All you need is love!

Alessandra Minervini sarà ospite domani sera alle 18 a Les Bouquinistes con il suo romanzo d’esordio, Overlove.
Sono rimasta piuttosto sorpresa leggendolo per la varia umanità, mi verrebbe voglia di scrivere per il bestiaro, che popola queste pagine. I personaggi vengono descritti nel loro essere, nel loro presentarsi al lettore e tracimano dalla carta, dalla pagina scritta, per diventare esseri viventi a tutto tondo. Immagini nitide e ben delineate che, fra qualche anno, forse, pensando a qualcuno di loro, mi chiederò se mi è capitato di leggerne o piuttosto di incontrarli da qualche parte.
COPERTINA_ov copiaL’occhio indagatore di Alessandra è lucido e si rivela in un’ironia dolce e smussata che lascia tutta la più dura spietatezza alla realtà. Ci si diverte anche, leggendolo nonostante smuova corde che, a volte, vorremmo silenziose… in certe frasi, la sintesi di questa autrice mi ricorda dei versi poetici. Brevi e illuminanti.
Si parla della Puglia che non è così lontana, ma anche dell’America, di soluzioni spicciole, di scorciatoie, di come vivere semplicemente (o difficilmente!) nel presente.
E che l’amore o la fine di un amore non è mai semplice, beh, si sa ma questo non ci ripara dall’innamorarci di nuovo o dallo smettere di amare improvvisamente qualcuno.
Alessandra Minervini, Overlove, LiberAria, 2017
Elena Zucconi

Overlove – Incontro con Alessandra Minervini

Sabato 22 Aprile alle 18 presso la libreria indipendente Les Bouquinistes – via dei Cancellieri, 5 a Pistoia – Alessandra Minervini ci parlerà del suo romanzo d’esordio Overlove, pubblicato da LiberAria Editrice.
Insieme a lei Giorgia Antonelli, direttrice editoriale della casa editrice barese.
Un racconto a due voci per parlare del romanzo, dell’amore, delle scelte ma anche di come può essere il lavoro in una casa editrice tutta al femminile.
01-MINERVINI-A4-a001 (1)Overlove Cosa siamo disposti a fare per amore? Tutto, anche lasciarci.
Anna sta con Carmine da tre anni. Carmine è sposato e ha una figlia. Anna no. Si prendono e si lasciano diverse volte in un tira e molla di passione e senso di colpa.
Carmine è un sofisticato cantautore indipendente che tenta la carriera nazional popolare per sbarcare il lunario. Passa le giornate rinchiuso nel suo studio di registrazione, alternando la fase creativa all’ossessione del controllo del peso. Rancoroso e frustrato, non ha il coraggio di cambiare vita. Fino a quando il cambiamento non glielo serve Anna su un piatto d’argento. Un pegno d’amore.
In una Puglia dai colori vivi e velata di un’ironica malinconia, Anna lascia Carmine. Fino al momento prima, niente sembra essere cambiato. Ben presto la mancanza diventa un sentimento ambiguo: non è dolore per qualcosa che non c’è più ma per qualcosa che è avanzato e non è abbastanza. 
Intorno ai due protagonisti gravita la sgangherata umanità contemporanea: anaffettivi cronici, artisti egocentrici, goffi ipocondriaci, i nuovi ricchi dell’Est europeo e gli ex benestanti italiani minacciati dalla povertà borghese.
La scrittura di Alessandra Minervini procede per sottrazione e frammenti, creando nel lettore un senso di dipendenza. Si perde e si ritrova qualcosa: un amore, una vita, un desiderio, se stessi.
 
COPERTINA_ov copiaAlessandra Minervini è nata a Bari, dove ora vive. Suoi racconti sono stati pubblicati da alcune riviste tra cui “Colla”, “EFFE”, “Cadillac”. Affidandosi al pensiero di John Fante: “Per scrivere bisogna amare e per amare bisogna capire”, organizza e tiene corsi di scrittura. Il suo sito è www.alessandraminervini.info.
 
Giorgia Antonelli è direttrice editoriale di LiberAria, una casa editrice indipendente di Bari che lei ha fondato, «LiberAria Editrice pubblica libri che desidera leggere. Si tratta di storie, d’una qualsiasi forma narrativa, che hanno uno sguardo che comprende il mondo. Comprendere nel senso letterale di capacità di capire. Come sosteneva Gustave Flaubert “Scrivere è un modo di vivere”.» Loro alzano la posta e lavorano perché anche leggere diventi un modo di vivere.
info: lesbouquinistes@libero.it oppure 3280426630

Un noir a tempo di jazz

Leonardo Gori, Musica nera, Tea 2017

Musica-nera4-e1489612441931.jpgIn tutti i romanzi che vedono Bruno Arcieri come protagonista, si respira la stessa aria nostalgica verso un tempo che appartiene ormai ad un passato remoto.

