La scrittrice che nei libri, soprattutto, si nasconde

Penelope Poirot e l’ora blu

Becky Sharp

Marcos y Marcos, 2018

Becky Sharp è una scrittrice che legge sicuramente molto. Il suo carattere di forte lettrice è evidente anche nella sua scrittura iniziando proprio dallo pseudonimo che usa, un omaggio a La fiera della vanità di William Thackeray. Certo, ma forse anche un modo per non svelarsi, per nascondersi dietro il nome di qualcun altro.

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Becky Sharp, dal sito di Marcos y Marcos

Per questo mi piacciono i suoi romanzi, perché portano lontano verso destinazioni non facilmente prevedibili.

Penelope Poirot e l’ora blu, appena pubblicato da Marcos y Marcos dopo Penelope Poirot e il male inglese (2017) e Penelope Poirot fa la cosa giusta (2016), è un sottile rompicapo.

Con le storie di Agatha Christie Becky Sharp gioca. Come un mago estrae il classico coniglio dal cilindro, lei tira fuori dai romanzi della prolifica scrittrice, una nipote del celeberrimo investigatore belga Hercule Poirot. L’omaggio non finisce qui. La nipote eredita i modi e certo la presunzione del pregevole zio, ma non le sue mirabili e perennemente ostentate celluline grigie. Penelope Poirot è una simpatica pingue e ingombrante inetta che si rende un po’ ridicola – come lo zio – ma senza la catarsi finale dove tutto torna e Hercule Poirot ferma il male.

Penelope-Poirot-e-lora-blu_webI gialli di Becky Sharp non inseguono il colpevole a tutti i costi. Non è importante chi ha commesso l’omicidio, se di omicidio si tratta, bensì tutto ciò che gli ruota intorno. La villa di turno che funge da ambientazione, il paesaggio ricco di giardini o di boschi, di vigneti o di laghi, i tanti personaggi che ci divertono mentre l’autrice li prende in giro con fine ironia.

Come in tutti i gialli classici che si rispettino, anche Penelope ha una segretaria, Velma Hamilton che la segue ovunque, anche se con una certa riluttanza. In quest’ultima avventura (che si svolge in Italia come nei due romanzi precedenti), Velma è ancora più recalcitrante del solito perché la loro destinazione è il paese delle estati della sua infanzia, degli amatissimi nonni anarchici. Luoghi che vorrebbe restassero intatti nella sua memoria, senza il duro confronto che impone il trascorrere del tempo. O ci sarà anche qualche altro motivo?

Quando si torna a far visita all’infanzia i ricordi si attivano, voci che non venivano più ascoltate da tanto tempo si riaffacciano alla memoria e forse, proprio perché si torna indietro, Becky Sharp riempie il romanzo di mille fiabe, accennate o raccontate. Eccolo il sottile rompicapo, una storia che si appoggia su favole di altri tempi, sui miti e sui mostri, sulle gorgoni e sulle fate, su Peter Pan e la sua ombra, la Regina delle Nevi con il cuore di ghiaccio, il Re Porco che fugge lontano, Sorellina che aspetta i dodici cigni suoi fratelli e Pinocchio. Ma niente vale più della fantasia dell’infanzia che riesce a trasformare in orchi e orchesse, persone che non piacciono o fanno paura e in fate dolcissime, amiche che si amano.

È divertente leggere Penelope Poirot e l’ora blu, sforzarsi di ricordare tutte le favole che si incontrano, socchiudere gli occhi «nell’ora di latenza tra il giorno e la notte. Il crepuscolo che segue il tramonto» ma bisogna ricordare, assolutamente, di portarsi dietro dei sassolini bianchi – le molliche di pane non sono adatte se ci sono uccelli affamati – o uno spago, un filo da dipanare per ritrovare la strada di casa.

