Tommaso Landolfi – I Russi

Sabato 30 gennaio alle ore 18 alla libreria indipendente Les Bouquinistes, via dei Cancellieri 5 a Pistoia, Raoul Bruni e Matteo Marchesini incontreranno Giovanni Maccari, curatore di I Russi (Adelphi, 2015), raccolta degli scritti dedicati alla letteratura russa da parte di uno dei maggiori scrittori italiani del ‘900, Tommaso Landolfi.

tirez sur le graphisteNel 1928 Landolfi è studente all’Università di Firenze. Dai corsi ufficiali, però, si tiene «a rispettosa distanza»: la sua unica, «beata», occupazione è parlare per notti intere di letteratura con gli amici Carlo Bo, Leone Traverso e Renato Poggioli. «Lì era la nostra università,» ricorda «a quella vera non andavamo mai». È grazie a Poggioli che scopre la letteratura russa: e in questa disciplina, che a Firenze allora nessuno professava, si laureerà nel 1932 con una tesi sull’opera di Anna Achmatova. Intanto, nel 1930, sono usciti un racconto, Maria Giuseppa, e la recensione al Re Lear delle Steppe di Turgenev: il suo doppio destino – di scrittore e di slavista – è segnato. Ma slavista è forse il termine meno adatto. Incontrando la letteratura russa, Landolfi incontra in realtà una parte di sé: e l’«uomo superfluo» – in cui confluiscono senso di estraneità, stanchezza spirituale, profondo scetticismo – diventa uno specchio nel quale non cesserà di guardarsi. Per non parlare del dualismo morale, dei fantasmi, dell’innocenza russa, di Gogol’ e Dostoevskij, che entrano stabilmente fra gli agenti attivi della sua immaginazione, per poi rifluire nella narrativa. Non meraviglia allora che in Russia Landolfi non sia mai andato: quel paese era per lui, e sarebbe rimasto, un’immagine, la matrice di una letteratura consegnata a un «eterno romanticismo», nonché di scrittori irriducibili agli schemi, capaci di ricreare da capo il proprio mondo. Né meraviglia che il prestigio di russista gli sia apparso da ultimo una persecuzione: proprio come le traduzioni, lavori venali che, diceva, «sempre più mi allontanano dal mio proprio lavoro». Resta il fatto che, al di là delle scintillanti e magistrali versioni che sino al 1967 Landolfi ha continuato a produrre, i suoi scritti sulla letteratura russa rivelano una capacità di intuirla che non ha molti uguali nel nostro Novecento: e che ci lascia ammirati.

La locandina è di tirez sur le graphiste

I russi - Adelphi

Questa vita tuttavia mi pesa molto

Sabato 9 gennaio alle 18 alla libreria indipendente Les Bouquinistes, in via dei Cancellieri 5 a Pistoia, sarà ospite un grande scrittore, Edgardo Franzosini, per presentare Questa vita tuttavia mi pesa molto (Adelphi, 2015). È la storia struggente e bellissima, come solo le biografie sanno essere, di Rembrandt Bugatti. L’autore ci racconta la vita di questo artista, forse non molto conosciuto, trascorsa tra Parigi e Anversa e del suo amore per gli animali che trasformava in opere d’arte, sculture bronzee che sembrano modellate con le mani. Un uomo fragile e forte a suo modo. Un libro che fa male ma di una beltà e di un’umana poesia che lasciano dentro nostalgia e dolcezza.

Insieme a Edgardo Franzosini e a conversare con lui ci sarà Giovanni Maccari, che tornerà in libreria il 30 gennaio con I russi di Tommaso Landolfi.
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Edgardo Franzosini, scrittore italiano, ha pubblicato Il mangiatore di carta (Sugarco, 1989) Nel 1995 Raymond Isidore e la sua cattedrale, che ha vinto il Premio l’Inedito-Maria Bellonci, il Premio Procida-Elsa Morante ed è stato finalista al Premio dei Lettori di Lucca. Nel 1998 ha pubblicato Bela Lugosi vincendo il Premio Filmcritica-Umberto Barbaro. Nel 2013 è uscito Sotto il nome del Cardinale (tutti editi per Adelphi). Nell’aprile 2014 ha pubblicato Sul Monte Verità (per Il Saggiatore). Nel 2015 è uscito, ancora per Adelphi, Questa vita tuttaviami pesa molto. Vive a Milano. I suoi libri sono stati tradotti in Spagna, Francia, Germania. Ha tradotto dal francese e dal tedesco.
La locandina è di Tirez sur le graphiste
info: lesbouquinistes@libero.it oppure 3287432522

