Centuria dello spaventacchio – Michele Farina

Cominciamo oggi, con la Centuria dello spaventacchio di Michele Farina, la pubblicazione dei testi vincitori dello Sconcorsone manganelliano. Il racconto che presentiamo oggi ha ricevuto una menzione speciale da parte della Giuria e si aggiunge ai tre primi classificati che troveranno posto in questa pagina nelle prossime settimane. Il testo è qui accompagnato da un disegno di Matteo Mazzucchi, realizzato appositamente per l’occasione. Congratulazioni quindi ai vincitori e buona lettura a tutti!

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Lo spaventacchio inoperoso trascorreva gli equinozi riflettendo sulla possibilità di disertare il destino. Egli, frequentatore di falò e lune falcate, sapeva bene che il destino è una croce; nel suo caso una croce di faggio e corda, conficcata nella nebbia polverosa di una brughiera brulla. D’altro canto non era sempre stato così, e il tedio opprimente delle giornate non mancava di ricordarglielo lambendo la sua mente con immagini di giorni migliori, svogliate fanterie di un blando assedio. Come spaventapasseri aveva avuto i suoi tempi d’oro, quando una miriade di spighe brillanti affollava quello stesso terreno, mormorando al soffio del vento. Allora i papaveri gli fiorivano alle ginocchia, confusi alla  paglia e alle vesti rappezzate con toppe variopinte. Capitava ancora che raccontasse questa storia sbiadita agli uccelli che si posavano sulla sua spalla, in cerca di un trespolo in quella guasta radura, ma quelli la prendevano per una fola e inclinavano il capo di lato con aria perplessa. E tuttavia avrebbero potuto altrimenti, loro, che a quei tempi nemmeno erano un progetto di uovo? Gli davano del bugiardo e del contafavole, involandosi poi alla prima folata. In passato il suo mestiere era stato difendere a ogni costo semi e germogli da quegli animali, sfruttando tutto il proprio repertorio: inconsulti sventolamenti di maniche, filastrocche brutte, fulminazioni repentine dei suoi malocchi di bottone. A quei tempi la sua fama proiettava un’ombra lunga nei cieli, sulle staccionate, sui pali, a filo dei cavi telefonici; nei nidi e nelle nicchie di tronco le mamme uccello sussurravano il suo nome ai pulcini, per costringerli a finire la razione giornaliera di becchime e vermi rigurgitati. Ora invece, la sempre più acuta solitudine lo aveva portato ad ammorbidire le proprie posizioni in materia di volatili, trovandosi a elemosinare buonesere anche dalla ghiandaia più saccente. Di tutti gli enti impossibili lo spaventapasseri è senza dubbio quello più risolto nel nome che porta: comprensibile quindi lo scorno e il rimpianto di non avere più un campo da sorvegliare, né uccelli da spaventare. In una crisi vocazionale di quella portata, che pareva affliggere il sindacato degli spaventacchi e svariate altre categorie, egli avrebbe allargato di buon grado il suo mansionario, cominciando magari a infondere terrore in altri esseri  che non fossero uccelli, o per converso iniziare un’ attività aliena dallo spavento, ma sempre a contatto coi fuggevoli beccomuniti. Provava quindi a immaginarsi come covatore surrogato, rosa dei venti per migratori sperduti, almanaccatore di traiettorie di volo. Ma ogni nome è uno scorsoio: quanto più cerchi di divincolarti tanto più ti strozza. Lo spaventacchio  aveva un bivio di fronte sé: continuare a vivere senza significato in quel mondo, cosmico solo in apparenza, o cercare il non-mondo, quell’utopia dove le parole continuano a coltivare un senso. Solo a quel punto lo spaventacchio abbandonò la propria croce, incamminandosi malcerto per i boschi, lontano dalla radura. Si augura ogni bene a quel coraggioso: di arrivare quindi in quell’agognato laggiù o di non giungervi mai? Qualche uccelletto mi racconta di tanto in tanto la leggenda dello spaventacchio coraggioso che disertò il destino; io gli do del contafavole e lo caccio, soffiandolo via dalla manica, sed excrucior, perché ricordo la domanda fatale e ora so la risposta.

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Epilogo

782604179-palermo-kutsche-stadtleben-innenstadt.jpgIeri, mentre percorrevo via M., ho perso una gamba. Stranamente sul momento non ho avvertito alcun dolore, solo un fastidio e una spiacevole sensazione di prurito. Ricordo unicamente la perdita d’equilibrio e la caduta, subito dopo. Due ragazzi che facevano la mia stessa strada, molto gentilmente mi hanno aiutato ad alzarmi e di peso mi hanno accompagnato a casa, lasciando la mia gamba sul marciapiede.

Mi chiedo, sinceramente, che fine possa aver fatto. Forse se la sarà mangiata un cane, oppure una volta iniziata la decomposizione, i vermi cominceranno ad invaderne, a migliaia, i resti marcescenti. Non ho perso sangue, curiosamente.