Becky Sharp sarà alla libreria Lettera 22 Viareggio

Via Giuseppe Mazzini 88/86 a Viareggio

giovedì 26 luglio alle 18

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Una rotonda sul nulla

PeeperkornCopQuando esce un nuovo libro di Paolo Albani il mio primo pensiero è: “Accidenti, un altro libro di Paolo Albani!”. La ragione è una sola: sono legato a Paolo da sincera stima e profonda amicizia che spero corrisposte e ogni volta mi assale lo stesso problema: e se il libro fosse brutto? Se fosse venuto male? Se questa volta non avesse saputo mischiare nelle dosi giuste quel tanto di ironia ed erudizione che hanno contraddistinto sin qui tutte le sue opere? E se il tema che ha scelto, sempre sorprendente, si rivelasse in questo caso una trappola nella quale è caduto con tutte le scarpe? Come farei a dirglielo? E soprattutto, dovrei farlo? O dovrei mentire come si fa con una vecchia zia ormai decrepita dicendole ogni volta “Ti trovo bene”? Non mi preoccupo per lui, si badi bene, anche i più grandi artisti ogni tanto sbagliano qualcosa e a tutti è capitato il libro, il quadro, la composizione musicale meno riuscita. E poi non è certo detto che se non dovesse piacermi, allora saremmo di fronte ad un’opera fallata, non ho la presunzione di crederlo. Io mi preoccupo per me, per la mia coscienza e per il rapporto sincero che mi lega ad un amico.

So bene che si tratta di un timore che poggia su fondamenta deboli. Ho tutti i principali libri di Albani nella mia biblioteca domestica e li considero tutti dei piccoli gioielli di stile e di contenuto. Adoro e consulto spessissimo quei libroni che ha pubblicato con Zanichelli. Che bello che è Aga, magéra, difùra, straordinario dizionario delle lingue immaginarie; oppure Forse Queneau, enciclopedia delle scienze anomale o ancora Mirabiblia, cui mi lega un amore speciale, perché si trova, fra le pagine di questo catalogo anche la citazione di libri introvabili inventati da Maurizio Salabelle. E poi i preziosi volumi usciti da Quodlibet: Il dizionario degli istituti anomali del mondo, I mattoidi italiani, l’Umorismo involontario e altri che adesso dimentico. Tutti libri che ti vien voglia di leggerli già solo dal titolo e che mai una volta mi hanno deluso o lasciato indifferente. Eppure ogni volta mi assale il terrore. Ho paura che il prossimo possa essere un passo falso.

Quando quest’estate, nel bel mezzo di una cena Paolo se n’è uscito con la notizia di un nuovo libro da pubblicare entro fine anno il cui tema era il nulla, per di più in una collana dell’editore ItaloSvevo che si chiama “Piccola biblioteca di letteratura inutile”, credetemi, mi son sentito morire. Sì è vero, Paolo Albani è un membro dell’OpLePo, si occupa di Letteratura Potenziale, di Patafisica, ma qui stiamo parlando di un libro sul nulla, sul niente, sullo zero assoluto. Che ci scriverà, povero Paolo? È stato questo il mio primo pensiero, lo confesso.

comico-giocoso-surreale-nonsensico-stralunato-1413297402797E invece, quando mi è arrivato il libriccino (ma come sono belli questi volumetti curati da Giovanni Nucci, che devi aprire col tagliacarte, per scoprirne il contenuto!) e mi sono precipitato nella lettura, ho scoperto che Albani aveva, sul nulla, molto da dire. Il libro, forse non l’ho detto, si chiama Il complesso di Peeperkorn. Scritti sul nulla. È quindi ovvio che l’autore tiri in ballo Thomas Mann. Peeperkorn lo si incontra infatti tra le pagine della Montagna incantata ed è un tipo che «ha il dono di parlare senza dire niente». Albani, al contrario, ha il dono di saper parlare del nulla, in modo molto informato. Inevitabile, per lui, citare Sartre, Manganelli, Queneau, ma anche Una rotonda sul mare: del testo della famosa canzone interpretata da Fred Bongusto ci viene fornita un’esegesi impeccabile. E poi un’approfondita guida turistica programmaticamente intitolata Guida al nulla e poi il grammelot, tanto caro a Dario Fo.

Mi rendo conto che sto affastellando titoli e nomi, mentre sul libro non sto dicendo proprio nulla. Il motivo è uno solo: le mie paure si sono sciolte e i miei timori si sono rivelati infondati. Il libro di Paolo Albani è riuscito e il suo autore ci guida verso la meta, illuminando la strada verso il nulla con grande maestria. Questo mi rende molto contento, perché Paolo è un amico, ma mi fa anche un po’ rabbia. Come avrei desiderato poter scrivere, in questo caso, davanti un lavoro non riuscito: “questo libro non sa di nulla!”

