Un certo Parker, un certo Pepper

Luca è uno di quelle persone che se tu gli dici qualcosa, drizza le orecchie. Ogni tanto lo prendo in giro ma mi rendo perfettamente conto che non è facile trovare uno così, che coglie immediatamente un accenno, anche minimo, mettendolo subito in un’ideale lista delle cose da approfondire. A dir la verità, se colpisci nel segno, Luca tira fuori il cellulare e come un predatore che mette nella tana il cibo che consumerà in inverno, si segna su qualche app misteriosa il titolo del libro che gli hai appena nominato. E si può star certi che prima o poi lo si incontrerà per strada o alla stazione dei treni col naso dentro a quel libro.

parkerL’altra sera da Armando, davanti a uno spritz, non ricordo perché, forse complice l’alcol, gli ho parlato brevemente di un bel racconto di Cortazar, che lui non conosceva. A me piacciono molto i racconti, come forma di scrittura, e ogni anno mi capita di leggerne tanti, fra vecchi e nuovi. Tra i vecchi cerco sempre di infilarne uno di Julio Cortazar, perché nei racconti secondo me nessuno ha saputo raggiungere la perfezione di questo straordinario scrittore argentino. È un parere del tutto personale, sia chiaro, e non esclude che altri grandi scrittori abbiano fatto meglio o siano per me altrettanto importanti o graditi. Penso sia solo questione di gusti: alcuni amano particolarmente gli spaghetti allo scoglio, ma non per questo disdegnano una buona bistecca o un piatto d’insalata. Io adoro i racconti di Julio Cortazar ma questo non mi impedisce di amare John Cheever o i racconti di Paolo Volponi (li ho scoperti da poco, usciti da Einaudi quest’anno, in una bella antologia e vi consiglio vivamente di non perderli), Tommaso Landolfi o Antonio Delfini. Matteo Marchesini o Luca Ricci, tanto per citare due contemporanei agli antipodi e naturalmente Raymond Carver, Dino Buzzati o Gianni Celati, per non parlare di J. Rodolfo Wilcock, che rimane uno dei miei più cari. Insomma, pur con le loro differenze, personalmente amo tantissimi autori e soprattutto amo tantissimo i loro racconti.

cortazarTornando al punto, l’altra sera abbiamo parlato di un racconto lungo di Cortazar che si chiama El perseguidor e che in italiano, a seconda del traduttore, si intitola Il persecutore (nella traduzione che Flaviarosa Nicoletti Rossini ne ha fatto per Einaudi, arricchita da una magistrale prefazione musical-letteraria del bravissimo Carlo Boccadoro) o L’inseguitore (nella traduzione di Ilide Carmignani che l’editore Sur ha affiancato alle bellissime tavole di José Munoz). El perseguidor è la storia di Johnny Carter, raccontata in prima persona da Bruno, amico di Johnny, critico musicale e autore della sua biografia, che in una Parigi di fine anni ’50 assiste da distaccato testimone agli ultimi giorni della vita di un uomo disperato, un musicista perennemente in cerca di una grandezza che gli pare di non essere mai in grado di afferrare, neppure quando la sfiora, come nell’esecuzione di un brano, Amorous, in cui tutti, tranne lui, sembrano riconoscere un talento straordinario. Naturalmente Johnny Carter è Charlie Parker, morto nei giorni in cui Cortazar inizia a scrivere questo suo racconto, forse il più grande e il più innovativo tra i sassofonisti della storia del jazz, dalla origini fino a (secondo me) John Coltrane che come Charlie Parker ha rivoluzionato tutto, ancora una volta.

