Il tuo nemico – Incontro con Michele Vaccari

Mercoledì 26 aprile alle 18, presso la libreria indipendente Les Bouquinistes, in via dei Cancellieri 5 a Pistoia, in collaborazione con The FLR, incontro con Michele Vaccari per presentare il suo ultimo romanzo, Il tuo nemico, Frassinelli 2017.
Insieme a lui lo scrittore e caporedattore di The FLR, Alessandro Raveggi.

Locandina VaccariGregorio è un ragazzo prodigio, un genio dell’informatica, il bersaglio preferito dei bulli della scuola. Quando la professoressa di economia gli comunica l’intenzione di sostenere la sua candidatura al MIT di Boston, Gregorio vorrebbe gioire per la notizia ma non può: c’è un ostacolo, e sono i suoi genitori. Il padre, un genetista fallito afflitto dal peso di una colpa che da trent’anni lo soverchia, e la madre, una personalità ambigua, educata alla sottomissione e alla vendetta, sono una coppia borghese alla deriva, che sembra vivere per mantenere lo status quo acquisito e frustrare le speranze del figlio. Mentre la crisi incomincia a diventare una peste letale per chiunque, tra combattere contro un orizzonte di odio e ricatto o arrendersi e soccombere, Gregorio sceglie l’esilio, diventando un NEET (giovani che non studiano e non lavorano). Nel frattempo, dall’altra parte della città, una sua coetanea, Gaia, è stata arrestata per aver hackerato il sito di un noto esponente politico, sperando di farsi notare da Anonymous, in cui sogna di entrare. La madre, una marziale ex dirigente del ministero dell’Istruzione, per sfruttare le sue abilità e nel contempo punirla, la obbliga a partecipare a un’operazione governativa segreta senza precedenti nella storia del web. Grazie a una lingua originale ed espressionista che evolve e cambia di capitolo in capitolo, l’opera vive in perenne tumulto, come i suoi protagonisti, nati appena dopo la caduta del Muro di Berlino; con le loro esistenze, sembrano fotografare la situazione sociale e politica del nostro Paese, dove tutto pare ruotare intorno alla stessa, ossessiva domanda: «chi è il tuo nemico?».

urlMichele Vaccari  si occupa di editoria e comunicazione dal 1999. È consulente per la narrativa italiana di Chiarelettere ed è copywriter per Paramount Channel. È stato direttore editoriale di Transeuropa Edizioni. Ha scritto tre romanzi: Italian fiction(ISBN Edizioni), Giovani, nazisti e disoccupati(Castelvecchi Editore), L’onnipotente(Laurana Editore). È nato a Genova nel 1980. Con Il tuo nemico (Frassinelli, 2017) è candidato al Premio Comisso.

All you need is love!

Alessandra Minervini sarà ospite domani sera alle 18 a Les Bouquinistes con il suo romanzo d’esordio, Overlove.
Sono rimasta piuttosto sorpresa leggendolo per la varia umanità, mi verrebbe voglia di scrivere per il bestiaro, che popola queste pagine. I personaggi vengono descritti nel loro essere, nel loro presentarsi al lettore e tracimano dalla carta, dalla pagina scritta, per diventare esseri viventi a tutto tondo. Immagini nitide e ben delineate che, fra qualche anno, forse, pensando a qualcuno di loro, mi chiederò se mi è capitato di leggerne o piuttosto di incontrarli da qualche parte.
COPERTINA_ov copiaL’occhio indagatore di Alessandra è lucido e si rivela in un’ironia dolce e smussata che lascia tutta la più dura spietatezza alla realtà. Ci si diverte anche, leggendolo nonostante smuova corde che, a volte, vorremmo silenziose… in certe frasi, la sintesi di questa autrice mi ricorda dei versi poetici. Brevi e illuminanti.
Si parla della Puglia che non è così lontana, ma anche dell’America, di soluzioni spicciole, di scorciatoie, di come vivere semplicemente (o difficilmente!) nel presente.
E che l’amore o la fine di un amore non è mai semplice, beh, si sa ma questo non ci ripara dall’innamorarci di nuovo o dallo smettere di amare improvvisamente qualcuno.
Alessandra Minervini, Overlove, LiberAria, 2017
Elena Zucconi