Paolo Albani sarà ospite a Les Bouquinistes sabato 16 dicembre alle 18,30 per presentare Il complesso di Peeperkorn. Scritti sul nulla, ItaloSvevo, 2017

La casa

Oggi ha chiamato l’uomo dei traslochi: lunedì prossimo lasceremo questa casa dove abbiamo vissuto insieme per quasi vent’anni. Elena ed io venimmo ad abitarci appena sposati. Anzi, la prima notte la passammo proprio qui, in attesa di partire per un breve viaggio.

Ricordo che molti mesi prima avevamo comprato una bellissima lampada in vetro, che lei aveva conservato con cura, avvolgendola in carta velina. Avevamo deciso di metterla per la prima volta sul comodino quella sera. Non saprei dire esattamente come, forse perché non conoscevamo ancora questa casa tanto intimamente da poterci orientare al buio, ma al primo movimento notturno la lampada cadde frantumandosi in mille pezzi. Ci dispiacque, è ovvio, ma eravamo così felici e così stanchi per la giornata che non c’importò poi molto.

beneforti.jpgPassiamo questi ultimi giorni riempiendo scatole di differenti misure con oggetti che scoviamo ovunque e che non ricordavamo neppure di avere. Elena si occupa degli oggetti della cucina e io dei libri che sono molti e molto pesanti. Tutte le persone con cui parliamo del nostro trasloco (cambiare casa, l’ho scoperto adesso, è un atto pubblico, molto più di quanto credessi) ci invitano a fare pulizia delle cose inutili, a gettarci alle spalle quel che non ci sembra indispensabile. Per il momento abbiamo trovato solo cose inutili: pentole mai usate, sottobicchieri che riproducono vedute parigine (davvero abbiamo comprato qualcosa di così terribile?), libri mai letti, perché ne avevamo già troppi in attesa, cd che non ascoltiamo da almeno dieci anni. Eppure, non abbiamo ancora gettato nulla, salvo una copia di un vecchio contratto integrativo, ormai sorpassato. Ho scoperto che Elena ed io non siamo molto adatti a fare i pacchi: lei, mentre incarta coi vecchi numeri della Lettura i bicchieri del servito buono, regalatoci da qualche sua zia, si ferma a leggere le recensioni che per distrazione le sono sfuggite mesi fa. Io, invece, ritrovando un libro che ho amato particolarmente, non so resistere alla tentazione di rileggerne l’incipit. Poi raggiungo Elena in cucina: senti qui – le dico. Ed ecco che abbiamo trovato un pretesto per fermarci. Ora mi leggerà la recensione. L’ascolto, come lei ha fatto con me. Le pause si potrebbero moltiplicare all’infinito, ma non si può.

Domani è il giorno del trasloco. La nostra è stata una domenica molto pesante. Sono nervoso e anche Elena lo è. I gatti lo avvertono e si innervosiscono, quindi basta pochissimo per far saltare un equilibrio precario che si regge su di un filo invisibile, come quello di una canna da pesca che regge un pesce all’amo. Qui i pesci siamo noi e ogni tanto ci guardiamo e ci chiediamo chi ce l’abbia fatto fare di mettere in piedi tutto questo. Nell’ultima settimana abbiamo infilato la nostra vita in oltre sessanta scatoloni sui quali è scritta a lettere cubitali la parola “traslochi”.

Questo, che domani lasceremo, è il luogo testimone della storia di noi come coppia e degli ultimi vent’anni. È questo il luogo che ci ha visto felici ridere a crepapelle fino a star male, cantare, ballare, scherzare, ricevere la visita dei parenti e degli amici, notizie belle e bellissime. Questa è la casa dove ci hanno raggiunto le notizie che nessuno vorrebbe mai ricevere ma che nell’arco di un’esistenza a tutti possono arrivare. È questo il posto che ci ha visto piangere e sperare di essere solo un in un orribile sogno. È qui che abbiamo scoperto che la nostra coppia poteva reggere urti che da soli non saremmo stati in grado di sopportare. È tra queste mura che abbiamo scoperto, con sofferenza, che si può sopravvivere, nonostante tutto, a qualsiasi cosa.