Arrivati a casa, quei giovani mi hanno gentilmente deposto sul letto e in pochi minuti ho preso sonno. Devono essersene andati quasi subito, dato che quando mi sono svegliato, meno di cinque minuti più tardi, di loro non c’era più traccia. Con mia grande sorpresa mi sono accorto di aver perso anche l’altra gamba e il braccio destro, durante quel breve sonno. PAY-Police-were-called-in-after-shocked-walkers-reported-seeing-this-severed-LEG-floating-in-the-river-1.jpgQuesto mi secca, perché col destro sono abituato a compiere tutte le operazioni essenziali alla mia sopravvivenza. Da bambino, è vero, ero mancino, come mi ha raccontato molte volte mia madre, ma le suore, da cui sono stato educato, pretesero di correggere in me quello che per loro era un difetto. Ciò che mi è sempre parso strano è che quelle suore apparentemente umili potessero pretendere di correggere ciò che Dio aveva stabilito per me. Questo salvo ritenere che fosse stato il diavolo a rendermi mancino, anche se non saprei immaginare come e perché. Nel corso delle ore ho perso anche il braccio sinistro e un orecchio, forse il destro, anche se non ricordo bene, vista la spossatezza che tali perdite mi hanno indotto. Di me, all’ora di cena, non rimaneva che un tronco, con il cranio privo delle orecchie. La mandibola l’ho persa intorno alle 23. Alle 23.45 l’occhio sinistro e pochi minuti dopo l’altro. Nel giro di due ore, di me non era rimasto altro che una macchia di unto sul lenzuolo. Tornata a casa, come sua abitudine, mia moglie ha disfatto il letto e messo in moto la lavatrice. Pochi istanti più tardi di me non rimaneva altro che un ricordo, la sensazione fastidiosa di una mancanza.

Sergio Salabelle

Olga Seitz sta cucinando

La porta dell’appartamento è stata danneggiata anni fa durante un tentativo di scasso e le tracce di una riparazione mal riuscita sono evidenti anche ad un occhio non esperto. Tutto intorno alla serratura della porta blindata si vede il segno di un taglio, come una mezza luna.

Adesso nell’appartamento vive Olga Seitz, una donna anziana che ne ha ereditato la porta e quello sfregio che per lei non ha significato. Per i vecchi proprietari era diventato, invece, il ricordo ossessivo della violazione dell’intimità avvenuta in una notte in cui ignari dormivano nel letto anonimo di un albergo di mare. Da quel momento l’estate del 1987 era diventata per loro quella del furto e quella dell’invasione.

In questo momento Olga Seitz sta cucinando. Il telefono suona ma lei non lo sente perché l’apparecchio si trova nell’ingresso, troppo lontano per essere udito, mentre il rubinetto è aperto per sciacquare l’insalata e sul fornello cuoce la carne che la donna mangerà tra poco. Se avesse risposto al telefono, avrebbe sentito la voce di suo fratello, Enzo Seitz, di quasi quindici anni più giovane di lei, darle la notizia della morte di suo nipote, caduto dal motorino, mentre tentava un sorpasso sotto la pioggia. Qualcosa di imprevisto doveva essere successo, durante quel sorpasso e Nicola Seitz, sedici anni, aveva perso il controllo dello scooter, andando a schiantarsi contro un albero secolare. Prima di arrivare a quel punto il corpo del ragazzo era scivolato per oltre dieci metri lungo l’asfalto, come quei sassi piatti che si lanciano a filo dell’acqua per vedere quanti rimbalzi si riesce a fargli fare. Nella caduta il corpo di Nicola non aveva rimbalzato, ma anzi aveva aderito al selciato riducendosi in un modo tale che la madre, che lo seguiva a breve distanza con la macchina, e aveva assistito a tutta la scena, malgrado l’evidenza, scesa dall’auto non riusciva a riconoscere, in quell’ammasso di sangue e lamiera, la carne della sua carne.

In questo momento Olga Seitz sta cucinando e non sente il telefono. Passa oltre un’ora prima che suo fratello possa raggiungerla per portarle la notizia innaturale della morte di suo nipote. A lungo e per molti anni Olga Seitz ha ripensato a quell’ora, bellissima e orribile al tempo stesso, in cui per lei tutto ha continuato ad essere ciò che era. Un’ora in cui Nicola Seitz era ancora vivo, per lei, e tutto procedeva come se niente fosse. Per molto tempo Olga Seitz ha desiderato di tornare a quell’ora sperando che la morte la cogliesse in quel momento e che per lei, per l’eternità, Nicola Seitz rimanesse vivo, al suo posto. O che l’evento della sua morte, se proprio doveva accadere, fosse un problema di qualcun altro.

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Sergio Salabelle

Chi ha tempo?