Pepper-mugshotIl racconto di Johnny Carter è quello dell’esistenza e della fine dei giorni di molti musicisti, non solo jazz. È la storia della fragilità e della debolezza di personaggi dotati di una sensibilità esasperata, ma anche dei loro eccessi e dei loro egoismi. Cortazar non giudica il suo personaggio, ma neppure lo assolve. Per Bruno quel che conta è raccontare i fatti, per come ritiene che si siano svolti. Suo malgrado, anche nel momento in cui la vita del protagonista del suo libro si tinge dei colori della fine, non può smettere di pensare al suo libro, la cui edizione inglese, appena uscita “si vende come il pane”. Rileggendo questo racconto, perché avevo idea di scriverne,  non ho potuto non pensare ad altre figure chiave della storia del jazz, oltre a Charlie Parker, come Chet Baker, Miles Davis, Lee Morgan e lo stesso Coltrane ma più di tutti ho pensato ad Art Pepper, sassofonista straordinario e molto per certi versi simile a Johnny Carter, forse meno noto dei nomi che ho citato prima, la cui esistenza meriterebbe di essere raccontata ancora e ancora. Una vita, come quella di Johnny Carter, segnata profondamente dai problemi legati alle droghe che lo portarono negli anni ad entrare e uscire dal carcere (in una bella autobiografia Pepper si racconta senza reticenze). Un musicista superbo e unico, la cui musica, come quella di Parker, supera e sublima una vita complicata e dolorosa, sacrificata nella ricerca di qualcosa di grande e bello: una nota dietro l’altra nel tentativo di creare un capolavoro che giustifichi una vita.

 

Sergio Salabelle

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L’avventura di un filologo – Enrico Sinno

Continua la nostra serie di pubblicazioni. Di seguito trovate il terzo classificato, tra i partecipanti allo Sconcorsone. L’autore è Enrico Sinno. Il titolo, non avendone dato lui uno, è nostro. Ci siamo ispirati a Calvino, perché quello dell’autore era fin troppo manganelliano “Due“. Esistendo già una centuria con questo numero, siamo andati d’intuito, sperando di non far dispiacere a nessuno.

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1df9abUn signore fortemente dedito allo studio delle lingue morte e, in particolar modo, a quelle ormai abbandonate o trascurate anche dai più specializzati filologi, viveva nella continua angoscia di non poter trovare un termine adatto, ovvero qualitativamente equivalente al sentimento da lui provato, necessario ad esprimere l’amore che provava per la propria donna. Ogni giorno percorreva, di ritorno dal posto di lavoro, una delle strade più affollate della città, con la vibrante euforia di poter finalmente tornare a casa e avvolgersi nel silenzio accogliente del suo studiolo per dedicarsi, con tutta la sua smania ossessiva, alla ricerca di parole mai lette e mai conosciute. Queste erano le uniche che riuscivano a destare in lui un qualche tipo di interesse, poiché le pensava assimilabili a macerie di antiche civiltà, fossili remoti e sotterranei persi tra le pieghe del tempo e difficilmente codificabili; lo stupiva il fatto di potersi porre di fronte a sequenze di lettere arcane, sulle quali non sapeva nulla, poiché non ne conosceva né il significato e, spesso, neanche un probabile significante, non ne afferrava né il suono, né il senso, così che poteva avvertire l’asfissiante presenza del vuoto scatenata dal non poterle decifrare, credendosi, in ultima analisi, capace solamente di poter immaginare probabili chiavi di lettura o razionali, ma sempre ipotetiche, soluzioni a degli enigmi che un tempo erano stati accessibili a tutti. Un giorno, camminando lungo la solita strada affollata, con lo sguardo, come di consueto fisso al cemento, in un atteggiamento timido e pensoso, intravide tra i ciottoli del selciato, un oggettino dai contorni irregolari, discontinui, tutto impolverato e corroso dalla pioggia. Inizialmente non poteva credere ai suoi occhi e cominciò a fare razionali congetture su come quel filamento di ferro arrugginito, che proprio gli pareva una parola, potesse essere finito lì. Forse era cascato involontariamente dalla lingua di qualche cittadino di un lontano passato schiantandosi al suolo in una bolla di saliva; forse qualche disaccorto lettore aveva fatto scivolare via un pezzetto di un libro appena comprato e fresco fresco di libreria; chissà che invece non fosse il lascito, stranamente non notato da nessuno, di un’antica civiltà, resistito allo scorrere del tempo, rimasto lì, ancorato tra i ciottoli, in attesa di qualcuno che lo salvasse dall’oblio. Preso da brividi freddi, il filologico signore, si chinò e svelto raccolse il misterioso sghiribizzo, cercando di non farsi cogliere sul fatto da occhi indiscreti, puntando poi dritto verso casa con un passo più spedito del solito. Le notti seguenti le passò nell’impresa, tutta scientifica, di svelare il segreto del suo ritrovamento: immerse la parola in sostanze sempre diverse per scoprire il comportamento del letterario reagente sottoposto alle più svariate soluzioni chimiche, lo allungò attraverso tiranti meccanici d’acciaio misurandone l’elasticità, cercò la presenza delle lettere che lo componevano in rari e sconosciuti dizionari sbattendo il capo più volte in muri troppo resistenti e infrangibili che lo separavano, senza possibilità di riuscita, dalla verità. Lo sconforto prese il possesso della sua mente, o meglio, ogni suo pensiero fu totalmente assorbito da quella mistica e insondabile parola. La sua ansia di volerne ricavare un qualche contenuto o concetto pervase completamente la sua vita e, più specificatamente, il suo stesso linguaggio: le parole gli apparivano sempre più astratte, prive di ogni logicità, colpevoli, come qualche studioso prima di lui aveva recitato, di una gravissima onta, quella del significato. Smise di parlare, di comunicare con il mondo, isolandosi nella sua ricerca e nei segni alfabetici di lingue risalenti a prima della caduta di Babele. Passarono giorni, mesi, anni e ormai la sua esistenza era giunta al limite estremo e fu solo sull’orlo di quest’abisso che, sentendo la voce della donna amata che gli chiedeva «Tu mi ami?», la sua vita si risolse nell’unico, o forse più grande, atto d’amore che la sua passione filologica gli permetteva: alla domanda rispose infatti con il silenzio, porgendo alla donna la parola trovata nella sua gioventù, della quale non sapeva ancora nulla, né suono, né senso, sicuro che in quella, lei, la sua amata, ci avrebbe visto quel «ti amo» tanto agognato, l’unico capace di rendere esplicito, in mondo quantitativamente e qualitativamente equivalente, l’amore profondo, smisurato, senza senso provato per lei, forse solamente superato da quello per la filologia che lo aveva fatto inabissare in mille nascoste biblioteche fino all’ora della sua morte.