Sono le cinque e siamo già in piedi, prima del suono della sveglia. Questo è il grande giorno. Il camion dei traslochi arriverà tra poco più di due ore, ma noi, intanto, dobbiamo portare i gatti nella nuova casa. Come avevamo immaginato, quella che si mette in scena è una vera tragedia: Harpo, mestamente entra nella sua gabbietta come un uomo che si presenti rassegnato davanti al plotone di esecuzione: è evidente che ha capito tutto; Cannella, che di solito è la più paurosa, è paradossalmente la più tranquilla. Si lascia prendere da Elena che la infila velocemente nel trasportino. Smusci tenta di ribellarsi, come può, ma la vera mattanza è rimandata al finale. Perec si agita come un pesce mentre lei lo tiene per la collottola. Infilarlo dentro sembra impossibile. Salta, si agita, graffia le mani di Elena il cui volto si riga di lacrime per il dolore fisico ed emotivo. Anche Perec ha capito, ma non vuole arrendersi e combatte fino alla fine. Fino a che anche su di lui si chiude l’inferriata di quel piccolo carcere d’isolamento. Le mani di Elena sono graffiate e sporche di sangue ma non c’è tempo. Un cerotto e siamo costretti a partire. Il viaggio è struggente, con Harpo che sembra implorarci di liberarlo e noi che cerchiamo di consolarlo. Finalmente arriviamo a Pistoia. Scarico il mio bagaglio familiare e corro a quella che oramai è la nostra vecchia casa. Alle 7,30 arrivano i traslocatori.

Tutto si svolge velocemente, in maniera pulita. I mobili vengono smontati, le scatole che abbiamo preparato vengono caricate con cura, ma celermente, sui camion che le dovranno portare verso la loro nuova destinazione. Tutto, in senso inverso, come un nastro che si riavvolge, si ripeterà più tardi, nella nostra nuova città, dai camion alla casa. Lentamente ci riappropriamo delle cose e dei mobili intorno ai quali abbiamo costruito e vissuto la nostra esistenza. Una nuova casa ci accoglie, ci attendono, con lei, nuove relazioni, un nuovo pezzo della nostra vita. Insieme e con i gatti cominciamo a perlustrare nuovi territori.

Sergio Salabelle

 

Voglio ringraziare il Maestro e amico Paolo Beneforti per avermi permesso di usare La finestra a specchio, una sua opera che amo molto, per illustrare questo breve racconto

Un problema con mia madre

Ogni sera, verso le sei, quando esco dall’ufficio, prima di rientrare a casa passo a fare una breve visita a mia madre. Da circa undici mesi, da quando è morto suo marito (mia madre si è risposata cinque anni fa, poco dopo la scomparsa di mio padre), è ospite in una casa di riposo per anziani, dove viene accudita da personale altamente qualificato. Non sta male, ha solo bisogno di qualcuno che si prenda cura di lei. Ultimamente ha cominciato a manifestare qualche problema con la memoria a breve termine e questo le comporta piccoli inconvenienti nella vita quotidiana.

L’avevo invitata più volte a venire a vivere da me che ho una casa grande dove  abito da solo. Il fatto di non essermi mai voluto sposare mi ha permesso di mantenere una certa indipendenza, alla quale potrei rinunciare solo per motivi gravi. Le esigenze di mia madre, però, vengono prima della mia stessa libertà. La sua presenza, poi, non mi avrebbe creato alcun disturbo e anzi la sua compagnia sarebbe potuta essere di grande aiuto anche per me, che tendo a soffrire di una certa malinconia che, in alcuni momenti dell’anno, specie in occasione di qualche festività o di una ricorrenza particolare, può rasentare persino la depressione. Mia madre non ha un carattere facile, è una donna caparbia, a tratti cocciuta e che tiene talmente alla propria autonomia da non voler correre il rischio di dipendere da un familiare, neppure se si tratta del suo unico figlio. È stata lei, un giorno, a dirmi che aveva deciso di andare a vivere all’Istituto Sant’Antonio, una casa tenuta da suore, ma con uno staff medico di primissimo livello. Si tratta, l’ho verificato personalmente, di una struttura dotata di ogni confort e molto costosa. Per sua fortuna mia madre non ha problemi economici, avendo ereditato il patrimonio del suo secondo marito, un industrialotto di provincia, pieno di soldi, mai sposato prima e senza parenti prossimi a cui lasciare i suoi beni. Io, col mio impiego modesto non avrei mai potuto mantenerla al Sant’Antonio, questo è certo. Ho dovuto quindi, mio malgrado, accettare questa sua decisione, non perché non volessi tenerla con me, ripeto, ma solo perché non mi era possibile fare diversamente.