«Quando scriviamo, scriviamo del tempo, ne sono sicura. Da qui non si scappa. Lo raccontiamo, anche se in silenzio. Lo modelliamo come se fosse un panetto di argilla.»
Ho letto questa frase stamattina, l’ha scritta in un blog Elena Varvello, l’autrice del bel romanzo La vita felice (Einaudi, 2016). Elena Varvello è stata ospite in libreria sabato scorso e il suo libro, in effetti, parla del tempo che passa. Ci racconta un episodio (seppure importante e, per molti versi, sconvolgente, definitivo) nella vita di un ragazzino: un’estate, una notte in particolare, raccontata da quello stesso ragazzino, Elia, trent’anni dopo, quando è ormai uomo.

E anche a noi sembra di non fare altro che parlare del tempo insieme agli scrittori che ci vengono a trovare in libreria. Di un secondo o di una notte o ancora di una vita intera.

01-rossari-a4-a001Quanto è lunga una vita? Cento anni bastano? E come si può fare a raccontare una storia lunga quanto la vita di un uomo?
In Le cento vite di Nemesio (E/O, 2016) di Marco Rossari, ospite domani a Les Bouquinistes la vita di un uomo non si racconta. Si sogna e nel sogno si diventa l’altro, l’estraneo, un padre odiato e detestato. È un rompicapo il bel romanzo di Rossari. Un gioco dove la realtà viene fatta in tanti pezzetti, alcuni piccolissimi che, assurdamente, si incastreranno nuovamente per creare lo stesso disegno ma con un’altro protagonista per la stessa storia in un altro tempo.

Chi ha tempo è il titolo della raccolta edita da marcos y marcos e curata da Alessandra Urbani. Regista RAI per programmi culturali, Alessandra ha da poco festeggiato un compleanno importante e, dagli amici scrittori, si è fatta regalare un poco del loro tempo che si è materializzato in alcuni racconti e due poesie. Troppo bello il regalo per tenerlo per sé? Fatto sta che un regalo di compleanno è diventato un’antologia Chi ha tempo. Storie di giorni che corrono (marcos y marcos, 2016). E non corriamo anche noi, tutti i giorni, attenti agli incastri tra lavoro, figli (per chi ne ha!), animali domestici e commissioni varie (posta, banca, spesa, lavanderia…).

Un tempo che fugge, giorni che corrono. Riguardi le foto e sembra ieri.

chi-ha-tempoUno degli autori dell’antologia è Paolo Di Paolo, scrittore e critico letterario. Il suo racconto fotografa un momento importante nella vita di una scrittrice che amo molto. Una sera in cui qualcosa cambia. Una sera in cui pensa che farà in tempo a fare una scelta.

Mi chiedo se nasca di lì il titolo dell’ultimo libro di Paolo Di Paolo, Tempo senza scelte (Einaudi, 2016) al quale dedicheremo un pomeriggio di gennaio.

Il tempo si fa declinare in mille modi ma tutti siamo inclini a pensare che sia un bene prezioso. Forse per questo non posso non guardare con affetto e ammirazione ad una famiglia in particolare, La famiglia che perse tempo.

Allora, vi aspettiamo in libreria venerdì 4 per Le cento vite di Nemesio (E/O 2016) con l’autore Marco Rossari e Lorenzo Innocenti

e sabato 5 con Chi ha tempo e la curatrice Alessandra Urbani e lo scrittore Paolo Di Paolo.

Le locandine sono, naturalmente, di Tirez sur le Graphiste

Elena Zucconi

La casa

Oggi ha chiamato l’uomo dei traslochi: lunedì prossimo lasceremo questa casa dove abbiamo vissuto insieme per quasi vent’anni. Elena ed io venimmo ad abitarci appena sposati. Anzi, la prima notte la passammo proprio qui, in attesa di partire per un breve viaggio.

Ricordo che molti mesi prima avevamo comprato una bellissima lampada in vetro, che lei aveva conservato con cura, avvolgendola in carta velina. Avevamo deciso di metterla per la prima volta sul comodino quella sera. Non saprei dire esattamente come, forse perché non conoscevamo ancora questa casa tanto intimamente da poterci orientare al buio, ma al primo movimento notturno la lampada cadde frantumandosi in mille pezzi. Ci dispiacque, è ovvio, ma eravamo così felici e così stanchi per la giornata che non c’importò poi molto.

beneforti.jpgPassiamo questi ultimi giorni riempiendo scatole di differenti misure con oggetti che scoviamo ovunque e che non ricordavamo neppure di avere. Elena si occupa degli oggetti della cucina e io dei libri che sono molti e molto pesanti. Tutte le persone con cui parliamo del nostro trasloco (cambiare casa, l’ho scoperto adesso, è un atto pubblico, molto più di quanto credessi) ci invitano a fare pulizia delle cose inutili, a gettarci alle spalle quel che non ci sembra indispensabile. Per il momento abbiamo trovato solo cose inutili: pentole mai usate, sottobicchieri che riproducono vedute parigine (davvero abbiamo comprato qualcosa di così terribile?), libri mai letti, perché ne avevamo già troppi in attesa, cd che non ascoltiamo da almeno dieci anni. Eppure, non abbiamo ancora gettato nulla, salvo una copia di un vecchio contratto integrativo, ormai sorpassato. Ho scoperto che Elena ed io non siamo molto adatti a fare i pacchi: lei, mentre incarta coi vecchi numeri della Lettura i bicchieri del servito buono, regalatoci da qualche sua zia, si ferma a leggere le recensioni che per distrazione le sono sfuggite mesi fa. Io, invece, ritrovando un libro che ho amato particolarmente, non so resistere alla tentazione di rileggerne l’incipit. Poi raggiungo Elena in cucina: senti qui – le dico. Ed ecco che abbiamo trovato un pretesto per fermarci. Ora mi leggerà la recensione. L’ascolto, come lei ha fatto con me. Le pause si potrebbero moltiplicare all’infinito, ma non si può.

