminandosi malcerto per i boschi, lontano dalla radura. Si augura ogni bene a quel coraggioso: di arrivare quindi in quell’agognato laggiù o di non giungervi mai? Qualche uccelletto mi racconta di tanto in tanto la leggenda dello spaventacchio coraggioso che disertò il destino; io gli do del contafavole e lo caccio, soffiandolo via dalla manica, sed excrucior, perché ricordo la domanda fatale e ora so la risposta.

spaventacchio