Centuria dello spaventacchio – Michele Farina

Cominciamo oggi, con la Centuria dello spaventacchio di Michele Farina, la pubblicazione dei testi vincitori dello Sconcorsone manganelliano. Il racconto che presentiamo oggi ha ricevuto una menzione speciale da parte della Giuria e si aggiunge ai tre primi classificati che troveranno posto in questa pagina nelle prossime settimane. Il testo è qui accompagnato da un disegno di Matteo Mazzucchi, realizzato appositamente per l’occasione. Congratulazioni quindi ai vincitori e buona lettura a tutti!

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Lo spaventacchio inoperoso trascorreva gli equinozi riflettendo sulla possibilità di disertare il destino. Egli, frequentatore di falò e lune falcate, sapeva bene che il destino è una croce; nel suo caso una croce di faggio e corda, conficcata nella nebbia polverosa di una brughiera brulla. D’altro canto non era sempre stato così, e il tedio opprimente delle giornate non mancava di ricordarglielo lambendo la sua mente con immagini di giorni migliori, svogliate fanterie di un blando assedio. Come spaventapasseri aveva avuto i suoi tempi d’oro, quando una miriade di spighe brillanti affollava quello stesso terreno, mormorando al soffio del vento. Allora i papaveri gli fiorivano alle ginocchia, confusi alla  paglia e alle vesti rappezzate con toppe variopinte. Capitava ancora che raccontasse questa storia sbiadita agli uccelli che si posavano sulla sua spalla, in cerca di un trespolo in quella guasta radura, ma quelli la prendevano per una fola e inclinavano il capo di lato con aria perplessa. E tuttavia avrebbero potuto altrimenti, loro, che a quei tempi nemmeno erano un progetto di uovo? Gli davano del bugiardo e del contafavole, involandosi poi alla prima folata. In passato il suo mestiere era stato difendere a ogni costo semi e germogli da quegli animali, sfruttando tutto il proprio repertorio: inconsulti sventolamenti di maniche, filastrocche brutte, fulminazioni repentine dei suoi malocchi di bottone. A quei tempi la sua fama proiettava un’ombra lunga nei cieli, sulle staccionate, sui pali, a filo dei cavi telefonici; nei nidi e nelle nicchie di tronco le mamme uccello sussurravano il suo nome ai pulcini, per costringerli a finire la razione giornaliera di becchime e vermi rigurgitati. Ora invece, la sempre più acuta solitudine lo aveva portato ad ammorbidire le proprie posizioni in materia di volatili, trovandosi a elemosinare buonesere anche dalla ghiandaia più saccente. Di tutti gli enti impossibili lo spaventapasseri è senza dubbio quello più risolto nel nome che porta: comprensibile quindi lo scorno e il rimpianto di non avere più un campo da sorvegliare, né uccelli da spaventare. In una crisi vocazionale di quella portata, che pareva affliggere il sindacato degli spaventacchi e svariate altre categorie, egli avrebbe allargato di buon grado il suo mansionario, cominciando magari a infondere terrore in altri esseri  che non fossero uccelli, o per converso iniziare un’ attività aliena dallo spavento, ma sempre a contatto coi fuggevoli beccomuniti. Provava quindi a immaginarsi come covatore surrogato, rosa dei venti per migratori sperduti, almanaccatore di traiettorie di volo. Ma ogni nome è uno scorsoio: quanto più cerchi di divincolarti tanto più ti strozza. Lo spaventacchio  aveva un bivio di fronte sé: continuare a vivere senza significato in quel mondo, cosmico solo in apparenza, o cercare il non-mondo, quell’utopia dove le parole continuano a coltivare un senso. Solo a quel punto lo spaventacchio abbandonò la propria croce, incamminandosi malcerto per i boschi, lontano dalla radura. Si augura ogni bene a quel coraggioso: di arrivare quindi in quell’agognato laggiù o di non giungervi mai? Qualche uccelletto mi racconta di tanto in tanto la leggenda dello spaventacchio coraggioso che disertò il destino; io gli do del contafavole e lo caccio, soffiandolo via dalla manica, sed excrucior, perché ricordo la domanda fatale e ora so la risposta.