Domani è il giorno del trasloco. La nostra è stata una domenica molto pesante. Sono nervoso e anche Elena lo è. I gatti lo avvertono e si innervosiscono, quindi basta pochissimo per far saltare un equilibrio precario che si regge su di un filo invisibile, come quello di una canna da pesca che regge un pesce all’amo. Qui i pesci siamo noi e ogni tanto ci guardiamo e ci chiediamo chi ce l’abbia fatto fare di mettere in piedi tutto questo. Nell’ultima settimana abbiamo infilato la nostra vita in oltre sessanta scatoloni sui quali è scritta a lettere cubitali la parola “traslochi”.

Questo, che domani lasceremo, è il luogo testimone della storia di noi come coppia e degli ultimi vent’anni. È questo il luogo che ci ha visto felici ridere a crepapelle fino a star male, cantare, ballare, scherzare, ricevere la visita dei parenti e degli amici, notizie belle e bellissime. Questa è la casa dove ci hanno raggiunto le notizie che nessuno vorrebbe mai ricevere ma che nell’arco di un’esistenza a tutti possono arrivare. È questo il posto che ci ha visto piangere e sperare di essere solo un in un orribile sogno. È qui che abbiamo scoperto che la nostra coppia poteva reggere urti che da soli non saremmo stati in grado di sopportare. È tra queste mura che abbiamo scoperto, con sofferenza, che si può sopravvivere, nonostante tutto, a qualsiasi cosa.

Sono le cinque e siamo già in piedi, prima del suono della sveglia. Questo è il grande giorno. Il camion dei traslochi arriverà tra poco più di due ore, ma noi, intanto, dobbiamo portare i gatti nella nuova casa. Come avevamo immaginato, quella che si mette in scena è una vera tragedia: Harpo, mestamente entra nella sua gabbietta come un uomo che si presenti rassegnato davanti al plotone di esecuzione: è evidente che ha capito tutto; Cannella, che di solito è la più paurosa, è paradossalmente la più tranquilla. Si lascia prendere da Elena che la infila velocemente nel trasportino. Smusci tenta di ribellarsi, come può, ma la vera mattanza è rimandata al finale. Perec si agita come un pesce mentre lei lo tiene per la collottola. Infilarlo dentro sembra impossibile. Salta, si agita, graffia le mani di Elena il cui volto si riga di lacrime per il dolore fisico ed emotivo. Anche Perec ha capito, ma non vuole arrendersi e combatte fino alla fine. Fino a che anche su di lui si chiude l’inferriata di quel piccolo carcere d’isolamento. Le mani di Elena sono graffiate e sporche di sangue ma non c’è tempo. Un cerotto e siamo costretti a partire. Il viaggio è struggente, con Harpo che sembra implorarci di liberarlo e noi che cerchiamo di consolarlo. Finalmente arriviamo a Pistoia. Scarico il mio bagaglio familiare e corro a quella che oramai è la nostra vecchia casa. Alle 7,30 arrivano i traslocatori.

Tutto si svolge velocemente, in maniera pulita. I mobili vengono smontati, le scatole che abbiamo preparato vengono caricate con cura, ma celermente, sui camion che le dovranno portare verso la loro nuova destinazione. Tutto, in senso inverso, come un nastro che si riavvolge, si ripeterà più tardi, nella nostra nuova città, dai camion alla casa. Lentamente ci riappropriamo delle cose e dei mobili intorno ai quali abbiamo costruito e vissuto la nostra esistenza. Una nuova casa ci accoglie, ci attendono, con lei, nuove relazioni, un nuovo pezzo della nostra vita. Insieme e con i gatti cominciamo a perlustrare nuovi territori.

Sergio Salabelle

 

Voglio ringraziare il Maestro e amico Paolo Beneforti per avermi permesso di usare La finestra a specchio, una sua opera che amo molto, per illustrare questo breve racconto

Un’utile invenzione

man-reading-old-bookChi ha questo maledetto vizio di leggere sa bene come il tempo a disposizione non sia mai abbastanza. Il desiderio di avvicinarsi a testi sconosciuti, di cui magari si è avuto notizia per puro caso, magari carpendo qualche brandello di conversazione in un bar o durante una cena di lavoro, sembra attanagliare ogni lettore. Chi, vedendo la biblioteca sterminata nella quale si aggirava Umberto Eco, come in un labirinto, non ha desiderato di possedere tutto quel patrimonio intellettuale e di conoscenza di cui il semiologo bolognese era carico?