Siamo negli anni Sessanta, precisamente nel 1967, ma il sentimento di nostalgia che prova il colonnello dei Carabinieri in pensione Bruno Arcieri, ci porta indietro nel tempo, in un viaggio a ritroso che segue il ritmo del jazz e che sembra inarrestabile: anni Quaranta, Trenta, Venti.

È difficile leggere questo romanzo senza battere il ritmo con un piede, senza andare a curiosare in rete alla ricerca di melodie dimenticate, ma che invece sono ancora lì, da qualche parte. Non si ha che da premere un tasto, chiudere gli occhi e aprirsi all’ascolto.

Seguendo il ritmo della musica il lettore rimante come ipnotizzato e non si stacca da Bruno Arcieri, che incontriamo a Viareggio per il funerale di un amico del tempo che fu.

Nella città toscana lo aspetta il passato, fatto di storie irrisolte che, per questo, addolorano ancora di più.

Locandina Gori.jpgDov’è la tomba dei piccoli Levi e del loro padre, trucidati dai nazisti sui monti della Versilia, dopo che un delatore ne aveva denunciato il rifugio? Chi sono le donne vestite di nero che tutti i giorni guardano il mare? Davvero rivedrà Elena Contini, la donna che ha sempre amato e che rende il passato ancora più attraente? Che cosa c’entra con tutto questo la meravigliosa musica jazz rievocata da Leonardo Gori?

Un noir avvincente e ben costruito che disorienta il lettore con tantissimi particolari e dettagli (dal fruscìo della seta alla marca di sigarette Macedonia per fare un esempio) la cui trama stordisce ed eccita come la musica nera del titolo.

 

Elena Zucconi

 

Sentire più che essere

Un libro pubblicato termina necessariamente di essere proprietà esclusiva di chi lo ha scritto per abbracciare le interpretazioni di chi lo legge o di chi, in qualche modo, lo rende proprio.

9788877137340_0_0_1644_80.jpgLa vita privata (Casagrande, 2016) non è certo un’eccezione a questo patto tra scrittore e lettore, tra “cosa” privata e “cosa” pubblicata, e già dal titolo si concede la possibilità di essere interpretato in più modi.
Con vita privata, si intende la vita intima, personale, riservata, oppure privata è un participio passato, un verbo che quella vita toglie, che rende assente?

Anche la trama non è d’aiuto.

Un uomo si sveglia una domenica mattina e, guardandosi allo specchio, si accorge di essere scomparso. Non è più visibile, il corpo non c’è più, manca un elemento fondamentale che dà un’identità, che permette di interagire con gli altri, con l’altro, di vivere in questo mondo. Privato del corpo resta uno sguardo, una voce e un sentire.

Di nuovo si scivola nell’ambiguità e nella possibilità, per il lettore, di interpretare liberamente.

Cosa si intende per sentire? Udire o provare un sentimento, una sensazione?

In alcune recensioni ho letto il nome di Kafka. Il protagonista innominato di Daniele Garbuglia però non ha un corpo repellente ma ha una voce con la quale può esprimersi, voce che Gregor Samsa ha, ma non è intelligibile, è una voce di bestia, uno squittio che lo rende solo. Ma certo l’atmosfera è quella dell’incomprensibilità e dell’assurdità.

C’è una famiglia, la moglie Adele e il figlio Enrico, e la descrizione del loro dolore nei confronti di questa scomparsa ma anche la descrizione dell’estraniamento che provano.

Di fronte alla novità inesplicabile il protagonista esce di casa in una passeggiata che vorremmo non finisse mai. Osserva non visto, i luoghi dove ha vissuto, le persone che con lui condividevano quel mondo di periferia. Anima girovaga con uno sguardo attento sugli altri che alla fine rivolge su se stesso e sui propri ricordi, quelli importanti e quelli sciocchi che – chissà per quale assurdo motivo – non sono stati dimenticati.

Daniele Garbuglia.jpgRicordi che riguardano anche le fobie di quando si è bambini: la paura dei lupi di suo figlio Enrico, la paura dei topi del protagonista e quella di una compagna delle elementari che, incredibilmente, temeva le balene! Quanto di Garbuglia scrittore per bambini si può ritrovare in queste pagine. Nella descrizione di un mondo dell’infanzia popolato da animali inquietanti e da altri inquietati, tormentati che vengono cacciati, feriti da bambini crudeli (e quale bambino un po’ non lo è!) come qualche povero gatto e le lucertole che prestano il fianco a una domanda filosofica importante. Dove va a finire la loro anima, sempre che ce l’abbiano: nella coda staccata o nel corpo martoriato? E dove andrà il protagonista de La vita privata, che fine farà, che cosa ne sarà di lui incorporeo e trasparente, un sentire più che un essere?