Overlove – Incontro con Alessandra Minervini

Sabato 22 Aprile alle 18 presso la libreria indipendente Les Bouquinistes – via dei Cancellieri, 5 a Pistoia – Alessandra Minervini ci parlerà del suo romanzo d’esordio Overlove, pubblicato da LiberAria Editrice.
Insieme a lei Giorgia Antonelli, direttrice editoriale della casa editrice barese.
Un racconto a due voci per parlare del romanzo, dell’amore, delle scelte ma anche di come può essere il lavoro in una casa editrice tutta al femminile.
01-MINERVINI-A4-a001 (1)Overlove Cosa siamo disposti a fare per amore? Tutto, anche lasciarci.
Anna sta con Carmine da tre anni. Carmine è sposato e ha una figlia. Anna no. Si prendono e si lasciano diverse volte in un tira e molla di passione e senso di colpa.
Carmine è un sofisticato cantautore indipendente che tenta la carriera nazional popolare per sbarcare il lunario. Passa le giornate rinchiuso nel suo studio di registrazione, alternando la fase creativa all’ossessione del controllo del peso. Rancoroso e frustrato, non ha il coraggio di cambiare vita. Fino a quando il cambiamento non glielo serve Anna su un piatto d’argento. Un pegno d’amore.
In una Puglia dai colori vivi e velata di un’ironica malinconia, Anna lascia Carmine. Fino al momento prima, niente sembra essere cambiato. Ben presto la mancanza diventa un sentimento ambiguo: non è dolore per qualcosa che non c’è più ma per qualcosa che è avanzato e non è abbastanza. 
Intorno ai due protagonisti gravita la sgangherata umanità contemporanea: anaffettivi cronici, artisti egocentrici, goffi ipocondriaci, i nuovi ricchi dell’Est europeo e gli ex benestanti italiani minacciati dalla povertà borghese.
La scrittura di Alessandra Minervini procede per sottrazione e frammenti, creando nel lettore un senso di dipendenza. Si perde e si ritrova qualcosa: un amore, una vita, un desiderio, se stessi.
 
COPERTINA_ov copiaAlessandra Minervini è nata a Bari, dove ora vive. Suoi racconti sono stati pubblicati da alcune riviste tra cui “Colla”, “EFFE”, “Cadillac”. Affidandosi al pensiero di John Fante: “Per scrivere bisogna amare e per amare bisogna capire”, organizza e tiene corsi di scrittura. Il suo sito è www.alessandraminervini.info.
 
Giorgia Antonelli è direttrice editoriale di LiberAria, una casa editrice indipendente di Bari che lei ha fondato, «LiberAria Editrice pubblica libri che desidera leggere. Si tratta di storie, d’una qualsiasi forma narrativa, che hanno uno sguardo che comprende il mondo. Comprendere nel senso letterale di capacità di capire. Come sosteneva Gustave Flaubert “Scrivere è un modo di vivere”.» Loro alzano la posta e lavorano perché anche leggere diventi un modo di vivere.
info: lesbouquinistes@libero.it oppure 3280426630

Sentire più che essere

Un libro pubblicato termina necessariamente di essere proprietà esclusiva di chi lo ha scritto per abbracciare le interpretazioni di chi lo legge o di chi, in qualche modo, lo rende proprio.

9788877137340_0_0_1644_80.jpgLa vita privata (Casagrande, 2016) non è certo un’eccezione a questo patto tra scrittore e lettore, tra “cosa” privata e “cosa” pubblicata, e già dal titolo si concede la possibilità di essere interpretato in più modi.
Con vita privata, si intende la vita intima, personale, riservata, oppure privata è un participio passato, un verbo che quella vita toglie, che rende assente?

Anche la trama non è d’aiuto.

Un uomo si sveglia una domenica mattina e, guardandosi allo specchio, si accorge di essere scomparso. Non è più visibile, il corpo non c’è più, manca un elemento fondamentale che dà un’identità, che permette di interagire con gli altri, con l’altro, di vivere in questo mondo. Privato del corpo resta uno sguardo, una voce e un sentire.

Di nuovo si scivola nell’ambiguità e nella possibilità, per il lettore, di interpretare liberamente.

Cosa si intende per sentire? Udire o provare un sentimento, una sensazione?

In alcune recensioni ho letto il nome di Kafka. Il protagonista innominato di Daniele Garbuglia però non ha un corpo repellente ma ha una voce con la quale può esprimersi, voce che Gregor Samsa ha, ma non è intelligibile, è una voce di bestia, uno squittio che lo rende solo. Ma certo l’atmosfera è quella dell’incomprensibilità e dell’assurdità.

C’è una famiglia, la moglie Adele e il figlio Enrico, e la descrizione del loro dolore nei confronti di questa scomparsa ma anche la descrizione dell’estraniamento che provano.

Di fronte alla novità inesplicabile il protagonista esce di casa in una passeggiata che vorremmo non finisse mai. Osserva non visto, i luoghi dove ha vissuto, le persone che con lui condividevano quel mondo di periferia. Anima girovaga con uno sguardo attento sugli altri che alla fine rivolge su se stesso e sui propri ricordi, quelli importanti e quelli sciocchi che – chissà per quale assurdo motivo – non sono stati dimenticati.