Si tratta, a ben vedere, di un desiderio fine a se stesso. Infatti personalmente, se avessi a disposizione centinaia di migliaia di libri, superata un’iniziale gioia infantile o brama di possesso, in concreto non saprei che farmene di tutti quei volumi e finirei per leggerne solo una minima parte, limitandomi a spolverare gli altri, senza avere neppure la possibilità di sfogliarli.

Ho oggi poco meno di cinquant’anni e, pur immaginando di non avere d’ora in poi nient’altro da fare che leggere e ipotizzando una biblioteca che potremmo definire normale, volendo indicarne, con l’uso di questo aggettivo, una contenente volumi di mole e complessità variabili, potrei arrivare, credo, a leggere mediamente e nella più rosea delle previsioni, non più di un libro ogni due giorni. Secondo uno studio condotto dalle Nazioni Unite nel 2014, l’aspettativa di vita di un uomo della mia età supera di poco gli ottanta anni. Fatti due conti, nelle condizioni date, non riuscirei a leggere per intero da questo momento in avanti più di cinquemila libri. E gli altri? E tutte le centinaia di migliaia di opere meritevoli che sicuramente esistono e che attendono solo di venir lette? Chi non ha sognato almeno una volta di poter dire, come Stéphane Mallarmé, «La carne è triste, ahimè! e ho letto tutti i libri»?

Oltre a chi lo fa per piacere, ci sono anche professioni che richiedono per loro natura una cultura superiore alla norma e comunque una capacita di approccio alla lettura quasi impossibile da raggiungere. Penso naturalmente a quelli che vengono (o venivano) definiti “studiosi”, con un senso vagamente poetico del termine, ma che poi sono uomini come gli altri e pur avendo, certo, una dedizione particolare nei confronti dello scibile, devono tuttavia conciliare i tempi della lettura con quelli della vita, come ciascuno di noi. Ci sono poi professori universitari, medici, giuristi, insegnati e, insomma, tutti coloro che per lavoro devono continuamente entrare in contatto con conoscenze e normative sempre nuove, che si aggiornano quotidianamente. Credo siano pochi quelli che dopo una giornata di lavoro abbiano il tempo per dedicarsi alla lezione del giorno dopo o all’arringa da tenere in tribunale o alla conferenza da sostenere, senza dover sottrarre momenti importanti alla famiglia, ai figli o al loro gatto.

Ho spesso affrontato questi argomenti con Efrem Santoli.

men_vintage_bicycle_museum_6Efrem Santoli è un inventore che abita nel palazzo di fronte al mio. Nel corso di oltre quaranta anni di attività ha messo insieme una collezione quasi infinita di prototipi che continua a registrare alla SIAE nella speranza di riuscire a venderne qualcuno. Le sue idee sono molto spesso originali e direi bizzarre e sommamente inutili ma non per questo prive di una certa genialità. L’ultima, che è quella che mi interessa particolarmente e che in un certo modo mi sento di poter considerare anche mia, mi sembra davvero brillante e originalissima anche se credo necessiti ancora di test approfonditi sull’uomo, dopo che i primi esperimenti fatti su cavie si sono rivelati non solo innocui (cosa alla quale Efrem Santoli, essendo un fervente animalista, tiene molto), ma anche estremamente incoraggianti. Andiamo comunque per ordine.

Circa un anno fa il mio vicino, che di professione fa il barbiere, affrontando la questione che ho fin qui cercato di riassumere, raccolse le confidenze di un suo cliente, il Professor Tamburri, il quale si lamentava, come spesso capita agli accademici, proprio di ciò che ci interessava, ovvero di non avere tempo sufficiente e un’aspettativa di vita tale da permettergli di leggere tutto ciò che desidera e così poter ampliare la propria già notevole cultura. «A dire il vero – si era confidato Tamburri – tra noi cattedratici esiste anche una specie di agonismo continuo che ci spinge a voler trionfare sugli altri contendenti. È cosa normale che ognuno, quando incrocia un collega (preferibilmente della stessa materia), magari in uno di quei lunghi corridoi della facoltà, si rivolga al primo ignaro passante (o in alternativa finga di avere una telefonata in corso) e a voce insolitamente alta enumeri i libri che sta leggendo o ha appena finito di leggere, decretandone  pubblicamente l’assoluta imprescindibilità.»

s-l300«Il docente universitario è per sua natura, oltre che vanitoso, anche assai suscettibile e insicuro circa il suo reale valore ed è perciò semplicissimo ferirlo nell’orgoglio. Giunto a casa, se ne lamenterà con la moglie o con la mamma (spesso i più ambiziosi non sono sposati e vivono ancora con i genitori, ormai vecchissimi), che lo consolerà, spronandolo a raccogliere la sfida che gli è stata appena lanciata e a gettarsi a capofitto nella lettura. Si tratta, come è evidente, di un circolo vizioso: il povero professore, già in gran difficoltà per il proprio daffare si troverà sovrastato da una mole aggiuntiva di lavoro e la depressione, solitamente dietro l’angolo, prenderà il sopravvento.».