Come un romanzo russo

Vita di Lidia Sobakevis, Giovanni MaccariNel 1958 lo scrittore Max Aub fu protagonista di uno dei più eclatanti falsi della storia della letteratura. Il suo libro Jusep Torres Campalans è infatti la monografia/biografia di un pittore, contemporaneo di Picasso, in realtà mai esistito. L’opera venne presentata come reale e Campalans come realmente esistito, al punto da trarre in inganno tutti, editore, cultori ed esperti d’arte fino a quando lo stesso Aub non ne denunciò la qualità di falso.
Con Vita di Lidia Sobakevič (Pendragon, 2015) Giovanni Maccari compie, se possibile, qualcosa di ancora più ardito, proponendo al lettore un romanzo (a differenza di Aub, Maccari non intende imbrogliare nessuno) dove la biografia immaginaria dello scrittore russo Michele Sobakevič, che si rifugia in Europa e poi più precisamente in Italia, dopo la rivoluzione d’ottobre, si specchia in quella, ovviamente altrettanto immaginaria, della figlia, Lidia, la quale si fa portatrice e custode dell’arte e della grandezza di suo padre. Giovanni Maccari compie questo suo progetto creando un mondo fittizio ma assolutamente e rigorosamente realistico all’interno del quale la famiglia Sobakevič vive la propria esistenza. È, come lo è quello reale, un mondo fatto di dettagli, di piccoli fatti quotidiani inseriti in un contesto storico e sociale realmente esistito. Lo fa (e questo è un ulteriore effetto straniante) usando una lingua assolutamente non moderna, anzi quasi classica, inserendo all’interno di questo suo lavoro tutti gli elementi che sono tipici della grande letteratura russa: la grande saga familiare, la borghesia in disfacimento, i personaggi che si portano dietro la loro umanità ma anche le loro stranezze e le loro incontenibili follie.
Ed è in questo contesto che Maccari colloca i suoi personaggi. E in particolare quello di Lidia, sulle spalle della quale sembra essersi affastellata, negli anni, tutta l’esistenza della famiglia Sobakevič e più segnatamente quella di Michele, con il suo peso e la sua forza, fino a che tutto in qualche modo finirà per franarle addosso, come la casa di Terracina, dove la famiglia ha passato parte della propria vita, finisce per trasformarsi in un rudere che nessuno è in grado più di sostenere. La figura mitizzata di Michele, lentamente si rivela essere meno netta di quel che sembra e il suo talento appare offuscato, meno credibile. Non a caso, il personaggio a cui Maccari dedica la propria attenzione è quello della figlia, Lidia, che a Michele ha consacrato la propria esistenza, soprattutto a partire dal momento in cui lui non c’è più. La donna sembra voler afferrare l’essenza di questo padre assente, perso nel suo mondo che non è fatto solo di letteratura, ma anche di gioco d’azzardo, dove dilapida i propri scarsi guadagni, raccogliendone gli appunti, le tracce, gli scritti a volte insignificanti, nel tentativo di dare ordine alla sua dimensione di scrittore sottovalutato, relegato in un contesto di autori per pochi appassionati, ignorato e quasi dimenticato.
Una catalogazione certosina e maniacale che, come per le reliquie religiose che arrivano fino alla quarta classe, non si ferma solo alla sfera paterna ma anche al mondo con il quale lo scrittore è entrato in contatto, compresa lei stessa, la figlia dello scrittore, e come tale oggetto dello stesso interesse, anche lei un pezzo del puzzle della sua vita.
Sembra un libro di memorie, come quello di Tatiana Tolstoj. La lingua, la forma, le vicende familiari. Ma nella Vita di Lidia Sobakevič c’è più pepe, più sarcasmo, più cattiveria. La verità del romanzo appare più reale della realtà stessa. Lidia non si nasconde dietro alle parole. Lei è sgradevole, brusca, non si fa problemi né a mentire né a rubare le reliquie paterne. È un personaggio che appare negativo ma che la scrittura esalta e sublima nella sua missione di “curatrice” dell’opera del padre, nel suo amore per la scrittura.
L’amore incondizionato di una figlia verso un padre scrittore, la convivenza di più linguaggi, l’italiano di una patria che accoglie e il russo di una patria che non esiste più e che ha cambiato tutto, forse perfino quella lingua che lo scrittore Sobakevič usava per scrivere.
Ma siamo sicuri che la famiglia Sobakevič non sia mai esistita e che Lidia sia il parto di una fantasia tutta letteraria?