LostBuildings18Di solito, quando arrivo al Sant’Antonio, sono abituato a parcheggiare vicino al giardino perché è lì che mia madre passa le prime ore del pomeriggio, quando la stagione lo permette. La scorgo, da lontano, sulla terza panchina da sinistra, con la chioma che ancora conserva qualche capello nero tra i molti bianchi, china sulle pagine di un libro. Ama molto leggere e io le porto sempre dei libri che compro apposta per lei. Anche oggi ne ho con me uno e non vedo l’ora di darglielo. Mi piace vedere il suo viso illuminarsi e i suoi occhi, come quelli di una ragazzina, cercare con curiosità di intuire, da una semplice occhiata alla copertina, di che libro si tratti. È questo un vezzo che le è rimasto dai tempi passati, visto che adesso non le capita più di andare in libreria. Fino a non molti anni fa, questa era una cosa che faceva quasi ogni giorno. Tornando a casa da scuola (mia madre è stata un’insegnate di latino e greco) si fermava alla libreria Santoli, in piazza, a guardare la vetrina. La scena si ripeteva sempre uguale: il librario, Giorgio, la vedeva e usciva per salutarla.

– Professoressa – le diceva – entri, vorrei farle vedere alcune novità che sono certo possano interessarla.

– Ma no, Santoli – gli rispondeva mia madre, che era stata sua insegnate molti anni prima – tu vorresti vendermi un libro ogni giorno, ma io non sono così svelta a leggerli. Comunque – aggiungeva, entrando nel negozio – fammi vedere cosa hai di così imperdibile.

Allora Santoli le mostrava tre o quattro romanzi e uno o due titoli di poesia. Se non riusciva a convincerla, calava l’asso, ovvero un saggio storico al quale mia madre non avrebbe saputo rinunciare.

Adesso sono io, che non leggo se non un giallo durante l’estate, a passare da Santoli e a farmi consigliare un libro in grado di soddisfare le attese di mamma. Giorgio, forse per scaramanzia, ogni volta mi dice che posso riportarlo, se alla professoressa non dovesse andar bene. Finora non è mai successo.

Oggi però non l’ho vista. Non era, come al solito, seduta sulla sua panchina preferita, la terza, partendo da sinistra. Immaginando che fosse nella sua camera o magari nella stanza comune, magari a giocare a carte, come faceva a volte, ho cominciato a cercarla per tutto l’Istituto.

«Buonasera Suor Clara, ha visto mia madre? Non riesco a trovarla», chiedo affacciandomi alla portineria.

Suor Clara mi invita a chiedere all’ultimo piano, in Segreteria. Lassù sanno tutto, mi assicura.

nurses-1800Appena mi presento ho come la sensazione di essere atteso. Angela, la segretaria, una donna  dall’aspetto un po’ dimesso ma con un sorriso dolcissimo, l’unica laica a lavorare nell’Istituto, mi chiede di attendere, prima ancora che io possa parlare. Alza il telefono e annuncia la mia presenza. Mi guardo intorno. L’ufficio di segreteria ha lo stesso aspetto mesto e triste di Angela, ma proprio come lei, ha qualcosa di accogliente che non riesco ad identificare immediatamente. La donna mi invita ad accomodarmi in Direzione. La stanza del direttore è enorme e arredata con mobili robusti e pesanti di un color legno scuro che le conferiscono un aria austera, quasi severa. Dietro la scrivania, stranamente, non c’è il direttore della struttura, Padre Luigi, che siede invece su un divanetto a due posti, sistemato sul lato sinistro dell’ufficio, ma il direttore sanitario, Vitelli, che mi accoglie con un sorriso tirato e la gestualità un po’ impacciata che avevo già notato nel nostro primo e unico incontro, che risale ormai a quasi un anno fa. Nonostante il sorriso, la sua faccia è triste e lo sguardo inespressivo, tipico del burocrate di mezza età. La cravatta a pois piccolissimi attira immediatamente la mia attenzione e mentre la osservo avverto la sensazione che possieda un oscuro potere ipnotico.

Il professor Vitelli, col tono stridulo della sua voce, mi invita ad avvicinarmi e a sedermi in una delle poltrone posizionate davanti alla grande scrivania. Sul ripiano, completamente sgombro, salvo pochissimi oggetti di cancelleria assolutamente indispensabili, noto solo una vecchia foto incorniciata che immagino ritragga Padre Luigi da giovane, magari al seminario, e una bottiglia di acqua minerale contenente un liquido giallastro e denso che sul momento non riesco ad identificare.