A seguito di tali confidenze e delle nostre personali riflessioni, il Santoli ed io ci siamo a lungo ingegnati per trovare una soluzione in grado di alleviare le pene del povero docente e di ogni lettore onnivoro. Dopo vari tentativi, tutti fallimentari, Santoli è finalmente giunto ad un prodotto che mi pare molto interessante. Si tratta, per farla breve, di una pomata dai risultati che senza remora definirei sorprendenti. In una confezione delle dimensioni di un comune tubetto di maionese (che deve essere necessariamente consumato in una unica seduta e quindi spremuto fino alla completa fuoriuscita di tutto il suo contenuto), è inserito, secondo una modalità che per ovvie ragioni non posso divulgare, il contenuto di un romanzo in edizione integrale, completo di note, prefazione, postfazione, indici, bibliografia e quant’altro. Ma come si utilizza un simile prodotto? Semplicissimo: prima dell’uso è necessario detergere energicamente l’epidermide in ogni sua parte; la pomata, che ha la consistenza di un gel ed è completamente inodore e incolore dovrà essere applicata su tutto il corpo, massaggiando energicamente, fino al completo assorbimento. Nel giro di pochi minuti (il bugiardino ne indica circa dieci ma di solito non ne occorrono più di sei per un volume sotto le duecento pagine), si avrà la piacevole sensazione di aver letto il libro in oggetto, avendone assimilato concetti e temi come se ci si fosse serviti di metodi tradizionali. Sia ben chiaro che questo non impedisce assolutamente alla persona sottoposta al trattamento di leggere contemporaneamente e in modo tradizionale un altro libro. Anzi, questo è assolutamente auspicabile, in quanto impedisce al paziente la perdita di quello che comunemente si chiama il piacere della lettura. L’uso della pomata, infatti, non crea la gradevole sensazione che prova di solito chi ama la lettura nel momento in cui l’atto si compie. Si avrà infatti solo la sensazione, anch’essa piacevole, ma diversa, di avere già letto il libro e di averlo assimilato in ogni sua parte.

 

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Il disegno è di Silvia Beneforti (grazie!)

Efrem ha adesso allo studio ulteriori formule, più semplici. Infatti la pomata di cui ho parlato, necessita di una certa attenzione. Come ho detto è necessario fare una doccia prima dell’applicazione e nel caso in cui si vogliano fare molte applicazioni nell’arco della giornata, questo può rappresentare un problema. Inoltre il tubetto deve essere interamente spremuto: è capitato che alcuni pazienti, specialmente anziani, abbiano lasciato parte della sostanza all’interno del contenitore e per questo abbiano la fastidiosa sensazione di aver saltato qualche paragrafo qua e là, con risultati evidentemente negativi. Inoltre, se si tratta di opere particolarmente corpose, come l’Ulisse di Joyce o Guerra e Pace di Tolstoj, potrebbero essere necessari due tubetti se non tre e questo renderebbe meno agevole il trattamento (oltre che assai costoso).

Una soluzione è rappresentata sicuramente dalla versione in pillole, molto più pratica. Infatti non è necessario assumere il trattamento a casa (come per la pomata), ma questo può essere fatto anche per strada o addirittura in autobus. Unica precauzione da prendere particolarmente sul serio: alcuni titoli, specie se romanzi, assunti lontano dai pasti possono indurre giramenti di testa e perdite di equilibrio. Non ci sono invece controindicazioni per le donne in stato di gravidanza.

Per quanto riguarda opere che abbiano un numero di pagine particolarmente elevato (penso all’immancabile Alla ricerca del tempo perduto o a quei tomi che raccolgono in sé l’intera opera di scrittori o poeti e che per questo superano spesso e di gran lunga le mille pagine), Efrem Santoli sta lavorando ad una versione in supposte, che potrebbe in un sol colpo risolvere molti problemi.

Sergio Salabelle

Un problema con mia madre

Ogni sera, verso le sei, quando esco dall’ufficio, prima di rientrare a casa passo a fare una breve visita a mia madre. Da circa undici mesi, da quando è morto suo marito (mia madre si è risposata cinque anni fa, poco dopo la scomparsa di mio padre), è ospite in una casa di riposo per anziani, dove viene accudita da personale altamente qualificato. Non sta male, ha solo bisogno di qualcuno che si prenda cura di lei. Ultimamente ha cominciato a manifestare qualche problema con la memoria a breve termine e questo le comporta piccoli inconvenienti nella vita quotidiana.