Daniele Garbuglia.jpgRicordi che riguardano anche le fobie di quando si è bambini: la paura dei lupi di suo figlio Enrico, la paura dei topi del protagonista e quella di una compagna delle elementari che, incredibilmente, temeva le balene! Quanto di Garbuglia scrittore per bambini si può ritrovare in queste pagine. Nella descrizione di un mondo dell’infanzia popolato da animali inquietanti e da altri inquietati, tormentati che vengono cacciati, feriti da bambini crudeli (e quale bambino un po’ non lo è!) come qualche povero gatto e le lucertole che prestano il fianco a una domanda filosofica importante. Dove va a finire la loro anima, sempre che ce l’abbiano: nella coda staccata o nel corpo martoriato? E dove andrà il protagonista de La vita privata, che fine farà, che cosa ne sarà di lui incorporeo e trasparente, un sentire più che un essere?

Lo vediamo come un’anima girovaga che non riesce ad andarsene ma nemmeno a stare, in questo suo continuo camminare, legato a un luogo, a degli affetti, a dei ricordi a delle persone amate che vengono descritte quasi con accanimento, che sembrano fare da contraltare al suo non essere più.

Ci sono libri che vanno assaporati lentamente. La vita privata è sicuramente uno di questi. Sembra di vivere un lutto con gli oggetti che si caricano di un sentimento affettivo più grande, le scarpe screpolate, il vuoto nel letto. Ma è un lutto che sembra esasperato da un esserci ancora, da una presenza intangibile e impalpabile forse ancora più dolorosa. Una moglie che non si può più abbracciare, un figlio al quale non si possono più scompigliare i capelli e, viceversa, una voce al posto di un corpo. Il sentimento della perdita è vissuto da entrambi, da quel mondo che è ancora visibile, concreto, reale ma anche da quel mondo non meno reale che è diventato invisibile.

Ci perdiamo nelle pagine ambigue di Garbuglia. E perdersi è dolce e doloroso. Ma c’è anche una eco familiare che mi riporta ai libri che ho amato e che amo. Le passeggiate di Robert Walser, le liste di Perec, un modo di guardare la vita un po’ ironico e beffardo, inquietante e malinconico che mi ricorda Raymond Queneau.

Mi tornano in mente gli acquarelli raffiguranti delle marine descritti in La vita istruzioni per l’uso di Georges Perec. Tutto si dissolve e non rimane niente. Un vissuto che evapora o si cancella o, forse, più semplicemente scompare.

La vita privata, Daniele Garbuglia, Casagrande, 2016

Elena Zucconi

La vita privata

Venerdì 10 marzo alle 18 presso la libreria indipendente Les Bouquinistes – via dei Cancellieri, 5 a Pistoia – incontro con l’autore marchigiano Daniele Garbuglia e il suo romanzo La vita privata, Edizioni Casagrande 2016. Insieme a lui, il poeta Matteo Pelliti.

Il protagonista si sveglia una domenica mattina e scopre di non vedersi più perché è diventato invisibile, una voce senza un corpo che inquieta persino la sua famiglia. Si può raccontare la storia di qualcuno senza immagine? Daniele Garbuglia ha provato a rispondere sì.

La vita privata La giornata di un uomo che si sveglia una domenica mattina e si accorge di aver perso la propria immagine, il suo “sembiante”: un fatto straordinario che lo obbliga a confrontarsi in modo nuovo con il suo mondo ordinario, cominciando dalla moglie e il figlio e dagli spazi di casa. Chi è il protagonista di questa storia? Un uomo che dubita della propria esistenza? Uno spettro? Un angelo che non sa di esserlo? E soprattutto, perché ci sembra di conoscerlo così bene? Scandito nelle classiche quattro parti della giornata, il nuovo libro di Daniele Garbuglia si presenta come una riflessione sull’identità dell’uomo privato, all’interno della propria famiglia, sì, ma anche sullo sfondo di quel paesaggio parcellizzato e privatizzato, carente di memoria e condivisione, che caratterizza la nostra epoca.

«L’uomo non aveva più la propria immagine.
Era ancora avvolto nel sonno e il tepore delle coperte non lo aveva abbandonato. Si guardò di nuovo allo specchio ma non c’era. Pensò di alzare la mano, il braccio, la testa, ma la sua immagine non compariva. Guardò giù per scoprire cosa fosse accaduto. Non vedeva più niente di sé, i piedi, le gambe, il torace, le braccia. Niente.»

Daniele Garbuglia è nato a Recanati nel 1967 e vive a Senigallia. È autore del racconto Fagotto e Sparafucile (Pequod, 1998) e della serie di libri per ragazzi Soqquadro (Giunti, 2006). Per le Edizioni Casagrande ha pubblicato i romanzi Home (2004), Musica leggera (2009) e La vita privata (2016).