Lo vediamo come un’anima girovaga che non riesce ad andarsene ma nemmeno a stare, in questo suo continuo camminare, legato a un luogo, a degli affetti, a dei ricordi a delle persone amate che vengono descritte quasi con accanimento, che sembrano fare da contraltare al suo non essere più.

Ci sono libri che vanno assaporati lentamente. La vita privata è sicuramente uno di questi. Sembra di vivere un lutto con gli oggetti che si caricano di un sentimento affettivo più grande, le scarpe screpolate, il vuoto nel letto. Ma è un lutto che sembra esasperato da un esserci ancora, da una presenza intangibile e impalpabile forse ancora più dolorosa. Una moglie che non si può più abbracciare, un figlio al quale non si possono più scompigliare i capelli e, viceversa, una voce al posto di un corpo. Il sentimento della perdita è vissuto da entrambi, da quel mondo che è ancora visibile, concreto, reale ma anche da quel mondo non meno reale che è diventato invisibile.

Ci perdiamo nelle pagine ambigue di Garbuglia. E perdersi è dolce e doloroso. Ma c’è anche una eco familiare che mi riporta ai libri che ho amato e che amo. Le passeggiate di Robert Walser, le liste di Perec, un modo di guardare la vita un po’ ironico e beffardo, inquietante e malinconico che mi ricorda Raymond Queneau.

Mi tornano in mente gli acquarelli raffiguranti delle marine descritti in La vita istruzioni per l’uso di Georges Perec. Tutto si dissolve e non rimane niente. Un vissuto che evapora o si cancella o, forse, più semplicemente scompare.

La vita privata, Daniele Garbuglia, Casagrande, 2016

Elena Zucconi

La vita privata

Venerdì 10 marzo alle 18 presso la libreria indipendente Les Bouquinistes – via dei Cancellieri, 5 a Pistoia – incontro con l’autore marchigiano Daniele Garbuglia e il suo romanzo La vita privata, Edizioni Casagrande 2016. Insieme a lui, il poeta Matteo Pelliti.

Il protagonista si sveglia una domenica mattina e scopre di non vedersi più perché è diventato invisibile, una voce senza un corpo che inquieta persino la sua famiglia. Si può raccontare la storia di qualcuno senza immagine? Daniele Garbuglia ha provato a rispondere sì.

La vita privata La giornata di un uomo che si sveglia una domenica mattina e si accorge di aver perso la propria immagine, il suo “sembiante”: un fatto straordinario che lo obbliga a confrontarsi in modo nuovo con il suo mondo ordinario, cominciando dalla moglie e il figlio e dagli spazi di casa. Chi è il protagonista di questa storia? Un uomo che dubita della propria esistenza? Uno spettro? Un angelo che non sa di esserlo? E soprattutto, perché ci sembra di conoscerlo così bene? Scandito nelle classiche quattro parti della giornata, il nuovo libro di Daniele Garbuglia si presenta come una riflessione sull’identità dell’uomo privato, all’interno della propria famiglia, sì, ma anche sullo sfondo di quel paesaggio parcellizzato e privatizzato, carente di memoria e condivisione, che caratterizza la nostra epoca.

«L’uomo non aveva più la propria immagine.
Era ancora avvolto nel sonno e il tepore delle coperte non lo aveva abbandonato. Si guardò di nuovo allo specchio ma non c’era. Pensò di alzare la mano, il braccio, la testa, ma la sua immagine non compariva. Guardò giù per scoprire cosa fosse accaduto. Non vedeva più niente di sé, i piedi, le gambe, il torace, le braccia. Niente.»

Daniele Garbuglia è nato a Recanati nel 1967 e vive a Senigallia. È autore del racconto Fagotto e Sparafucile (Pequod, 1998) e della serie di libri per ragazzi Soqquadro (Giunti, 2006). Per le Edizioni Casagrande ha pubblicato i romanzi Home (2004), Musica leggera (2009) e La vita privata (2016).

 

 

 

 

Nominazioni – Poesie dal ritorno

Sabato 4 febbraio alle 18, presso la libreria indipendente Les Bouquinistes, via dei Cancellieri, 5 a Pistoia, Alessandro Raveggi ci racconterà la sua raccolta poetica Nominazioni, Poesie dal ritorno pubblicate da Giuliano Ladolfi Editore nel 2016.
Insieme a lui ci saranno Azzurra D’Agostino e Francesca Matteoni.