L’avevo invitata più volte a venire a vivere da me che ho una casa grande dove  abito da solo. Il fatto di non essermi mai voluto sposare mi ha permesso di mantenere una certa indipendenza, alla quale potrei rinunciare solo per motivi gravi. Le esigenze di mia madre, però, vengono prima della mia stessa libertà. La sua presenza, poi, non mi avrebbe creato alcun disturbo e anzi la sua compagnia sarebbe potuta essere di grande aiuto anche per me, che tendo a soffrire di una certa malinconia che, in alcuni momenti dell’anno, specie in occasione di qualche festività o di una ricorrenza particolare, può rasentare persino la depressione. Mia madre non ha un carattere facile, è una donna caparbia, a tratti cocciuta e che tiene talmente alla propria autonomia da non voler correre il rischio di dipendere da un familiare, neppure se si tratta del suo unico figlio. È stata lei, un giorno, a dirmi che aveva deciso di andare a vivere all’Istituto Sant’Antonio, una casa tenuta da suore, ma con uno staff medico di primissimo livello. Si tratta, l’ho verificato personalmente, di una struttura dotata di ogni confort e molto costosa. Per sua fortuna mia madre non ha problemi economici, avendo ereditato il patrimonio del suo secondo marito, un industrialotto di provincia, pieno di soldi, mai sposato prima e senza parenti prossimi a cui lasciare i suoi beni. Io, col mio impiego modesto non avrei mai potuto mantenerla al Sant’Antonio, questo è certo. Ho dovuto quindi, mio malgrado, accettare questa sua decisione, non perché non volessi tenerla con me, ripeto, ma solo perché non mi era possibile fare diversamente.

LostBuildings18Di solito, quando arrivo al Sant’Antonio, sono abituato a parcheggiare vicino al giardino perché è lì che mia madre passa le prime ore del pomeriggio, quando la stagione lo permette. La scorgo, da lontano, sulla terza panchina da sinistra, con la chioma che ancora conserva qualche capello nero tra i molti bianchi, china sulle pagine di un libro. Ama molto leggere e io le porto sempre dei libri che compro apposta per lei. Anche oggi ne ho con me uno e non vedo l’ora di darglielo. Mi piace vedere il suo viso illuminarsi e i suoi occhi, come quelli di una ragazzina, cercare con curiosità di intuire, da una semplice occhiata alla copertina, di che libro si tratti. È questo un vezzo che le è rimasto dai tempi passati, visto che adesso non le capita più di andare in libreria. Fino a non molti anni fa, questa era una cosa che faceva quasi ogni giorno. Tornando a casa da scuola (mia madre è stata un’insegnate di latino e greco) si fermava alla libreria Santoli, in piazza, a guardare la vetrina. La scena si ripeteva sempre uguale: il librario, Giorgio, la vedeva e usciva per salutarla.

– Professoressa – le diceva – entri, vorrei farle vedere alcune novità che sono certo possano interessarla.

– Ma no, Santoli – gli rispondeva mia madre, che era stata sua insegnate molti anni prima – tu vorresti vendermi un libro ogni giorno, ma io non sono così svelta a leggerli. Comunque – aggiungeva, entrando nel negozio – fammi vedere cosa hai di così imperdibile.

Allora Santoli le mostrava tre o quattro romanzi e uno o due titoli di poesia. Se non riusciva a convincerla, calava l’asso, ovvero un saggio storico al quale mia madre non avrebbe saputo rinunciare.

Adesso sono io, che non leggo se non un giallo durante l’estate, a passare da Santoli e a farmi consigliare un libro in grado di soddisfare le attese di mamma. Giorgio, forse per scaramanzia, ogni volta mi dice che posso riportarlo, se alla professoressa non dovesse andar bene. Finora non è mai successo.

Oggi però non l’ho vista. Non era, come al solito, seduta sulla sua panchina preferita, la terza, partendo da sinistra. Immaginando che fosse nella sua camera o magari nella stanza comune, magari a giocare a carte, come faceva a volte, ho cominciato a cercarla per tutto l’Istituto.

«Buonasera Suor Clara, ha visto mia madre? Non riesco a trovarla», chiedo affacciandomi alla portineria.

Suor Clara mi invita a chiedere all’ultimo piano, in Segreteria. Lassù sanno tutto, mi assicura.

nurses-1800Appena mi presento ho come la sensazione di essere atteso. Angela, la segretaria, una donna  dall’aspetto un po’ dimesso ma con un sorriso dolcissimo, l’unica laica a lavorare nell’Istituto, mi chiede di attendere, prima ancora che io possa parlare. Alza il telefono e annuncia la mia presenza. Mi guardo intorno. L’ufficio di segreteria ha lo stesso aspetto mesto e triste di Angela, ma proprio come lei, ha qualcosa di accogliente che non riesco ad identificare immediatamente. La donna mi invita ad accomodarmi in Direzione. La stanza del direttore è enorme e arredata con mobili robusti e pesanti di un color legno scuro che le conferiscono un aria austera, quasi severa. Dietro la scrivania, stranamente, non c’è il direttore della struttura, Padre Luigi, che siede invece su un divanetto a due posti, sistemato sul lato sinistro dell’ufficio, ma il direttore sanitario, Vitelli, che mi accoglie con un sorriso tirato e la gestualità un po’ impacciata che avevo già notato nel nostro primo e unico incontro, che risale ormai a quasi un anno fa. Nonostante il sorriso, la sua faccia è triste e lo sguardo inespressivo, tipico del burocrate di mezza età. La cravatta a pois piccolissimi attira immediatamente la mia attenzione e mentre la osservo avverto la sensazione che possieda un oscuro potere ipnotico.