spaventacchio

 

Epilogo

782604179-palermo-kutsche-stadtleben-innenstadt.jpgIeri, mentre percorrevo via M., ho perso una gamba. Stranamente sul momento non ho avvertito alcun dolore, solo un fastidio e una spiacevole sensazione di prurito. Ricordo unicamente la perdita d’equilibrio e la caduta, subito dopo. Due ragazzi che facevano la mia stessa strada, molto gentilmente mi hanno aiutato ad alzarmi e di peso mi hanno accompagnato a casa, lasciando la mia gamba sul marciapiede.

Mi chiedo, sinceramente, che fine possa aver fatto. Forse se la sarà mangiata un cane, oppure una volta iniziata la decomposizione, i vermi cominceranno ad invaderne, a migliaia, i resti marcescenti. Non ho perso sangue, curiosamente.

Arrivati a casa, quei giovani mi hanno gentilmente deposto sul letto e in pochi minuti ho preso sonno. Devono essersene andati quasi subito, dato che quando mi sono svegliato, meno di cinque minuti più tardi, di loro non c’era più traccia. Con mia grande sorpresa mi sono accorto di aver perso anche l’altra gamba e il braccio destro, durante quel breve sonno. PAY-Police-were-called-in-after-shocked-walkers-reported-seeing-this-severed-LEG-floating-in-the-river-1.jpgQuesto mi secca, perché col destro sono abituato a compiere tutte le operazioni essenziali alla mia sopravvivenza. Da bambino, è vero, ero mancino, come mi ha raccontato molte volte mia madre, ma le suore, da cui sono stato educato, pretesero di correggere in me quello che per loro era un difetto. Ciò che mi è sempre parso strano è che quelle suore apparentemente umili potessero pretendere di correggere ciò che Dio aveva stabilito per me. Questo salvo ritenere che fosse stato il diavolo a rendermi mancino, anche se non saprei immaginare come e perché. Nel corso delle ore ho perso anche il braccio sinistro e un orecchio, forse il destro, anche se non ricordo bene, vista la spossatezza che tali perdite mi hanno indotto. Di me, all’ora di cena, non rimaneva che un tronco, con il cranio privo delle orecchie. La mandibola l’ho persa intorno alle 23. Alle 23.45 l’occhio sinistro e pochi minuti dopo l’altro. Nel giro di due ore, di me non era rimasto altro che una macchia di unto sul lenzuolo. Tornata a casa, come sua abitudine, mia moglie ha disfatto il letto e messo in moto la lavatrice. Pochi istanti più tardi di me non rimaneva altro che un ricordo, la sensazione fastidiosa di una mancanza.