RAVEGGI-facebook (1).jpg

Il ritorno dal lungo viaggio e il bisogno di nominare le cose in una casa dismessa, in un universo fatto di umanità distante: quando pare che sia già troppo tardi e si arriva in extremis, agli sgoccioli, nel proprio Paese. Le cose mute ci guardano, e la tua nazione ha il bisogno di essere una nominazione, un amore da richiamare al petto. Affrontando quel passo rischioso che lo scrittore Mario Benedetti ha chiamato dis-esilio, con uno sguardo che si fissa tra i filari di una campagna irreale o nelle opere di Cy Twombly prese a pretesto, questa raccolta è la possibilità che un ritorno a casa da estraneo prenda forma e finisca, idealmente nel passaggio di testimone tra un padre e un figlio.

nominazioni copertina.jpg

 

Alessandro Raveggi (Firenze, 1980) scrive libri di narrativa, saggistica, teatro e poesia. Suoi testi sono apparsi su «Satisfiction», «Minima&Moralia», «Poesia», «Doppiozero», «Le parole e le cose», «Alfabeta2», «Nazione indiana», «Carmilla», «Il primo amore», «Nuovi Argomenti», «Nuova Prosa», «Il Reportage», «Versodove», «L’immaginazione», «The Towner», «Luvina», «Semicerchio», tra le altre. È direttore della rivista letteraria italiana in italiano e inglese The FLR,  e ha curato Re: viste sulla letteratura e le arti nonché la collana di narrativa di qualità Novevolt. Fondatore del progetto d’arte contemporanea Forward, per anni regista e drammaturgo (finalista Premio Riccione 2007), è stato ricercatore della Universidad Nacional Autónoma de México. Attualmente è coordinatore artistico del festival di scrittori italiani e americani in dialogo The Writers’ Season / La Stagione degli Scrittori. Insegna letteratura italiana alla New York University e in altre università americane a Firenze.

L’incontro è realizzato in collaborazione con Logo (2).jpg

info: lesbouquinistes@libero.it oppure 05731780084

Come l’incipit di Tolstoj

Mi ha colpito fin dal titolo, l’esordio di Simone Giorgi. Chi non pensa immediatamente all’incipit di Anna Karenina? È talmente famoso, che il titolo del romanzo non può che saltare agli occhi e colpire in pieno petto sia chi, come me, ha amato e ama il romanzo di Lev Tolstoj visceralmente sia chi, forse, non lo ha mai letto ma ne ha sicuramente sentito parlare.

01-giorgi-a4-a001Sarà poi vero che tutte le famiglie felici si assomiglino fra loro? Simone Giorgi compie un esperimento, quasi da laboratorio scientifico: isola un giorno, il 12 dicembre 2003, un giorno come un altro, nella vita di una delle cosiddette “famiglie normali” quelle da campione demoscopico: padre, madre, due figli, una femmina e un maschio. Sì, perché Eleonora è la più grande (chi vuole una bella famiglia cominci dalla figlia, recita un proverbio) e Stefano le è più piccolo di quattro anni. Non sono ricchi ma non hanno problemi economici.

I figli sono entrambi adolescenti e, per chi ha buona memoria della propria gioventù o ha figli di quell’età, sa bene che all’interno di quella famiglia è possibile, anzi, è altamente probabile, si trovi una bomba senza sicura, intoccabile e irremovibile, se si usa un linguaggio prettamente militare.

E di quel preciso giorno, Simone Giorgi, narratore onnisciente, voyer dallo sguardo lucido e disincantato che immagino dietro a una telecamera, racconta tutto ciò che accade.

lultima-famiglia-feliceRiesce a creare pathos descrivendo un’apparente normalità, infonde un senso di disagio che non si placa mai. Mi sembra che l’autore imponga al lettore una continua attenzione, come se fosse lui in prima persona, il lettore, a dover maneggiare quella bomba di cui parlavamo.

La scrittura di Simone Giorgi è evocativa. A me, ha fatto pensare a un vecchio film di Nanni Moretti, La stanza del figlio, un altro lucido ritratto di una famiglia normale e ancora, restando sempre nel mondo del cinema, a un regista che amo molto, Krzysztof Kieślowski, il suo sguardo dietro la macchina da presa mi sembra che traduca il mondo in pura poesia.

Simone Giorgi, L’ultima famiglia felice, Einaudi 2016.

Elena Zucconi