Paolo Nori

TREMATTIDomani (21 febbraio ore 18) in libreria ospiteremo Paolo Nori. Porterà da noi Tre matti, il volume che ha curato per gli amici di Marcos Y Marcos (sono loro che hanno inventato Letti di Notte). Il libro raccoglie tre racconti: Memorie di un pazzo di Nikolaj Gogol’, Il sogno di un uomo ridicolo di Fedor Dostoevskij e Memorie di un pazzo di Lev Tolstoj. Ecco perché si chiama Tre matti. Il filo che lega questi tre racconti, tradotti dal russo da Paolo Nori per l’occasione, è ovviamente la follia. Sono stati scritti fra la fine del ‘800 e i primissimi anni del ‘900 da tre autentici giganti della letteratura russa e per noi sono anche in qualche misura legati alla nostra libreria. Un po’ forse perché ci vuole della follia a portare avanti una libreria e un po’ perché la nostra è una libreria di libri usati e per presentare tre classici come questi mi pare che un posto come il nostro sia l’ideale. Ci sarà con noi, a confrontarsi con Paolo, Giorgio Biferali, che è un critico giovane e brillantissimo, che è già stato ospite a Les Bouquinistes altre volte. Ha scritto un saggio su Manganelli, lavora a mille progetti e scrive su L’Indice, che è rimasta la sola rivista letteraria italiana. Sarà sicuramente una bella serata. Vi aspettiamo.

il desiderio di cominciare una nuova vita.

tarkovskijE alla fine l’inverno è arrivato. Cade la prima neve.
In centro la spaleranno con le macchine, prima che faccia giorno, e i portinai ricominceranno la loro lotta quotidiana, una lotta che durerà ancora diversi mesi, fin quasi all’inizio di aprile.
Qui, invece, ai margini della città, questa neve leggera e ancora giovane è causa di grande allegria. Fa pensare al nuovo anno, sembra l’inizio di una festa. Le giornate sono ancora buie, come sempre in novembre, ma la gente, uscendo di casa, non può fare a meno di pensare: «Ecco arrivato l’inverno… E così un altro anno è passato!…». E quando attraverso le nuvole basse si indovina il sole, quella strada lunga con un’alta casa bianca in mezzo alle casette di legno con gli steccati davanti e le legnaie in fondo al cortine sembra una donna troppo elegante e perciò un po’ imbarazzata.
Intanto vi regna un silenzio nuovo, già invernale, in cui ogni rumore pare leggero, semplice e sonoro. E in fondo all’anima nasce il desiderio di cominciare una nuova vita.

Andrej Tarkovskij, Bianco, bianco giorno, in Racconti Cinematografici, Garzanti, 1994

Quattrocentocinquanta battiti cardiaci orari

 

«La culla dondola su un abisso, il buonsenso ci dice che la nostra esistenza è soltanto un fuggevole spiraglio di luce tra due eternità di tenebre. Benché le due eternità siano gemelle identiche, l’uomo di norma, contempla l’abisso prenatale con più serenità di quanto non contempli quello verso il quale è diretto (). Io so, tuttavia, di un giovane sensibile che provò qualcosa di simile al panico, quando vide per la prima volta alcuni vecchi film girati in famiglia poche settimane prima della sua nascita. Contemplò un mondo in pratica immutato – la stessa casa, le stesse persone – e si rese conto allora che non vi era esistito affatto e che nessuno aveva pianto la sua assenza. Ad atterrirlo in modo particolare fu la vista di una nuovissima carrozzella per bambini che se ne stava là sulla veranda con l’aspetto compiaciuto e invadente di una bara; anche quella era vuota, come se, nel corso a ritroso degli eventi, le sue stesse ossa si fossero disintegrate.»

Vladimir Nabokov, “Parla, ricordo”, traduzione di Bruno Oddera, Oscar Mondadori, 1984.