Sergio Salabelle

Olga Seitz sta cucinando

La porta dell’appartamento è stata danneggiata anni fa durante un tentativo di scasso e le tracce di una riparazione mal riuscita sono evidenti anche ad un occhio non esperto. Tutto intorno alla serratura della porta blindata si vede il segno di un taglio, come una mezza luna.

Adesso nell’appartamento vive Olga Seitz, una donna anziana che ne ha ereditato la porta e quello sfregio che per lei non ha significato. Per i vecchi proprietari era diventato, invece, il ricordo ossessivo della violazione dell’intimità avvenuta in una notte in cui ignari dormivano nel letto anonimo di un albergo di mare. Da quel momento l’estate del 1987 era diventata per loro quella del furto e quella dell’invasione.

In questo momento Olga Seitz sta cucinando. Il telefono suona ma lei non lo sente perché l’apparecchio si trova nell’ingresso, troppo lontano per essere udito, mentre il rubinetto è aperto per sciacquare l’insalata e sul fornello cuoce la carne che la donna mangerà tra poco. Se avesse risposto al telefono, avrebbe sentito la voce di suo fratello, Enzo Seitz, di quasi quindici anni più giovane di lei, darle la notizia della morte di suo nipote, caduto dal motorino, mentre tentava un sorpasso sotto la pioggia. Qualcosa di imprevisto doveva essere successo, durante quel sorpasso e Nicola Seitz, sedici anni, aveva perso il controllo dello scooter, andando a schiantarsi contro un albero secolare. Prima di arrivare a quel punto il corpo del ragazzo era scivolato per oltre dieci metri lungo l’asfalto, come quei sassi piatti che si lanciano a filo dell’acqua per vedere quanti rimbalzi si riesce a fargli fare. Nella caduta il corpo di Nicola non aveva rimbalzato, ma anzi aveva aderito al selciato riducendosi in un modo tale che la madre, che lo seguiva a breve distanza con la macchina, e aveva assistito a tutta la scena, malgrado l’evidenza, scesa dall’auto non riusciva a riconoscere, in quell’ammasso di sangue e lamiera, la carne della sua carne.

In questo momento Olga Seitz sta cucinando e non sente il telefono. Passa oltre un’ora prima che suo fratello possa raggiungerla per portarle la notizia innaturale della morte di suo nipote. A lungo e per molti anni Olga Seitz ha ripensato a quell’ora, bellissima e orribile al tempo stesso, in cui per lei tutto ha continuato ad essere ciò che era. Un’ora in cui Nicola Seitz era ancora vivo, per lei, e tutto procedeva come se niente fosse. Per molto tempo Olga Seitz ha desiderato di tornare a quell’ora sperando che la morte la cogliesse in quel momento e che per lei, per l’eternità, Nicola Seitz rimanesse vivo, al suo posto. O che l’evento della sua morte, se proprio doveva accadere, fosse un problema di qualcun altro.

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Sergio Salabelle

Chi ha tempo?

«Quando scriviamo, scriviamo del tempo, ne sono sicura. Da qui non si scappa. Lo raccontiamo, anche se in silenzio. Lo modelliamo come se fosse un panetto di argilla.»
Ho letto questa frase stamattina, l’ha scritta in un blog Elena Varvello, l’autrice del bel romanzo La vita felice (Einaudi, 2016). Elena Varvello è stata ospite in libreria sabato scorso e il suo libro, in effetti, parla del tempo che passa. Ci racconta un episodio (seppure importante e, per molti versi, sconvolgente, definitivo) nella vita di un ragazzino: un’estate, una notte in particolare, raccontata da quello stesso ragazzino, Elia, trent’anni dopo, quando è ormai uomo.

E anche a noi sembra di non fare altro che parlare del tempo insieme agli scrittori che ci vengono a trovare in libreria. Di un secondo o di una notte o ancora di una vita intera.

01-rossari-a4-a001Quanto è lunga una vita? Cento anni bastano? E come si può fare a raccontare una storia lunga quanto la vita di un uomo?
In Le cento vite di Nemesio (E/O, 2016) di Marco Rossari, ospite domani a Les Bouquinistes la vita di un uomo non si racconta. Si sogna e nel sogno si diventa l’altro, l’estraneo, un padre odiato e detestato. È un rompicapo il bel romanzo di Rossari. Un gioco dove la realtà viene fatta in tanti pezzetti, alcuni piccolissimi che, assurdamente, si incastreranno nuovamente per creare lo stesso disegno ma con un’altro protagonista per la stessa storia in un altro tempo.