 

 

 

 

Come l’incipit di Tolstoj

Mi ha colpito fin dal titolo, l’esordio di Simone Giorgi. Chi non pensa immediatamente all’incipit di Anna Karenina? È talmente famoso, che il titolo del romanzo non può che saltare agli occhi e colpire in pieno petto sia chi, come me, ha amato e ama il romanzo di Lev Tolstoj visceralmente sia chi, forse, non lo ha mai letto ma ne ha sicuramente sentito parlare.

01-giorgi-a4-a001Sarà poi vero che tutte le famiglie felici si assomiglino fra loro? Simone Giorgi compie un esperimento, quasi da laboratorio scientifico: isola un giorno, il 12 dicembre 2003, un giorno come un altro, nella vita di una delle cosiddette “famiglie normali” quelle da campione demoscopico: padre, madre, due figli, una femmina e un maschio. Sì, perché Eleonora è la più grande (chi vuole una bella famiglia cominci dalla figlia, recita un proverbio) e Stefano le è più piccolo di quattro anni. Non sono ricchi ma non hanno problemi economici.

I figli sono entrambi adolescenti e, per chi ha buona memoria della propria gioventù o ha figli di quell’età, sa bene che all’interno di quella famiglia è possibile, anzi, è altamente probabile, si trovi una bomba senza sicura, intoccabile e irremovibile, se si usa un linguaggio prettamente militare.

E di quel preciso giorno, Simone Giorgi, narratore onnisciente, voyer dallo sguardo lucido e disincantato che immagino dietro a una telecamera, racconta tutto ciò che accade.

lultima-famiglia-feliceRiesce a creare pathos descrivendo un’apparente normalità, infonde un senso di disagio che non si placa mai. Mi sembra che l’autore imponga al lettore una continua attenzione, come se fosse lui in prima persona, il lettore, a dover maneggiare quella bomba di cui parlavamo.

La scrittura di Simone Giorgi è evocativa. A me, ha fatto pensare a un vecchio film di Nanni Moretti, La stanza del figlio, un altro lucido ritratto di una famiglia normale e ancora, restando sempre nel mondo del cinema, a un regista che amo molto, Krzysztof Kieślowski, il suo sguardo dietro la macchina da presa mi sembra che traduca il mondo in pura poesia.

Simone Giorgi, L’ultima famiglia felice, Einaudi 2016.

Elena Zucconi

Epilogo

782604179-palermo-kutsche-stadtleben-innenstadt.jpgIeri, mentre percorrevo via M., ho perso una gamba. Stranamente sul momento non ho avvertito alcun dolore, solo un fastidio e una spiacevole sensazione di prurito. Ricordo unicamente la perdita d’equilibrio e la caduta, subito dopo. Due ragazzi che facevano la mia stessa strada, molto gentilmente mi hanno aiutato ad alzarmi e di peso mi hanno accompagnato a casa, lasciando la mia gamba sul marciapiede.

Mi chiedo, sinceramente, che fine possa aver fatto. Forse se la sarà mangiata un cane, oppure una volta iniziata la decomposizione, i vermi cominceranno ad invaderne, a migliaia, i resti marcescenti. Non ho perso sangue, curiosamente.

Arrivati a casa, quei giovani mi hanno gentilmente deposto sul letto e in pochi minuti ho preso sonno. Devono essersene andati quasi subito, dato che quando mi sono svegliato, meno di cinque minuti più tardi, di loro non c’era più traccia. Con mia grande sorpresa mi sono accorto di aver perso anche l’altra gamba e il braccio destro, durante quel breve sonno. PAY-Police-were-called-in-after-shocked-walkers-reported-seeing-this-severed-LEG-floating-in-the-river-1.jpgQuesto mi secca, perché col destro sono abituato a compiere tutte le operazioni essenziali alla mia sopravvivenza. Da bambino, è vero, ero mancino, come mi ha raccontato molte volte mia madre, ma le suore, da cui sono stato educato, pretesero di correggere in me quello che per loro era un difetto. Ciò che mi è sempre parso strano è che quelle suore apparentemente umili potessero pretendere di correggere ciò che Dio aveva stabilito per me. Questo salvo ritenere che fosse stato il diavolo a rendermi mancino, anche se non saprei immaginare come e perché. Nel corso delle ore ho perso anche il braccio sinistro e un orecchio, forse il destro, anche se non ricordo bene, vista la spossatezza che tali perdite mi hanno indotto. Di me, all’ora di cena, non rimaneva che un tronco, con il cranio privo delle orecchie. La mandibola l’ho persa intorno alle 23. Alle 23.45 l’occhio sinistro e pochi minuti dopo l’altro. Nel giro di due ore, di me non era rimasto altro che una macchia di unto sul lenzuolo. Tornata a casa, come sua abitudine, mia moglie ha disfatto il letto e messo in moto la lavatrice. Pochi istanti più tardi di me non rimaneva altro che un ricordo, la sensazione fastidiosa di una mancanza.

Sergio Salabelle