Il professor Vitelli, col tono stridulo della sua voce, mi invita ad avvicinarmi e a sedermi in una delle poltrone posizionate davanti alla grande scrivania. Sul ripiano, completamente sgombro, salvo pochissimi oggetti di cancelleria assolutamente indispensabili, noto solo una vecchia foto incorniciata che immagino ritragga Padre Luigi da giovane, magari al seminario, e una bottiglia di acqua minerale contenente un liquido giallastro e denso che sul momento non riesco ad identificare.

«L’ho fatta entrare – mi dice Vitelli con lo sguardo bovino rivolto verso degli incartamenti che finge di computare – per darle una notizia che non le risulterà, temo, gradita. Devo infatti dirle – mi apostrofa prima che possa intervenire in alcun modo – che sua madre ha avuto un problema.»

«Un problema? Posso sapere di che si tratta?»

«Le dico subito che l’Istituto non c’entra in questo e che, pur essendo a sua totale disposizione per qualunque esigenza lei possa manifestare, la nostra struttura è assolutamente estranea ai fatti. Anzi, ho qui un modulo standard che la inviterei a compilare in ogni sua parte…»

«Un modulo, dice? Non capisco. Dov è mia madre, posso vederla?»

«Sua madre, veda Baroni, sua madre… si è liquefatta»

«Liquefatta?» gli faccio eco io piuttosto perplesso.

«È stato il nostro direttore ad accorgersene. Facendo il giro delle camere per dare la benedizione del mattino, ha notato che la signora non era a letto, e che una chiazza di liquido giallastro si trovava vicino al lavabo della camera. Probabilmente, quando tutto è successo, sua madre stava facendo la toilette.»

«Scusi, che intende esattamente per liquefatta?»

Vitelli allunga il braccio e prende la bottiglia, mettendola al centro della scrivania.

«Beh, guardi che si tratta di un fenomeno raro, ma che può capitare.»

«Onestamente, è la prima volta che ne sento parlare»

«Beh, questo dipenderà forse dal fatto che la gente non parla volentieri dei fatti propri. E poi, come le ho detto, si tratta di un fenomeno molto raro. Comunque sia, questo non è assolutamente il primo caso. Anzi, si tratta di una patologia assai nota. Pensi che anche Nino Bixio si era liquefatto.»

«Nino Bixio? Che c’entra Nino Bixio?»

Il professor Vitelli mi guarda ma non risponde.

«Può portarla a casa, a questo punto», mi dice osservando mestamente la bottiglia.

«Quindi mia madre è morta»

«Ma no, che dice? Può sentirla. Sua madre sta benissimo ed è perfettamente cosciente e in grado di intendere e di volere. Si tratta solo di una mutazione di stato che, benché irreversibile, non rappresenta né un miglioramento né un peggioramento nel quadro clinico della paziente. Nulla è cambiato. Lei potrà continuare a parlarle e ad avere delle relazioni con sua madre, come se fosse allo stato solido. Le prenda, magari una bottiglia più adeguata, in cui possa stare meglio. L’umore è importante, in questi casi. Vedrà che il vostro rapporto, seppur mutato, potrà dare ad entrambi delle soddisfazioni notevoli. Altro che morta. Pensi che il Foscolo ha composto, essendo ridotto allo stato liquido, come sua madre, numerose poesie e alcune persino degne di nota. Cerchi di entrare in contatto con lei e vedrà che tutto si risolve.»

«Devo conservarla in frigo?»

«Ma certo che no, mica stava in frigo sua madre, prima. Magari, ogni tanto, tipo una volta ogni quindici giorni, agiti il contenuto in maniera da evitare che si formi del residuo sul fondo.»

Arrivato a casa, servendomi di un imbuto, ho travasato mia madre in una bottiglia che le piace molto e che ho comprato alcuni anni fa, durante una gita che abbiamo fatto insieme a Venezia. Si tratta di un contenitore in vetro di Murano, per liquore, e benché mamma sia totalmente astemia, sono certo che si sentirà perfettamente a suo agio in questa sua nuova dimora.

L’ho appoggiata momentaneamente in una vetrina che tengo in salotto, e dove conservo solitamente piatti e bicchieri del servizio buono, avendo l’accortezza di lasciare aperta l’anta dietro alla quale si trova. Poi mi sono seduto sulla poltrona e ho cominciato a leggere ad alta voce il romanzo che avevo scelto per lei.

Sergio Salabelle