Chi ha tempo è il titolo della raccolta edita da marcos y marcos e curata da Alessandra Urbani. Regista RAI per programmi culturali, Alessandra ha da poco festeggiato un compleanno importante e, dagli amici scrittori, si è fatta regalare un poco del loro tempo che si è materializzato in alcuni racconti e due poesie. Troppo bello il regalo per tenerlo per sé? Fatto sta che un regalo di compleanno è diventato un’antologia Chi ha tempo. Storie di giorni che corrono (marcos y marcos, 2016). E non corriamo anche noi, tutti i giorni, attenti agli incastri tra lavoro, figli (per chi ne ha!), animali domestici e commissioni varie (posta, banca, spesa, lavanderia…).

Un tempo che fugge, giorni che corrono. Riguardi le foto e sembra ieri.

chi-ha-tempoUno degli autori dell’antologia è Paolo Di Paolo, scrittore e critico letterario. Il suo racconto fotografa un momento importante nella vita di una scrittrice che amo molto. Una sera in cui qualcosa cambia. Una sera in cui pensa che farà in tempo a fare una scelta.

Mi chiedo se nasca di lì il titolo dell’ultimo libro di Paolo Di Paolo, Tempo senza scelte (Einaudi, 2016) al quale dedicheremo un pomeriggio di gennaio.

Il tempo si fa declinare in mille modi ma tutti siamo inclini a pensare che sia un bene prezioso. Forse per questo non posso non guardare con affetto e ammirazione ad una famiglia in particolare, La famiglia che perse tempo.

Allora, vi aspettiamo in libreria venerdì 4 per Le cento vite di Nemesio (E/O 2016) con l’autore Marco Rossari e Lorenzo Innocenti

e sabato 5 con Chi ha tempo e la curatrice Alessandra Urbani e lo scrittore Paolo Di Paolo.

Le locandine sono, naturalmente, di Tirez sur le Graphiste

Elena Zucconi

La casa

Oggi ha chiamato l’uomo dei traslochi: lunedì prossimo lasceremo questa casa dove abbiamo vissuto insieme per quasi vent’anni. Elena ed io venimmo ad abitarci appena sposati. Anzi, la prima notte la passammo proprio qui, in attesa di partire per un breve viaggio.

Ricordo che molti mesi prima avevamo comprato una bellissima lampada in vetro, che lei aveva conservato con cura, avvolgendola in carta velina. Avevamo deciso di metterla per la prima volta sul comodino quella sera. Non saprei dire esattamente come, forse perché non conoscevamo ancora questa casa tanto intimamente da poterci orientare al buio, ma al primo movimento notturno la lampada cadde frantumandosi in mille pezzi. Ci dispiacque, è ovvio, ma eravamo così felici e così stanchi per la giornata che non c’importò poi molto.

beneforti.jpgPassiamo questi ultimi giorni riempiendo scatole di differenti misure con oggetti che scoviamo ovunque e che non ricordavamo neppure di avere. Elena si occupa degli oggetti della cucina e io dei libri che sono molti e molto pesanti. Tutte le persone con cui parliamo del nostro trasloco (cambiare casa, l’ho scoperto adesso, è un atto pubblico, molto più di quanto credessi) ci invitano a fare pulizia delle cose inutili, a gettarci alle spalle quel che non ci sembra indispensabile. Per il momento abbiamo trovato solo cose inutili: pentole mai usate, sottobicchieri che riproducono vedute parigine (davvero abbiamo comprato qualcosa di così terribile?), libri mai letti, perché ne avevamo già troppi in attesa, cd che non ascoltiamo da almeno dieci anni. Eppure, non abbiamo ancora gettato nulla, salvo una copia di un vecchio contratto integrativo, ormai sorpassato. Ho scoperto che Elena ed io non siamo molto adatti a fare i pacchi: lei, mentre incarta coi vecchi numeri della Lettura i bicchieri del servito buono, regalatoci da qualche sua zia, si ferma a leggere le recensioni che per distrazione le sono sfuggite mesi fa. Io, invece, ritrovando un libro che ho amato particolarmente, non so resistere alla tentazione di rileggerne l’incipit. Poi raggiungo Elena in cucina: senti qui – le dico. Ed ecco che abbiamo trovato un pretesto per fermarci. Ora mi leggerà la recensione. L’ascolto, come lei ha fatto con me. Le pause si potrebbero moltiplicare all’infinito, ma non si può.