«L’ho fatta entrare – mi dice Vitelli con lo sguardo bovino rivolto verso degli incartamenti che finge di computare – per darle una notizia che non le risulterà, temo, gradita. Devo infatti dirle – mi apostrofa prima che possa intervenire in alcun modo – che sua madre ha avuto un problema.»

«Un problema? Posso sapere di che si tratta?»

«Le dico subito che l’Istituto non c’entra in questo e che, pur essendo a sua totale disposizione per qualunque esigenza lei possa manifestare, la nostra struttura è assolutamente estranea ai fatti. Anzi, ho qui un modulo standard che la inviterei a compilare in ogni sua parte…»

«Un modulo, dice? Non capisco. Dov è mia madre, posso vederla?»

«Sua madre, veda Baroni, sua madre… si è liquefatta»

«Liquefatta?» gli faccio eco io piuttosto perplesso.

«È stato il nostro direttore ad accorgersene. Facendo il giro delle camere per dare la benedizione del mattino, ha notato che la signora non era a letto, e che una chiazza di liquido giallastro si trovava vicino al lavabo della camera. Probabilmente, quando tutto è successo, sua madre stava facendo la toilette.»

«Scusi, che intende esattamente per liquefatta?»

Vitelli allunga il braccio e prende la bottiglia, mettendola al centro della scrivania.

«Beh, guardi che si tratta di un fenomeno raro, ma che può capitare.»

«Onestamente, è la prima volta che ne sento parlare»

«Beh, questo dipenderà forse dal fatto che la gente non parla volentieri dei fatti propri. E poi, come le ho detto, si tratta di un fenomeno molto raro. Comunque sia, questo non è assolutamente il primo caso. Anzi, si tratta di una patologia assai nota. Pensi che anche Nino Bixio si era liquefatto.»

«Nino Bixio? Che c’entra Nino Bixio?»

Il professor Vitelli mi guarda ma non risponde.

«Può portarla a casa, a questo punto», mi dice osservando mestamente la bottiglia.

«Quindi mia madre è morta»

«Ma no, che dice? Può sentirla. Sua madre sta benissimo ed è perfettamente cosciente e in grado di intendere e di volere. Si tratta solo di una mutazione di stato che, benché irreversibile, non rappresenta né un miglioramento né un peggioramento nel quadro clinico della paziente. Nulla è cambiato. Lei potrà continuare a parlarle e ad avere delle relazioni con sua madre, come se fosse allo stato solido. Le prenda, magari una bottiglia più adeguata, in cui possa stare meglio. L’umore è importante, in questi casi. Vedrà che il vostro rapporto, seppur mutato, potrà dare ad entrambi delle soddisfazioni notevoli. Altro che morta. Pensi che il Foscolo ha composto, essendo ridotto allo stato liquido, come sua madre, numerose poesie e alcune persino degne di nota. Cerchi di entrare in contatto con lei e vedrà che tutto si risolve.»

«Devo conservarla in frigo?»

«Ma certo che no, mica stava in frigo sua madre, prima. Magari, ogni tanto, tipo una volta ogni quindici giorni, agiti il contenuto in maniera da evitare che si formi del residuo sul fondo.»

Arrivato a casa, servendomi di un imbuto, ho travasato mia madre in una bottiglia che le piace molto e che ho comprato alcuni anni fa, durante una gita che abbiamo fatto insieme a Venezia. Si tratta di un contenitore in vetro di Murano, per liquore, e benché mamma sia totalmente astemia, sono certo che si sentirà perfettamente a suo agio in questa sua nuova dimora.

L’ho appoggiata momentaneamente in una vetrina che tengo in salotto, e dove conservo solitamente piatti e bicchieri del servizio buono, avendo l’accortezza di lasciare aperta l’anta dietro alla quale si trova. Poi mi sono seduto sulla poltrona e ho cominciato a leggere ad alta voce il romanzo che avevo scelto per lei.

Sergio Salabelle

Qualcosa non torna

Oggi pomeriggio, 22 novembre alle 18, ospitiamo in libreria Gianluca Giusti con il suo saggio “Qualcosa non torna” (C’era una volta, 2014).

Un intenso viaggio nella razionalità, nella logica e nel buonsenso alla scoperta dei grandi misteri del mondo, racchiusi in tre diversi capitoli: la religione, il paranormale religioso e il paranormale.

cartolina