Domani è il giorno del trasloco. La nostra è stata una domenica molto pesante. Sono nervoso e anche Elena lo è. I gatti lo avvertono e si innervosiscono, quindi basta pochissimo per far saltare un equilibrio precario che si regge su di un filo invisibile, come quello di una canna da pesca che regge un pesce all’amo. Qui i pesci siamo noi e ogni tanto ci guardiamo e ci chiediamo chi ce l’abbia fatto fare di mettere in piedi tutto questo. Nell’ultima settimana abbiamo infilato la nostra vita in oltre sessanta scatoloni sui quali è scritta a lettere cubitali la parola “traslochi”.

Questo, che domani lasceremo, è il luogo testimone della storia di noi come coppia e degli ultimi vent’anni. È questo il luogo che ci ha visto felici ridere a crepapelle fino a star male, cantare, ballare, scherzare, ricevere la visita dei parenti e degli amici, notizie belle e bellissime. Questa è la casa dove ci hanno raggiunto le notizie che nessuno vorrebbe mai ricevere ma che nell’arco di un’esistenza a tutti possono arrivare. È questo il posto che ci ha visto piangere e sperare di essere solo un in un orribile sogno. È qui che abbiamo scoperto che la nostra coppia poteva reggere urti che da soli non saremmo stati in grado di sopportare. È tra queste mura che abbiamo scoperto, con sofferenza, che si può sopravvivere, nonostante tutto, a qualsiasi cosa.

Sono le cinque e siamo già in piedi, prima del suono della sveglia. Questo è il grande giorno. Il camion dei traslochi arriverà tra poco più di due ore, ma noi, intanto, dobbiamo portare i gatti nella nuova casa. Come avevamo immaginato, quella che si mette in scena è una vera tragedia: Harpo, mestamente entra nella sua gabbietta come un uomo che si presenti rassegnato davanti al plotone di esecuzione: è evidente che ha capito tutto; Cannella, che di solito è la più paurosa, è paradossalmente la più tranquilla. Si lascia prendere da Elena che la infila velocemente nel trasportino. Smusci tenta di ribellarsi, come può, ma la vera mattanza è rimandata al finale. Perec si agita come un pesce mentre lei lo tiene per la collottola. Infilarlo dentro sembra impossibile. Salta, si agita, graffia le mani di Elena il cui volto si riga di lacrime per il dolore fisico ed emotivo. Anche Perec ha capito, ma non vuole arrendersi e combatte fino alla fine. Fino a che anche su di lui si chiude l’inferriata di quel piccolo carcere d’isolamento. Le mani di Elena sono graffiate e sporche di sangue ma non c’è tempo. Un cerotto e siamo costretti a partire. Il viaggio è struggente, con Harpo che sembra implorarci di liberarlo e noi che cerchiamo di consolarlo. Finalmente arriviamo a Pistoia. Scarico il mio bagaglio familiare e corro a quella che oramai è la nostra vecchia casa. Alle 7,30 arrivano i traslocatori.

Tutto si svolge velocemente, in maniera pulita. I mobili vengono smontati, le scatole che abbiamo preparato vengono caricate con cura, ma celermente, sui camion che le dovranno portare verso la loro nuova destinazione. Tutto, in senso inverso, come un nastro che si riavvolge, si ripeterà più tardi, nella nostra nuova città, dai camion alla casa. Lentamente ci riappropriamo delle cose e dei mobili intorno ai quali abbiamo costruito e vissuto la nostra esistenza. Una nuova casa ci accoglie, ci attendono, con lei, nuove relazioni, un nuovo pezzo della nostra vita. Insieme e con i gatti cominciamo a perlustrare nuovi territori.

Sergio Salabelle

 

Voglio ringraziare il Maestro e amico Paolo Beneforti per avermi permesso di usare La finestra a specchio, una sua opera che amo molto, per illustrare questo breve racconto